La ferita invisibile: la separazione della “famiglia del bosco” e il trauma dell’allontanamento nei bambini

Negli ultimi giorni, il caso della cosiddetta “famiglia del bosco”

– la coppia anglo‑australiana che aveva scelto di vivere in un casolare isolato nei boschi di Palmoli – ha nuovamente scosso l’opinione pubblica italiana.

La decisione del Tribunale per i Minorenni dell’Aquila di disporre la separazione della madre, Catherine Birmingham, dai suoi figli, e il contestuale trasferimento dei tre minori in una nuova struttura protetta, ha provocato un’ondata di reazioni emotive, politiche e sociali.
La madre ha lasciato la comunità di Vasto nella notte, tra pianti e scene strazianti dei bambini, che non volevano separarsi da lei.

Al di là della controversia, tra aspetti legali e dibattito pubblico, ciò che resta al centro della riflessione è l’aspetto psicologico, ovvero l’impatto emotivo della separazione forzata, un evento che tocca le radici stesse della psicologia evolutiva e dell’attaccamento.

Le testimonianze raccolte dai media parlano di bambini che piangono, chiedono di non essere staccati dalla madre, scene di separazione e disperazione dovute all’improvviso taglio netto del legame con il loro mondo affettivo primario.

In psicologia dell’età evolutiva, basta vedere la letteratura, tali situazioni sono considerate eventi potenzialmente traumatici, perché interrompono:

  • la continuità delle cure,
  • la sicurezza affettiva,
  • l’esperienza prevedibile del mondo,
  • il senso di identità relazionale.

Secondo la teoria dell’attaccamento, sviluppata da Bowlby, il bambino ha bisogno di una figura di riferimento stabile, che funzioni come base sicura. L’allontanamento improvviso, soprattutto se non mediato, graduale o accompagnato da serio supporto psicologico, che aiuti ad elaborare la distanza e l’evento, può generare:

  • ansia di separazione,
  • senso di abbandono,
  • difficoltà di regolazione emotiva,
  • regressioni comportamentali,
  • perdita di fiducia nell’adulto.

Va da se che ogni separazione è un evento traumatico perché segna una rottura, vissuta come minaccia esistenziale. Questo vale in tutte le forme di separazione, ma in modo particolare nelle relazioni amorose, dove il legame tocca dimensioni profonde dell’identità e del senso di sé.»

In molte coppie, soprattutto quando il rapporto è caratterizzato da dipendenza affettiva, controllo o fragilità emotiva, la separazione può essere percepita non come una perdita, ma come un annientamento personale. Alcuni esempi aiutano a comprendere:

un uomo vive la relazione clandestina come unico spazio in cui si sente valorizzato; quando la donna decide di interrompere il rapporto, lui sperimenta un crollo identitario e reagisce con comportamenti ossessivi, inseguimenti, pressioni o minacce velate;

una donna, dopo mesi di idealizzazione, interpreta la fine della relazione come un tradimento assoluto, non riuscendo a concepire un futuro senza quella presenza affettiva. Quando la separazione avviene in modo traumatico, il bambino può percepire la rottura come un crollo del suo mondo interno.

«Dal punto di vista psicologico del profondo, ogni separazione è una morte interiore. Una fine, una frattura, un taglio che non riguarda soltanto l’altro, ma tocca l’immagine che abbiamo di noi stessi.»

Nella prospettiva psicoanalitica, Freud sottolinea che ogni perdita – reale o simbolica – attiva processi inconsci molto simili a quelli del lutto. Nella sua opera Lutto e melanconia (1917), egli descrive come la mente viva la separazione come un crollo temporaneo dell’Io, impegnato a disinvestire affettivamente l’oggetto perduto. La separazione, dunque, non è soltanto un fatto relazionale: è un’esperienza di morte psichica parziale, perché l’altro non è mai soltanto l’altro, ma una parte introiettata dentro di noi.

Un aspetto spesso trascurato è che i bambini non si legano solo ai genitori, ma anche al contesto di vita. Nel caso della “famiglia del bosco”, i minori erano cresciuti in un ambiente naturale, isolato, con ritmi e valori particolari:
– vita immersa nella natura,
– homeschooling, istruzione parentale, cioè l’educazione scolastica impartita a casa dai genitori o da persone da loro designate, invece che frequentare una scuola tradizionale.
– alimentazione vegetariana,
– assenza di alcuni elementi tipici della vita urbana.

Indipendentemente dal giudizio esterno su questo stile di vita, per quei bambini esso costituiva la normalità, la cornice delle loro esperienze emotive.

