Angelina Lanza, poetessa di notevole levatura, è poco conosciuta anche nella sua stessa Sicilia. Eppure, basta leggere le recensioni che vennero fatte alla sua arte da critici rinomati come Cesareo, Donadoni, Bodrero, Domenico Oliva, per accorgersi che essa aveva un’autentica natura di scrittrice. Con delicati tratteggi proverò a
svelarla, lentamente, durante questo viaggio che durerà qualche settimana. Nacque a Palermo, 13 febbraio 1879, da una progenie di artisti. Con profondo rammarico ho dovuto ridurre a poche pagine, un lavoro molto lungo che aveva sondato (con la delicatezza dovuta a questa anima leggera) le pieghe più sottili della sua esistenza.
Il padre, Giuseppe Damiani-Almeyda (Palermo 13 febbraio 1834 – Palermo 31 gennaio 1911), architetto, professore di architettura nell’Università di Palermo, è l’autore del Politeama, delle edicole di Villa Giulia e del Palazzo della città.
La madre, Eleonora Mancinelli-Arnoldi (Roma 1842- Palermo 16 gennaio 1910), fu buona poetessa; Rime del focolare (Palermo, Reber, 1940); Rime de la Nonna (Palermo, Reber, 1906).
Angelina Lanza respirava arte, ma fu da autodidatta che imparò egregiamente, il disegno, la pittura, la musica, il latino, il francese.
Il 12 giugno 1898 sposa Domenico Lanza, laureato in Legge e in Scienze Naturali, nel 1916 libero docente di botanica coloniale nell’Università commerciale e Conservatore all’Orto Botanico
Intelligenza lucida, disdegnava ogni abbandono religioso e ogni pratica chiesastica. Il dissenso religioso si sarebbe accentuato sempre di più, e in questo senso una comprensione vera tra i due non ci fu mai.
Angelina, che aveva l’anima fatta per comprendere e per essere compresa, da questo isolamento fu ferita, ma accettò come dal Signore questa prova. Fu dopo la morte della Lanza che lo sposo ne intuì e conobbe l’anima, nella desolazione e nel vuoto che aveva lasciato. Morì, convertito, abbracciando il Crocifisso e il ritratto della sua Angelina.
Il 13 giugno dello stesso anno arriva per la prima volta a Gibilmanna, un paesino sopra Cefalù, noto per un Santuario consacrato alla Madonna. Qui passò ogni anno l’estate e vi trovò sempre il riposo dell’anima e del corpo.
Ė di queste montagne, di questa gente che amava che scrisse, quando compose La casa sulla montagna.
Il 14 marzo del 1899 nasce la prima di cinque figli e nello stesso anno è preda di una crisi intellettuale.
Sviluppa le prime amicizie letterarie: Ada Negri, Silvia Reitano, Eugenio Donadoni, Alessio Di Giovanni, Giuseppe Ernesto Nuccio.
Estate1913. A Gibilmanna, Padre Giustino da Patti, le parla per la prima volta di Antonio Rosmini e le presta libri sulla filosofia rosminiana e il 4 novembre si ascrive all’Istituto della Carità, (divenendo Terziaria rosminiana).
Il 12 dicembre, vigilia di santa Lucia, muore di tifo, a quindici anni, la figlia Antonietta.
Tra il 1918e il 1921, inizia il suo Diario spirituale, con il quale si fa sempre più sola con sé stessa e con Dio. Questo primo Diario fu distrutto dalla Lanza per ordine di un suo confessore.
Il 2 novembre del 1920 pronuncia il voto di vittima, soprattutto per la conversione del marito e per la Causa rosminiana.
L’8 dicembre si professa Terziaria francescana nel Terz’ordine della Gancia.
Il 21 agosto del 1922 muore di mediterranea, a ventitré anni, la primogenita Maria Filippina.
Tra il 1923e il 1934, pubblica, (con le sole iniziali A. L. D., o con pseudonimi: ALFA, OMEGA, Le ricorrenze liturgiche, L’eco di Gibilmanna.
Indossa l’abitino del Carmelo.
Nel 1924 riprende il Diario spirituale. Nell’Archivio rosminiano di Stresa, undici quaderni: 13 luglio 1924 – 13 giugno 1936.
Il 7 giugno riordina un altro volume di versi, Liriche e poemetti, scritti tra il 1913 e il 1918.
Nel 1931pubblica Vecchi compagni (cioè le sue prime, giovanili, letture: I fioretti, I canti di Leopardi, I canti popolari toscani), nel Numero unico per la V Festa del libro, Palermo, 31 maggio 1931.
Il 25 febbraio del 1932 il Testamento spirituale. Inizia il suo lento lavoro per la diffusione del pensiero e dell’ascetica di Rosmini in Sicilia.
