Nelle prime tre conversazioni, abbiamo messo a confronto due figure del Campo di sterminio di Auschwitz (Oświęcim) in Polonia: San Massimiliano Kolbe e il principale comandante del campo Rudolf Höß. Un santo e colui che in quel campo organizzò e realizzò lo sterminio di oltre 2.500.000 ebrei.
San Massimiliano, durante la detenzione, giunse al massimo
dell’eroismo, anzi della santità, dando la propria vita per i suoi fratelli in espiazione dei propri e degli altrui peccati. Fedele al principio del Padre nostro, che recita rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, perdonò tutti e per tutti si sacrificò, non solo per il compagno di prigionia, al quale salvò la vita sostituendoglisi nella decimazione, ma a tutti, in vittima di espiazione per i peccati di tutti, aguzzini compresi.
Rudolf Höß nel campo raggiunse l’apice della perversione mentale e morale, tacitando la coscienza che lo tormentava ormai costantemente, fino a trascurare la propria famiglia, mostrandosi inspiegabilmente ombroso, irato, ingiusto anche con i suoi amati cari. Spesso, scappava a cavallo, cercando un poco di pace, ma pace non c’era per lui, tanti e tali i delitti commessi per obbedire a ordini di un’ Autorità soprema ritenuta infallibile (cf, p. es. nn. 2-3)
In questo modo inusitato ed insensato di obbedire, si poteva e si può vedere la follia del Mistetrium iniquitatis.
Ma poco a poco, nella pace del luogo di detenzione (nn. 8 e 4), a Cracovia, Höß esperimenta non solo la tolleranza da parte di quanti l’hanno in custodia e dei giudici del tribunale, ma la loro umanità, di cui all’inizio non pensava avesse potuto godere nei propri confronti (n. 8). Tra quei soldati, infatti, lo scrive lui stesso nel suo memoriale (Comandante ad Auschwitz – 8 aprile 2014 Einaudi) diversi avevano subito la detenzione nel campo di concentramento, eppure, con lui erano umani, lo riconoscevano come una persona.
Qui, proprio nella inaspettata quiete del carcere (n. 8) e dell’atesa della condanna, la campana del vicino Monastero delle Carmelitane lo richiamò al vivo desiderio di pace che poteva scaturire solo dal monito della coscienza, dal pentimento e dalla richiesta di perdono a Dio, come Disma sulla croce, alla destra di Gesù. Sembra una voce blasfema, questa, eppure, fu la voce di Disma, di San Disma.
I pochi testimoni alla confessione, dicono che fu una confessione lunga e drammatica e che si concluse con l’assoluzione1. Dopo essersi riconciliato con Dio –abbiamo trattato la vicenda nella precedente conversazione n. 3, Il comandante e la sua coscienza con i diversi link alle principali fonti utilizzate: QUI e la riprendiamo in questa conversazione– Höß dovette affrontare l’addio alla moglie ed ai figli.
Scrisse negli ultimi cinque giorni una lettera alla moglie, l’11 Aprile 1947, ed una ai figli, nello stesso giorno, dove dovette trovare il coraggio di esprimere tutto il suo rincrescimento per aver seguito una ideologia falsa (nn. 12.0, 12.1, 11.4), ammettendo che, in conseguenza ad essa, ma per sua responsabilità, tutta la sua vita e le sue scelte erano state altrettanto sbagliate, ricadendo per di più anche sui suoi familiari: “Il mio nome è un’infamia (n. 9.1) davanti a tutto il mondo e voi, miei poveri cari, dovreste continuamente affrontare nuove ed inutili sofferenze a causa del mio nome, e questo peso specialmente per i figli e per il loro futuro …” [Da Kolbe e il Comandante. Due uomini a confronto, Edizioni dell’Immacolata, 2001, p. 323].
Rincrescimento, orrore, rimorso … Non solo insoddisfazione per una vita (n. 7) sprecata ed offesa nel più intimo di sé e del prossimo, ma fallimento totale avendo distrutto ciò che gli era più caro, la sua famiglia! Tale fu la sua cecità! (n. 12.1). Esorta la moglie a non seguire il suo esempio negativo (n. 12.2).
Perdona loro Padre, perché non sanno quel che fanno! (Lc 23,34). Non solo Gesù invocò il perdono per chi stava uccidendo Lui, Dio, ma anche Stefano, il primo martire invocava il perdono per i suoi carnefici. Ora, proprio le sue guardie, comprendevano l’abisso infernale e l’abisso del dolore, un dolore che andava sanato.
