Colletta
Vieni in nostro aiuto, Padre misericordioso,
perché con la tua grazia possiamo camminare sempre
in quella carità che spinse il tuo Figlio
a consegnarsi alla morte per la vita del mondo.
Egli è Dio, e vive e regna con te.
IV DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A – 08 MARZO 2026 ANNO A
Colore Liturgico Viola
Commento artistico-spirituale alla Prima Lettura di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg
Liturgia della Parola
«Così dice il Signore Dio: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi faccio uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nella terra d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi farò uscire dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nella vostra terra. Saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò”. Oracolo del Signore Dio» (Ezechiele 37,12-14).
Il brano sta al culmine della celebre visione delle «ossa inaridite». È la promessa che non esiste situazione di aridità o «morte» interiore che Dio non possa rianimare con il suo soffio apportatore di vita.
L’immagine rappresenta uno degli straordinari affreschi provenienti dalla sinagoga di Dura Europos – nell’odierna Siria – databile intorno al 244-245 d.C. e conservato presso il Museo nazionale di Damasco. Il dipinto illustra la promessa divina di restaurazione e salvezza per il popolo d’Israele, attraverso la visione biblica di Ezechiele riguardo alla risurrezione dei morti, un potente messaggio di speranza a chi desiderava ardentemente il ritorno dall’esilio. L’artista utilizza diverse «mani» scendenti dall’alto, a simboleggiare l’intervento divino che infonde lo Spirito vitale e ad evidenziare il momento in cui Dio ordina al profeta di parlare a nome Suo sopra una distesa piena di ossa umane affinché riprendano vita.
Sulla parte sinistra, Ezechiele vestito con una tunica persiana e pantaloni tipici del tempo, è afferrato per i capelli dalla Mano di Dio che lo depone in una pianura piena di ossa e, al centro, lo stesso profeta indica i resti umani che iniziano a ricomporsi in forza del comando divino. Su quella destra è Ezechiele che rivolge un braccio verso l’alto per accogliere la rivelazione e l’altro verso la montagna, spaccata in due per il terremoto, dove si vedono mezzi busti e volti, figure rappresentanti i morti che cominciano a risvegliarsi.
Arricchisce la riflessione quanto scrive nella poesia «Ezechiele» il drammaturgo e critico d’arte inglese Robert Laurence Binyon:
«[…] Ho sognato di trovarmi in una valle di ossa secche./ Ma cosa erano queste? Abbandonate, arrugginite, cumuli/ Ingombro e interiora dell’invenzione umana, ossa secche/ Gettate via dalla civiltà frettolosa,/ Il trionfo di ieri, che oggi disprezza. […] Ansimando e ronzando, forme combinate in un significato,/ usurpando il cielo, soppiantando il dolce verde,/ forme che emergono dalla fornace accecante, enorme/ gigantesca grandezza di metallo, che fa sembrare l’uomo un pigmeo,/ risuonando, strepitando, pulsando in velocità e potenza./ Orgogliosi contempliamo tutto ciò che abbiamo dominato,/ forza prigioniera e conformità voluta, precisione impressa./ Ma o divina diversità di creature,/ dove sei? Non qui in mezzo agli espedienti dell’uomo;/ nessuno può ripeterti, nessuno completarti, né annullarti».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.
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