L’improvviso trasferimento in una struttura comunitaria, con nuove regole, nuovi adulti e nuovi spazi, può rappresentare un’ulteriore rottura identitaria. La mente infantile può vivere queste trasformazioni come una perdita della propria casa interiore.

La vicenda ha sollevato non solo reazioni emotive, ma un vero e proprio terremoto politico/ideologico:

  • tutela dei minori,
  • rispetto della diversità culturale ed educativa,
  • libertà ideologica e di scelta familiare.

Qui emerge una questione cruciale: la psicologia dell’attaccamento è “apolitica”, perché si fonda su bisogni universali del bambino. Ma le decisioni istituzionali che toccano la famiglia non sono mai totalmente neutre: risentono di valori sociali, visioni educative, ideologie implicite.

Quando si interviene su un nucleo familiare “atipico”, il confine tra tutela e giudizio sullo stile di vita diventa sottile. Il rischio è che l’ideologia, da qualunque parte provenga, finisca per invadere il campo del diritto del bambino alla genitorialità, generando decisioni più improntate a una visione sociale che a un reale ascolto psicologico del bambino.

Il nodo più profondo è dunque la tensione tra:

  • il diritto della famiglia a una propria identità, anche se alternativa ai modelli dominanti,
  • il diritto del bambino a una crescita sana e protetta,
  • la responsabilità delle istituzioni di intervenire quando emergono indicatori di rischio,
  • il pericolo di interventi percepiti come intrusivi, punitivi o ideologicamente orientati.

La psicologia dell’infanzia ci ricorda che il bambino non vive di ideologie, ma di relazioni.
Non chiede modelli educativi perfetti, ma presenza affettiva, prevedibilità e cura continuativa.

Qualunque scelta politica o istituzionale dovrebbe quindi muoversi con estrema cautela per non trasformare il minore in un terreno di scontro fra visioni del mondo.

I casi come questo mostrano l’urgenza di un approccio psicologico fondato su:

  • interventi graduali,
  • accompagnamento emotivo dei minori,
  • supporto genitoriale personalizzato,
  • valutazioni che tengano conto sia dei rischi sia delle risorse della famiglia,
  • misure che privilegino la continuità affettiva, quando possibile.

Il trauma della separazione non si cancella facilmente. Ma può essere mitigato, accompagnato, riparatose prima di tutto si riconosce la centralità del legame.

Se La psicologia suggerisce percorsi di:

  • gradualità nell’intervento,
  • sostegno genitoriale,
  • ricomposizione affettiva,
  • riduzione al minimo del trauma,
  • ascolto autentico del minore

il cristianesimo aggiunge a tutto questo una dimensione teologica:
la cura dell’altro, specialmente del più fragile, è partecipazione alla stessa cura di Dio per l’umanità.

Il bambino non appartiene allo Stato, né ai genitori in senso proprietario.
Il bambino è affidato, consegnato alla responsabilità di tutti, famiglia, comunità, istituzioni, come un dono da custodire.

Il caso della “famiglia del bosco” è una ferita aperta, non solo nelle dinamiche affettive, ma nella coscienza collettiva. Interroga lo Stato, la società, la politica, la Comunità cristiana.

Se la psicologia ricorda che la separazione è un trauma, la fede cristiana ricorda che ogni bambino è sacro. Insieme, ci restituiscono un principio semplice ma decisivo:

Quando si decide del destino dei piccoli, la misura deve essere l’amore, non l’ideologia.
La cura, non il controllo. La misericordia, non la reazione. L’accoglienza, non il potere.

In ultima analisi, possiamo dire che:

la vicenda della “famiglia del bosco” non è solo un caso di cronaca, ma un monito alla coscienza. E, al di là delle opinioni politiche, delle convinzioni ideologiche e delle valutazioni giuridiche, resta una verità essenziale: spezzare un legame affettivo è un atto che lascia tracce profonde.

Ogni società che abbia a cuore i suoi bambini dovrebbe agire con la prudenza, la sensibilità e l’umiltà che una ferita così delicata richiede.

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Author: Pasquale Riccardi Psicologo e Psicoterapeuta

Psicologo-Psicoterapeuta Docente Asl per la Seconda Università di Napoli Federico II, Formatore psicoterapeuta per centro Logos (Ce), riconoscimento M.I.U.R. Fra le sue più recenti pubblicazioni: La dimensione amorosa tra intimità e spiritualità, D’Ettoris, Catanzaro 2021; Psicoterapia del cuore e Beatitudini , Cittadella, Assisi 2018; Parole che trasformano. Psicoterapia dal vangelo. Cittadella, Assisi 2016

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