Lettera di Rudolf Höß alla moglie Mutz
Da “KOLBE E IL COMANDANTE. Due uomini a confronto”
di Padre Ladislao Kluz
Appendice A pp. 321-326
Lettere di addio
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11 aprile 1947
Mia adorata e carissima Mutz,
il sentiero della mia vita sta giungendo al termine. Sono in- camminato verso un triste destino. Quanto sono felici i miei colleghi che morirono con onore, da veri soldati!
Sto aspettando il mio destino con tranquillità e pace.
Mi è stato più che chiaro fin dall’inizio che, dal momento in cui quel mondo al quale avevo venduto corpo e anima era stato frantumato e distrutto, io avrei dovuto perire con esso. Senza averne minimamente l’intenzione, sono diventato uno dei grandi ingranaggi delle gigantesche macchine distruttive della Germania, e ho ricoperto una delle posizioni più in vista.
2 – Come Comandante del campo di concentramento ad Oświęcim, sono stato interamente e completamente responsabile di tutto ciò che vi è accaduto, indipendentemente dal fatto che ne fossi a conoscenza o no. Infatti, sono venuto a conoscenza della maggior parte delle crudeltà e delle mostruosità che vi sono state compiute solo durante le indagini e le udienze.
È impossibile descrivere come i miei sottoposti mi abbiano imbrogliato, come abbiano agito arbitrariamente nell’eseguire i miei ordini, tuttavia, tutto ciò che è accaduto là è stato compiuto presumibilmente su mio ordine. Spero vivamente che i colpevoli non sfuggiranno alla giustizia.
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3 – Come è tragico! Io che per natura sono gentile e mite e sempre premuroso, sono diventato il più grande genocida che, a sangue freddo e in piena consapevolezza delle conseguenze, ha eseguito l’ordine di sterminio. Il lungo e ferreo addestra- mento che ho ricevuto nelle SS, mirato a trasformare ogni SS in uno strumento passivo, atto a realizzare tutti i progetti del Reichsführer, mi ha reso un automa che obbediva ciecamente ad ogni ordine. Il mio amore fanatico per la Patria, il mio esa- gerato senso del dovere, furono delle buone basi per un simile addestramento.
4 – È difficile per una persona vicina alla propria fine confessare di aver scelto, nella vita, la strada sbagliata e per questo di aver causato la propria rovina. Ma a cosa portano tutte queste riflessioni, sbagliate o giuste che siano? Per quello che ne penso io, tutte le strade della nostra vita sono determinate dall’ alto, mediante il destino, dalla Provvidenza, e sono immutabili.
5 – Questa separazione da voi tutti è per me dolorosa, amara e difficile; da te, mia adorata e amatissima Mutz, e da voi, miei sfortunati cari, che ora siete nel bisogno e nella miseria. Per te, mia povera e sfortunata moglie, nel nostro triste destino è stata stabilita la prova più dura. Oltre al dolore incommensurabile della nostra separazione, la mia grande preoccupazione è per il tuo futuro e per quello dei nostri figli. Tuttavia, mia adorata, sii forte e non perderti di coraggio.
Il tempo cura le più profonde ferite che a prima vista sembrano insopportabili. Milioni di famiglie sono state distrutte da questa guerra fatale.
6 – Ma la vita deve andare avanti. I nostri figli stanno crescendo. Spero sinceramente, mia adorata e amatissima Mutz, che ti siano date la forza e la salute necessarie per seguire i nostri fi- gli finché essi non saranno in grado di badare a se stessi.
7 – La mia inutile vita, mia adorata, fa ricadere su di te il santo compito di educare i nostri figli nel vero spirito di umanità che scaturisce dal più profondo del tuo cuore. Tutti i nostri cari figlioli
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sono naturalmente buoni. Cerca in tutti i modi possibili di sviluppare le loro buone qualità, un cuore compassionevole, una sensibilità disinteressata verso le necessità degli altri.
