Angelina Lanza. “La completa offerta di sé a Dio.” (Quinta ed ultima parte)

La completa offerta di sé a Dio.

«Nelle mie sventure, Dio mi ha soccorsa, mostrandomi la necessità di un distacco sempre maggiore dal mondo, di una unione sempre maggiore con Lui.» (Angelina Lanza a Maria Dolore Contreras, 23 febbraio 1935). Scrisse così la trilogia ascetica, Ricorrenze liturgiche (1923-1935), Le virtù nascoste (1932-1934), La completa offerta di sé a Dio (1932). Se, nella prima, esprime il suo ardore di convertita, e nella seconda l’iniziale itinerario della sua anima a Dio,

solo nella terza opera, ascetico-mistica, crea un capolavoro di poesia. Era arrivato quello che i critici si aspettavano da lei dopo le sue poesie giovanili. Sia La completa offerta che Le virtù, sono del periodo della piena maturità dell’autrice. Pur essendo diverse, la prima senza dubbio, culmine di tutta la sua vita interiore, e la seconda più piana ed accessibile, nei titoli si accomunano nell’indicarci le due caratteristiche più proprie della sua ascetica e spiritualità: la generosità che porta al dono totale di sé a Dio e il più profondo nascondimento interiore in cui quel dono si consuma davanti a Dio solo.

Preparazione

Il primo capitolo de La completa offerta, intitolato Preparazione, riesce già ad introdurre nel clima di impensabili altezze. «L’anima che è chiamata da Dio, con una prima ispirazione interna verso il completo dono di sé, nello spirito d’immolazione con Gesù Crocifisso, accoglie una grazia di valore incalcolabile. Sul principio, essa non intende tutto il significato vasto e comprensivo di questo nuovo stato, al quale si sente irresistibilmente attirata. Però si avvede, in una maniera intima e tutta soprannaturale, che la sua via è segnata da Dio, e che è la via del Calvario. L’immolazione completa è un mistero di Dio, al quale l’uomo deve avvicinarsi con amore e timore. Quando Dio muove in un’anima il primo desiderio dell’intero dono di sé stessa, quest’anima non prova altro che una dolcissima armonia di volontà col suo Redentore; e considerando che Egli è morto per salvare l’umanità dal peccato, sente una gratitudine profonda, che la spinge a ricambiare il dono, con offrirsi tutta a Gesù. Offrirsi a Gesù significa attendere le sue disposizioni per operare, per amare, per soffrire. Anche per soffrire. Gesù aspetta, dall’anima a cui fece il primo cenno, questa corrispondenza segreta, tutta interiore; aspetta appunto che essa Gli venga ai piedi, e Gli dica: “Signore, ho udito il tuo richiamo; sono qui per obbedirti. Che cosa Vuoi?” E Gesù risponde una parola sola, imperiosa, dolcissima, terribile: “Dammi tutto.” L’anima non potendo ricusarsi perché già il Dolce Amore l’ha vinta, comincia il lavoro di distacco e di rinunzia. E Dio interviene allora: e alle prime mutilazioni spirituali che furono l’occasione perché la luce scendesse sull’anima, ne fa seguire altre, e altre ancora, quale più quale meno adombrata di mistero. L’anima sente l’azione divina, sempre più prossima ed incalzante. Non può sfuggire: Charitas urget eam. Ama ogni giorno più ogni giorno meglio: ma è nell’ombra. Una parola del Vangelo le suona dentro costantemente: “L’albero che ha dato frutto sarà potato, perché frutti di più.» Altro non sa. Non è tempo ancora di stabilità: è tempo di lotta. Una certezza profonda sostiene l’anima, mentre le sue forze si disperdono, a lei pare, in conati per trovare la sua via: la certezza di amare. Di nuovo essa si getta ai piedi di Dio, nelle sue penombre. Di nuovo grida: Che vuoi, Signore? E la risposta è sempre quella: Dammi tutto. Tutto! Che cosa? Tutto. L’anima si rimette all’opera di emendamento, poi sopraggiunge un’altra raffica, un’altra tempesta d’incomprensibili dolori; ed ella si avvede che Dio le ha tolto tanto tanto in un attimo, quanto la sua volontà umana, non avrebbe saputo recidere in anni di paziente lavoro. Ma soprattutto l’anima che è presa in questa via di mistero e di profondo gaudio interiore, pur tra le prove amare che le toccherà subire, deve esercitarsi in un continuo atto di perfetta fiducia in Dio. Pare che Dio prenda la sua creatura, e la porti di su, di giù, dall’ombra alla luce, dalle carezze alle percosse; che la conduca lungo le vie tortuose per farle perdere l’orientamento, e la lasci sola d’un tratto, a un bivio. Chi si spaventa di ciò, torni indietro: si può. Non è colpa. Dio cercherà altre anime più coraggiose, a cui affidare la Croce di Gesù.»