Dal maggio 1932 al settembre 1933, pubblica, anonime, Le virtù nascoste, L’eco di Gibilmanna. Dal luglio 1932 al settembre 1933, pubblica, anonima, La completa offerta di sé a Dio, Charitas, bollettino ascetico rosminiano, Domodossola, 17 novembre. Don Laurìa rassicura Angelina Lanza sulle sue prove soprannaturali. «Stia tranquilla, si umilii e intoni il Te Deum.» Il 28 gennaio ha la prima emottisi e in presenza di Gesù Sacramentato fa la oblazione del sangue. Il 6 settembre è accolta come Figlia adottiva dell’Istituto della Carità. Il 14 luglio, ore sedici, muore a Gibilmanna, serena e preparata. Riposa a Palermo, nel cimitero di sant’Orsola, tra i suoi cari, i Damiani.
LA POESIA
Il mio incontro con questa Signora è avvenuto molti anni fa: è entrata a far parte della mia vita grazie al caso o al Destino che aveva assunto per l’occasione i panni del Professor Pupi di Storia della Filosofia moderna e del Professor Pellegrino studioso della vita e dell’opera di Angelina Lanza. Io, giovane studentessa di Filosofia, Lei, personaggio tratteggiato nella cornice di un passato a me caro.
Mi serviva solo (!) un titolo, un nome, per scrivere una Tesi …, ho incontrato una Persona che, in alcuni tratti più che in altri, ha viaggiato al mio fianco per tutta la vita.
Quando cominciai a leggere i suoi libri, fu un po’ come andare alla scoperta di una nuova terra.
Angelina è davvero come la sua Isola di Sicilia con il suo paesaggio di montagne e colline dove non c’è posto per la noia della pianura sconfinata. E sembra proprio che chi voglia conoscerla meglio debba mettersi in abito da viaggio, comodo e, senza fretta, iniziare a seguirla su e giù nel suo cammino. Ė difficile starle dietro: soprattutto allo spirito.
Soffrì la tortura di dover reprimere il suo canto, per mancanza di quella libertà spaziale e temporale che è indispensabile all’artista. Le mancava il tempo; cinque figli e, come se non bastasse, il marito, che si occupava moltissimo di botanica, le chiedeva di fare per lui disegni che richiedevano molto impegno.
La sua poesia canta la vita e la sua bellezza: è un invito all’amore e alla pacificazione degli animi.
La Lanza rende la rappresentazione del proprio mondo individuale, intimo e soggettivo, riflessione sulla realtà dell’esistenza universale. Inoltre, spesso, negli spiriti superiori, le inquietudini per il destino dell’uomo e le finalità della vita, si trasformano in ansia religiosa. Essi vedono nelle molteplici e arcane manifestazioni della Natura, l’orma di Dio.
Pubblicò due raccolte: Le rime dell’innocenza, Palermo, Reber; una breve silloge di Versi, come estratto dalla rivista Nuova Antologia del 1915 e La fonte di Mnemosine (Palermo, Sandron) che ebbe sinceri consensi tra i critici: Giovanni Alfredo Cesareo, Eugenio Donadoni, Emilio Bodrero.
Fu squisita poetessa che non ebbe nel grande pubblico la fama che meritava, ma ebbe fortuna presso i critici e gli artisti. Qui trovò un largo tributo di ammirazione e di plauso. Molti sono gli articoli dei giornali e delle riviste, che hanno parlato di lei; molte le recensioni alla Fonte di Mnemosine.
«Angelina Lanza ha il dono della poesia, consistente in una necessità possente e universa di concepire tutto poeticamente, perché la poesia è la sua natura e spontanea le fiorisce nel cuore». (Emilio Bodrero).
Tutti i critici che si sono occupati della sua arte sono concordi nell’affermare che in Angelina Lanza la poesia è inseparabile dalla sua stessa vita.
«La signora Lanza ha delle cose una sua visione delicata e originale: la sua anima è popolata di sogni ond’ella riveste segretamente la realtà naturale: tutto è tenue, sommesso, pavido, musicale: la sua poesia è il sorriso, il sospiro, la malinconia, la grazia: dolce poesia d’un pensoso tramonto d’autunno» (A. Cesareo in Fanfulla della domenica, Roma, 25-8-1912).
«Leggendo A. Lanza si ripensa al Pascoli; ed è certo che questa scrittrice ha risentito l’influsso di così grande vicino… Ma senza fare raffronti che son vani, e anzi ad evitare che taluno si metta per falsa via, diciamo, brusco e sbrigativo, che il Pascoli vede cose grandi con gli occhi del piccolo, e questa poetessa vede le piccole cose con gli occhi del grande. Io non conosco l’autrice, e confesso che fino a poche settimane addietro non avevo pur letto uno dei suoi versi. Ora, dopo tante aride perlustrazioni attraverso la nostra poesia contemporanea, li ho letti, e me ne sono sentito in qualche modo più italiano, più gentiluomo, più uomo». (Camillo Pellizzi, Leonardo, 20-9-1928).
La nota critica del Pellizzi sembra senz’altro la più completa. Pellizzi, docente all’Università di Firenze, dopo aver insegnato letteratura italiana nell’University College di Londra, è anche autore di una valida rassegna dell’attività letteraria del primo Novecento in Italia.