8 – È stato qui, nelle prigioni polacche, che ho capito cosa sia l’umanità. Come Comandante di Auschwitz ho causato alla Nazione polacca molte sofferenze e molto male, anche se non l’ho fatto personalmente, né di mia iniziativa. Tuttavia, i polacchi mi hanno dimostrato una tale umanità che mi ha profonda- mente sconcertato. Questo non è venuto solo dai più alti ufficiali, ma anche dalle guardie più comuni. Molti di loro sono stati prigionieri ad Oświęcim e in altri campi. Ora, negli ultimi giorni della mia vita, sto sperimentando un trattamento umano che non mi sarei mai aspettato. Nonostante tutto quello che è successo, essi continuano a vedere in me un essere umano.
9.0 – Mia carissima Mutz, non diventare troppo triste per i duri colpi del destino, conserva sempre il tuo buon cuore. Non per- mettere a te stessa di finire sulla cattiva strada a causa delle circostanze sfavorevoli, della povertà e della miseria che dovrai affrontare, e non perdere la fiducia nelle persone.
Cerca di allontanarti più che puoi dall’ambiente in cui ti trovi. Cambia nome, riprendi il tuo cognome da ragazza. In questo modo, certamente, non avrai difficoltà.
9.1 – Il mio nome è un’infamia davanti a tutto il mondo e voi, miei poveri cari, dovreste continuamente affrontare nuove ed inutili sofferenze a causa del mio nome, e questo penso specialmente per i figli e per il loro futuro.
Sono più che certo che Klaus avrebbe avuto la possibilità di imparare il suo mestiere se il suo nome non fosse stato Höss. Sarebbe meglio che il mio nome sparisse con me.
10 – Mi è stato concesso di spedirti, con questa lettera, la mia fede nuziale. Ricordo, con dolore e gioia, la primavera della nostra vita, quando ci siamo scambiati reciprocamente gli anelli nuziali. A quell’epoca non avevamo il minimo sospetto che la nostra vita insieme si sarebbe conclusa in questo modo. Ci siamo incontrati diciotto anni fa, più o meno in questo periodo.
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11.0 – Nonostante la strada davanti a noi fosse difficile, abbiamo intrapreso la nostra vita insieme con gioia e con coraggio. Non abbiamo condiviso molti «giorni di sole». Al contrario, ci sono state molte difficoltà, molte, molte sventure e preoccupazioni. Ma abbiamo percorso quella strada passo dopo passo. Quanto siamo stati felici con i nostri figli che tu hai serenamente e gioiosamente messo al mondo! Nei nostri figli vedevamo la realizzazione della nostra vita! La nostra costante preoccupa- zione era di educarli il meglio possibile, perché divenissero cittadini buoni e bravi.
Ora, durante la mia prigionia, molte volte mi sono tornati alla mente i nostri momenti di intimità e gli avvenimenti della nostra vita. Quante ore liete abbiamo trascorso insieme, nono- stante la miseria, la malattia, le preoccupazioni e i dolori!
Mia adorata e buona compagna, tu hai sempre condiviso con me tutte le gioie ed i dolori, completamente e fedelmente. Ti ringrazio dal più profondo del cuore per ogni cosa buona e bella che mi hai donato, per il tuo amore costante e per la cura che sempre mi hai dimostrato. Perdonami, mia amata, se ti ho in qualche modo offesa e se ti ho causato dolore.
Quanto rimpiango profondamente, adesso, ogni ora che non ho trascorso con te, mia adorata e carissima Mutz, e con i bambini, perché credevo che il mio servizio non mi permettesse di fare altrimenti e consideravo gli altri doveri più importanti di questo.
Quanto mi sono sentito felice di poter leggere le tue parole piene d’amore durante i giorni del processo! Il tuo amore e il tuo interessamento per me, come anche il dolce chiacchierio dei nostri cari figli, mi hanno dato così tanta gioia che ho ritrovato il coraggio e la forza di perseverare.
A te, mia adorata, sono particolarmente grato per l’ultima lettera che mi hai scritto domenica mattina. Era vera la tua intuizione, mia povera cara, che quelle sarebbero state le tue ultime parole che mi avrebbero raggiunto.
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Come hai espresso con chiarezza e spontaneità i tuoi sentimenti su ogni cosa! Quanta tristezza e quanto dolore si leggevano tra le righe! So bene quanto le nostre vite siano intimamente legate. Ora la necessità del distacco è davvero durissima.
Ti ho scritto, mia adorata Mutz, a Natale, il 26 gennaio, il 3 ed il 16 marzo, e spero che tu abbia ricevuto le mie lettere. Quanto poco si può dire per lettera, in queste circostanze! Quanto, di ciò che non può essere scritto, deve rimanere nel cuore! Ma dobbiamo rassegnarci.