La Grazia come divina opera d’arte.

In questo libro l’arte è arte come espressione di ciò che si sente dentro di sé, come racconto di quel che si vede in sé, di quello che avviene nell’intimità del proprio soggetto. «Angelina Lanza concepisce la grazia come una divina opera d’arte in significato rigorosissimo. L’artista principale è Dio, che dà la forma; la creatura presta la materia per tale forma: la sua stessa anima senziente e volente, il suo spirito dotato di libertà! Perciò il concorso della creatura è vera e propria collaborazione d’arte, con Dio.»

«Essa» dice la scrittrice «sente nel vivo della propria sostanza l’azione inesorabile dello scultore divino, e vi consente, e vi si uniforma, e concorre così, attivamente, con Dio, alla produzione in sé di un nuovo essere, del suo vero essere. Ad ogni colpo dello scalpello divino, sono schegge vive d’anima, brandelli sanguinanti di spirito, che volan via. Ma a poco a poco, da quello materia informe di natura caduta vien fuori un’immagine di sovrumana, infinita bellezza, che è una similitudine del Divin Figlio.»

«Le anime superficiali, che si dilettano di letture superficiali, non leggano questo libro. Non l’intenderebbero e si annoierebbero. Possono leggerlo con alto gaudio spirituale coloro che hanno saputo leggere e gustare le pagine de L’imitazione a Cristo.» (Padre di Rosa). Nessuno seppe che la Lanza aveva scritto operette come La completa offerta e Le virtù, che a lei certo piacevano. Se erano scritte per piacere a Dio (e quindi avevano bisogno solo della Sua approvazione) e per moralizzare gli uomini, che importanza aveva il sapere chi le aveva scritte? Il professor Pellegrino ha analizzato con molta acutezza questo affascinante, difficile e impegnativo libro: ne ha messo in rilievo soprattutto l’affanno e la necessità della lotta che rivela l’uomo all’uomo, il quale, liberato a poco a poco dal suo piccolo, inferiore e risorgente “io”, alla fine si avvia alla destinazione finale, all’incontro perfetto con Dio.

Lo spettacolo della Croce.

Dopo aver testimoniato Dio mediante la sua vita e i suoi scritti, dal 1934 Angelina visse gli anni spiritualmente più intensi. Già dal luglio del 1921 udiva una Voce parlarle nel profondo dell’essere, ma altro dal suo più intimo “io”: Voce che la guidava, la persuadeva, soprattutto, sempre più amorosamente, al distacco dal mondo, anche dei beni minori della vita, e a farsi una volontà sola (di amore e di sacrificio) con Gesù Crocifisso. La Croce è uno spettacolo che sorprende o scandalizza doppiamente. Perché racconta di uno sconfitto che invece è un vittorioso. Dal 1921 al 1934 la Lanza fu crocifissa a dure prove: alcuni suoi confessori le considerarono vere e proprie autosuggestioni, se non addirittura tentazioni diaboliche: finché il 17 novembre del 1934, don Francesco Laurìa, l’ultimo suo direttore spirituale, la rassicurò: «Stia tranquilla, si umilii e intoni il Te Deum.

… E chiudiamo.  

«La eredità lasciataci dalla Lanza è meravigliosa. Attraverso tre tappe: poesia, filosofia e ascesi spirituale, ella realizzò sino alla pienezza la sua personalità, la sua vocazione umana e artistica. Secondo la parola di Platone cara al Gratry, anche essa rese musicale la propria anima. Quando questa mirabile vita sarà conosciuta, apparirà in piena luce anche la sua missione. (…). Abbiamo anche, con Angelina Lanza, una umile e alta testimonianza che chi medita la filosofia di Rosmini con mente pura, vi trova un saldo nutrimento alla propria fede. Essa confessò che, meditando Rosmini, risolse la sua crisi intellettuale, ma era la filosofia di un santo, questa. Così, se aveva risolto, con la filosofia rosminiana, la sua crisi intellettuale, visse poi tutta la sua vita nella luce di Rosmini e dentro la sua Famiglia spirituale.» (Professor Pellegrino).  

La visione della vita in Angelina Lanza, donna del Novecento. Vita e poesia. (Parte prima)

La visione della vita in Angelina Lanza, donna del Novecento. La casa sulla montagna. (Parte seconda)

La visione della vita in Angelina Lanza, donna del Novecento. Poesia e mistero. (Parte terza)

La visione della vita in Angelina Lanza. Le “Pagine spirituali” (Parte quarta)

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Author: Francesca Bronzetti

Insegnante specialista di Religione Cattolica nei licei e di Teologia alla Università Cattolica del sacro Cuore di Milano.

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