In una recensione, intitolata Maternità e poesia, apparsa nel 1928 sulla rivista Leonardo, nel numero di settembre, pagg. 268-269, il critico torinese (che, si badi, non era affatto tenero con le donne, e lo dimostrò parecchie volte nel corso della recensione citata, dichiarando per esempio di non capire perché le donne scrivessero libri per l’infanzia, dal momento che, come egli afferma, «il sesso femminile ignora quasi totalmente la fanciullezza, ed è suo tutto il dolciastro, il vano, il falso che è nella corrente letteratura per l’infanzia»; e dichiarando altresì che «a tutti è difficilissimo riflettere in poesia, massimamente alle donne, le quali, quando riflettono, tengono i loro piedi assai più nel terreno della praticità, e meno in quello della speculazione») nonostante questa poco incoraggiante premessa, riconosce apertamente alla Lanza che «pur senza nessuna saliente originalità formale, con un possesso della lingua o del verso che rivela i suoi maestri senza asservirla a nessuno, riesce per un buon tratto ad essere poetessa autentica, ossia personale, originale, espressiva.
Tutta la sua opera dà un senso di freschezza femminile e di spirituale onestà; è nostrana e dico quasi domestica, senza affettazioni e smancerie.»
Arriva a definirla «la miglior poetessa oggi vivente in Italia» (si pensi che in quel momento erano vive ed operanti in Italia poetesse come Ada Negri, Lea Maggiulli Bartorelli, Paola Carrara Lombroso, Corinna Teresa Ubertis, Annie Vivanti, e così via), perché Angelina Lanza sa vedere «le piccole cose con gli occhi del grande» e sa accompagnare «all’onestà dell’ispirazione poetica il pudore dell’ispirazione della réclame e del pubblico», in quanto che essa non si è mai sognata di bandizzare o di far bandizzare la sua produzione poetica, né ha mai organizzato alcuna pubblicità esagerata per la sua poesia, che pertanto risultava già di difficile reperimento nel 1928, e che oggi, è praticamente irreperibile.
Tutti gli altri procedono, si può dire, sullo stesso tono, sempre riguardoso, deferente, quasi umile. E senza previo accordo. Ciascun critico crede di essere il primo e il solo a giudicare; più di uno dichiara esplicitamente di non aver mai sentito prima né il titolo dell’opera, né il nome dell’autrice. Quindi ognuno è costretto a far da sé, e a fondare il suo giudizio sulla propria capacità, sul proprio gusto, sulla propria coscienza. Ma, proprio per questo, l’accordo che ne è seguito riesce tanto più strano e sorprendente.
IL RICORDO
Pare che l’Ottocento sia il regno del culto delle memorie, memorie intensamente sentite da Angelina che ne ha fatto l’ispirazione centrale de La fonte di Mnemosine. Il tema della ricordanza unifica il libro, senza stancare, allacciando in un’atmosfera sognante passato, presente, futuro, sul filo ininterrotto della tradizione.
Ora triste
Nell’ora che il cuore è più solo,
la morte con tacito volo
lo sfiora e gli dice: «mi vuoi?
Di lungi ho sentito il tuo pianto,
accorsi, ti sono d’accanto,
e, vedi, i miei doni son tuoi».
E il cuore risponde: «sorella
soave, passò la procella:
non venne per me l’ultim’ora;
non tutte le lagrime piansi,
non tutto mi strussi e mi fransi,
e posso resistere ancora.
Non temo di te, ma m’è cara
la vita, ch’è oggi più amara,
per esser più dolce domani.
Un giorno…
m’udrai, tu sorella diletta,
non doni di sonno e d’oblio,
ma chiederti, solo ristoro
del lungo, del buono lavoro,
la strada per giungere a Dio.»
Un altro gruppo di poesie, Il nido dei canti, prepara e annuncia il libro migliore di A. Lanza, avendo per argomento quella villeggiatura in montagna, che le darà sempre gioia, quella casa costruita subito dopo le sue nozze, che le parla al cuore in stile pascoliano.
Ricordi? Quando tu, sposa bambina,
quaggiù giungesti per la prima volta,
casa non era sull’erbosa china.
Ero io nei macigni alti del monte,
e nei pioppi dei fiumi, e nella creta
molle, che s’ebbe le tue prime impronte,
ero non vista. E tu parlando lieta
della casa non nata anco, n’avevi
intorno i sassi, il legno, l’ombre queta.
Un altro critico, Enrico Fusco, ha giudicato con sintesi di parola e ampiezza di significato la poesia di A. Lanza «Una voce limpidissima, che non si modella su altre voci, sia che canti gli affetti più semplici (la maternità), sia che fissi un ricordo o un’impressione (Ricordo perduto, La morta, La porta chiusa, La chiesuola, La maternità).»
Particolarmente suggestive sono le poesie in cui si esprime quella sua profonda capacità di comunione con la vita cosmica.
La Cavalcata notturna fissa impressioni di un’ascesa alle Madonie, che troverà un’altra forma poetica ne La casa sulla montagna.
Ma Angelina, con la voce strozzata dal dolore (la guerra, la morte dei genitori e delle due figlie), non riuscì più a cantare, perse quella calda ispirazione che l’aveva sempre guidata, e solo molto più tardi il suo cinguettio tornò limpido come quello di un usignolo.
Foto: sito 150 anni. Angelina Lanza.