Ti sono grato per avermi detto qualcosa di te e di avere avuto l’opportunità, mia carissima, di esprimerti quello che ho nel cuore.
11.1 – Per tutta la vita mi sono chiuso in un guscio e solo con grande riluttanza ho permesso a qualcuno di indagare nell’intimo del mio cuore, specialmente se si trattava dei miei senti- menti. Cercavo sempre di trovare un qualche modo per placare la mia inquietudine. Quanto spesso, mia adorata, ti sei preoccupata per me ed era doloroso per te, la persona a me più vicina, non poter fare nulla per la mia vita interiore.
11.2 – Per molti anni ho nascosto il mio scoramento e le mie depressioni, come pure il dubbio sulla giustizia delle mie azioni e sulla necessità di eseguire i duri comandi che mi venivano dati. Non potevo e non mi era permesso farne parola con nessuno. Per la prima volta, adesso, tu capirai, mia adorata e amatissima Mutz, la ragione per cui ero spesso depresso e sempre più inavvicinabile.
11.3 – Tu, mia adorata Mutz, e voi tutti, miei adorati, avete sofferto per questo. Voi non potevate spiegarvi la mia insoddisfazione, il mio estraniamento, il mio atteggiamento spesso rude. Ma è stato così e me ne rammarico profondamente.
11.4 – Durante il mio lungo soggiorno in isolamento nella prigione, ho avuto molto tempo e molta pace per riflettere profonda mente su tutta la mia vita. Ho analizzato accuratamente tutte le mie azioni.
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12.0 – Alla luce delle mie attuali convinzioni, oggi vedo con molta chiarezza ciò che per me è duro e amaro ammettere: che l’intera ideologia e tutto il mondo nel quale io credevo così fermamente si basavano su fondamenta totalmente false, che prima o poi dovevano crollare.
Anche la mia vita, al servizio di questa ideologia, era assolutamente falsa, benché io agissi in buona fede, credendo nella legittimità di questa idea. È perciò più che logico che ciò abbia risvegliato in me molti dubbi.
12.1 – E credo che anche il crollo della mia fede in Dio sia dipeso totalmente dalle mie false convinzioni. Era molto difficile vincerle. Ora però ho recuperato la mia fede in Dio. Non posso continuare a scrivere di queste cose, mia adorata, perché mi porterebbero troppo lontano.
12.2 – Se tu, mia amata, mia buona Mutz, dovessi trovare nella fede cristiana forza e consolazione nella tua miseria, segui ciò che ti dice il cuore.
Non permettere a te stessa di cadere in errori. In ogni caso non seguire il mio esempio. A questo proposito decidi tu. Dopo tutto, i ragazzi, andando a scuola, seguiranno uno stile di vita diverso dal mio e da quello che fino ad ora abbiamo seguito entrambi.
Quando Klaus diventerà grande, potrà scegliere lui stesso la strada che desidera seguire. E così del nostro mondo sarà rimasto solo un mucchio di macerie, dalle quali i sopravvissuti dovranno ricostruire coscienziosamente un mondo nuovo e migliore.
12.3 – Il mio tempo sta finendo. Ora devo darvi il mio saluto di addio, miei adorati, perché per me siete qualcosa di molto prezioso in questo mondo. Quanto mi è dolorosa e dura questa separazione!
Ancora una volta ti ringrazio di cuore, mia adoratissima e carissima Mutz, per tutto il tuo amore e le tue premure, per tutto ciò con cui hai arricchito la mia vita. Nei nostri carissimi e bravi figli io rimarrò per sempre accanto a te e in questo modo sarò con te sempre, mia povera e sfortunata sposa!
- Cf Manuela Antonacci,“E il boia si confessò. Quel che «La zona d’interesse» non racconta”, da Il Tomone 14 Marzo 2024 e Mercoledì 18 Febbraio 2026 QUI ↩︎
Nota bene:
Articoli precedenti:
IL COMANDANTE E LA SUA COSCIENZA
KOLBE E IL COMANDANTE. Il motivo per vivere. 11 February 2026
Massimiliano Kolbe e il Comandante uniti dall’Immacolata 29 January 2026
Link alla Playlist con all’interno i link alle fonti utilizzate. Qui le quattro conversazioni registrate.
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