All’inizio dell Quaresima, nella mia chiesa parrocchiale prepositurale di Santa Maria Assunta e San Giacomo Apostolo il Maggiore, in Romano di Lombardia, vidi esposta la tela del crocifisso, solitamente appeso nel coretto di sinistra,
a lato del presbiterio, ovvero, dell’area sulla quale è posto l’altare maggiore, adibita alle sacre funzioni. Non capivo, però, quell’ombra grigia a sinistra della figura. Sembrava che non fosse la tela dell’anonimo Autore, ma una sua riproduzione su drappo grigio. Perché mai? Avvicinatomi, mi accorgevo trattarsi di un gioco ottico, causato dal faretto che illumina il pannello su cui è esposta l’opera. Capii che la mia vista aveva giocato un brutto scherzo, legato all’età, nonostante gli occhiali, e pensai come in natura, per la debolezza dei nostri occhi, non vediamo pienamente le cose materiali, similmente, accade per le spirituali, allorché siamo lenti e tardi di cuore a comprendere, come i discepoli di Emmaus (cf Lc 24,25).
Spesso, riteniamo che la sofferenza e la morte siano un ostacolo ed un male assoluto. Così, i due di Emmaus erano tristi e sconsolati, avendo perso il loro Maestro, sì da non riconoscerlo, pur essendo loro accanto. Ed io avevo innanzi agli occhi, in bella vista, la tela che mi sembrava solo una riproduzione fotografica inspiegabilmente riprodotta su un drappo grigio. Ciò a causa della luce di un faretto che causava un’ombra impropria. Mi accadeva qualcosa di simile a quanto occorse a quegli uomini della caverna di Platone. Le loro teste e colli erano bloccati in maniera che gli occhi potessero solo fissare il muro posto dinanzi a loro.
Essi erano ingannati da un enorme fuoco e, tra il fuoco e loro prigionieri, era eretto un muretto lungo il quale alcuni uomini portavano forme di vari oggetti, piante, animali, e persone. Le forme, a causa di quella luce ignota, proiettavano la propria ombra sul muro (un poco come per il mio faretto) e ciò attirava l’attenzione dei prigionieri. Sicché, i prigioneri scambiavano per realtà l’apparenza delle ombre. Non la realtà, essi miravano, ma le sue ombre che, anche noi, spesso inseguiamo!
Ho sempre apprezzato questo Crocifisso, assai diverso da quello del Murillo, vera e propria opera d’arte, e spesso lo guardo con amore, pur essendo sempre in quel coretto, nella penombra e nel silenzio, ma senza coglierne il reale significato.
Don Tarcisio Tironi, che ringraziamo per donarci ogni vigilia festiva il commento artistico-spirituale alle letture della sacra liturgia, così illustra quest’opera minore, e pur pregevole e adatta ad accendere e sostenere la nostra devozione, ovvero, a volgere lo sgaurdo a Colui che hanno trafitto e per il quale e nel quale ci muoviamo, viviamo ed esistiamo (At 17, 28).
Commento artistico – spirituale alla tela del Crocifisso, nella Chiesa prepositurale di Santa Maria Assunta e San Giacomo Apostolo il Maggiore in Romano di Lombardia nella diocesi di Bergamo, a cura di Mons. Tarcisio Tironi
L’opera, di autore ignoto, raffigura Cristo sulla croce, caratterizzato da un forte realismo anatomico e un uso drammatico della luce su uno sfondo scuro e nuvoloso.
Sopra la testa di Gesù è visibile il cartiglio con l’iscrizione INRI («lesus Nazarenus Rex ludaeorum»). La forma della tela che termina, nel lato superiore, con una curvatura a semicerchio e con decorazioni dorate agli angoli della traversa, suggerisce che il dipinto, della fine del ‘700, faceva parte di un altare.
Il corpo del Crocifisso è il protagonista assoluto.
La potente raffigurazione solitaria del Cristo su un fondo scuro, sottolinea che le tenebre e le oscurità sono illuminate solo dal Crocifisso. Nell’opera solenne e drammatica, i dettagli realistici (la croce, i chiodi, il sangue sgorgante dalle ferite, il morbido perizoma) non fanno del condannato una figura stravolta e sfigurata, ma consapevole della Redenzione.
La raffigurazione di Gesù con gli occhi aperti sulla croce è una scelta iconografica precisa dal profondo significato teologico. «Christus Triumphans» (Cristo Trionfante) è infatti la tipologia che ritrae Gesù non come una vittima sofferente, ma come il vincitore sulla morte. Gli occhi aperti simboleggiano che Egli è vivo e glorioso, unificando in un’unica immagine il sacrificio della Passione e la gloria della Risurrezione, ed esprimendo con forza il binomio umano-divino, disperazione-speranza.
L’immagine di Gesù con gli occhi rivolti al cielo sottolinea il Suo dialogo diretto con Dio Padre nel momento del trapasso, quando pronuncia le sue ultime parole, quelle riportate dal Vangelo secondo Marco: «Alle tre Gesù gridò con voce forte: “Eloì, Eloi, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» (15,34). Gesù recita l’inizio del Salmo 22, un grido di sofferenza umana che si trasforma in speranza messianica. Il dipinto ci aiuta a cogliere in Cristo l’amore di Dio per ogni persona, non solo quindi da vedere nell’arte ma da ascoltare e incontrare.
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.
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