I cristiani sono perseguitati ovunque e di loro non si parla. Anche in Cina, dove nonostante il regime di Xi Jinping cerchi di mostrarsi, disposto a mediare le attuali tensioni internazionali e aperto all’Occidente i cattolici sono spietatamente oppressi
I meno giovani tra i lettori forse ricorderanno la ostpolitik vaticana condotta dall’allora Segretario di stato vaticano cardinale Agostino Casaroli, ovvero una politica condotta in nome del “dialogo” e per allentare la tensione tra i regimi comunisti della Russia sovietica e dell’Europa di oltrecortina e la Chiesa cattolica. I risultati furono assai deludenti: la persecuzione non si allentò e anzi, i cattolici subirono anche il dolore di sentirsi quasi abbandonati da Roma nelle mani dei loro carnefici.
Più o meno è quello che sta accadendo oggi in Cina, in cui dall’avvento di Mao a oggi non è mai cessata la persecuzione del regime verso tutte le religioni ma in particolare verso quella cattolica “rea” non solo di adorare un Dio diverso da Xi Jimping e il Partito comunista cinese, ma anche di essere fedele a Papa.
Un grido d’allarme – che però in questa Europa e Italia più che secolarizzate rischia di cadere nel vuoto – è stato lanciato il 20 Aprile a Roma, dove presso la Sala Zuccari di palazzo Giustiniani si è svolto in convegno “Il martirio della pazienza. Condizione dei cristiani e libertà religiosa nella Cina di Xi Jimping”, organizzato da Luigi Trisolino, giornalista e giurista della Presidenza del Consiglio dei ministri, col senatore di Fratelli d’Italia Andrea De Priamo e al quale hanno partecipato la giornalista di Libero Annalisa Terranova, il presidente dell’Associazione Italia-Tibet Claudio Cardelli, Francesca Romana Poleggi di Pro Vita e Famiglia, il vaticanistaNico Spuntoni.
I relatori hanno descritto molto bene la situazione del paese del Dragone, che mentre si mostra all’opinione pubblica occidentale come conciliante, disposto a mediare le attuali tensioni internazionali e aperto ai commerci, al suo interno ha un vastissimo e capillare apparato di repressione e controllo per stroncare ogni forma di dissidenza al regime.
Per quanto riguarda i cattolici in particolare a poco o nulla sembra essere valso il nuovo tentativo del Vaticano di arrivare ad una qualche forma di compromesso, fatto nel 2018 con l’accordo stipulato dall’ancora Segretario di Stato Pietro Parolin e il governo cinese, il quale doveva aprire un nuovo capitolo nei rapporti tra Cina e Santa Sede ma di cui ancora non si percepiscono i frutti. Non solo ma tale accordo, scaduto dopo quattro anni e rinnovato, è stato duramente criticato dai cattolici cinesi, tra i quali il cardinale Joseph Zen Ze-kiun, già vescovo emerito di Hong Kong, ripetutamente incarcerato dai comunisti.
Pechino continua ad ignorare la Santa Sede esercitando il suo totale controllo sulla cosiddetta Chiesa patriottica, i cui vescovi sono nominati dal governo anche se sgraditi da Roma e in cui pretende che nella liturgia si insegnino i precetti del partito anziché quelli del Vangelo.
Chi cerca di rimanere cattolico apostolico e romano rischia la galera, alla quale difficilmente si riesce a sfuggire dal momento che col riconoscimento facciale – adottato ormai ovunque in Cina – l’anonimato è impossibile e il regime sa chi appartiene alla chiesa clandestina fedele a Roma e chi a quella fedele al Pcc. Ma la galera è sinonimo di laogai,, la versione locale dei lager nazisti e dei gulag sovietici, ovvero luoghi di detenzione, tortura, rieducazione e produzione.
In Cina, come nella Germania nazionalsocialista, infatti “Arbeit macht frei” –il lavoro rende liberi – e ogni detenuto lavora per 16 -18 ore al giorno con scarsissimo cibo e al termine di una giornata massacrante viene sottoposto a lunghe sessioni di “rieducazione”. E’ grazie a questa capillare organizzazione carceraria se il costo del lavoro resta bassissimo e molte aziende occidentali riescono a restare ancora sul mercato affidando le loro produzioni a questi campi, peraltro oggi registrati come “fabbriche” o enti di formazione professionale dopo che alcuni sopravvissuti – come Harry Wo, fondatore a Washington di Laogai Research Foundation – ne hanno reso nota l’esistenza.
Per i più ostinati, ma anche solo più “sfortunati” considerato il modo arbitrario con cui vengono amministrate le pene, c’è la pena di morte, comminata dopo processi farsa ed eseguita in strutture all’interno di cliniche per poter espiantare subito gli organi che alimentano un fiorente commercio, per il regime, sul mercato internazionale.
Purtroppo la persecuzione dei cattolici – ma anche dei seguaci delle altre religioni in Cina – resta pressoché sconosciuta, complice l’interesse peloso di governi e aziende che anelano di fare affari con il gigante economico e finanziario orientale. Come l’Italia dei passati governi di sinistra, che hanno sottoscritto accordi – la Via della seta – senza battere ciglio. Questo nonostante il nostro Paese e soprattutto l’Europa abbiano la possibilità di subordinare, almeno in certa misura, la stipula di accordi al rispetto dei diritti umani, tra cui la libertà di religione, in considerazione del fatto che la Cina, oggi più di ieri, ha grande bisogno di esportare sui nostri mercati.