Val la pena, per chi si accostasse a queste meditazioni per la prima volta, di priprendere per cenni la vita di Sant’Agostino. Nasce in Africa a Tagaste, nella Numidia – attualmente Souk-Ahras in Algeria – il 13 novembre 354 da una famiglia di piccoli proprietari terrieri.
Dalla madre riceve un’educazione cristiana, ma dopo aver letto
Ortensio di Cicerone abbraccia la filosofia aderendo al manicheismo. Risale al 387 il viaggio a Milano, città in cui conosce sant’Ambrogio.
L’incontro si rivela importante per il cammino di fede di Agostino: è da Ambrogio che riceverà il battesimo. Ma perché Agostino si accosta ad Ambrogio, pur essendo ancora manicheo?
Agostino, uomo di grande intelligenza, cultura ed oratoria, non mancava di apprezzare i grandi oratori e già in lui, benché non battezzato, la grazia faceva intuire l’incoerenza del pensiero manicheo.
Agostino, che era professore di retorica a Cartagine mietendo successi nel campo delle arti cosiddette liberali, sentiva che il suo ingegno era speso male perché non riesciva a capire le cose veramente importanti. Le su Confessioni ci diranno: “A che mi serviva aver letto e capito da solo a vent’anni le ‘Categorie’ di Aristotele, un libro di cui solo a pronunciare il nome le gote del mio maestro cartaginese di retorica e di altre persone che passavano per erudite si gonfiavano fino a scoppiare? A che mi giova ciò? Anzi mi nuoceva addirittura. Convinto che quegli attributi comprendono perfettamente tutto ciò che esiste, mi sforzavo di capire anche te, mio Dio, essere mirabilmente semplice e immutabile. E a che mi giova l’aver letto e capito da solo tutti i trattati che potei delle arti cosiddette liberali, se allora ero schiavo disonestissimo delle mali passioni?” (Conf. IV, 28-30).
All’oratore romano Gerio aveva dedicato la sua prima fatica letteraria: ‘Il bello e il convenevole’, De pulcro et apto, ormai perduta. “Cosa mi spinse, Signore Dio mio, a dedicare quei libri a un oratore romano, Gerio, che non conoscevo personalmente? Avevo preso ad amarlo per la chiara fama della sua erudizione e per alcune parole che di lui mi erano state riferite e mi erano piaciute. Ma soprattutto mi piaceva perché piaceva agli altri, ne era esaltato e lodato. Così appunto io allora amavo gli uomini, seguendo il giudizio degli uomini e non il tuo, Dio mio, in cui nessuno s’inganna” (Conf. IV, 14.21-22).
Anche sotto l’aspetto religioso Agostino, sì manicheo, ma senza voler essere annoverato nella categoria degli “eletti”, comincia a vedere l’inconsistenza di quella dottrina.
Le favole dei manichei, specialmente nel confronto con le scienze, non lo convincono più. Fallisce anche l’incontro con il famoso Fausto di Milevi, più venditore di parole che possessore della verità.
Giungiamo al 383. Agostino ha ormai 29 anni e di Fausto scriverà: ”Poco prima era giunto a Cartagine un vescovo manicheo di nome Fausto che ammaliava molta gente con la sua dolce favella, che anch’io elogiavo pur distinguendola dalla verità delle cose che ero avido di conoscere. Badavo cioè non tanto al recipiente delle parole, quanto alla vivanda del sapere che il grande Fausto mi metteva innanzi. Lo aveva preceduto la fama di uomo versatissimo in tutte le nobili discipline, ma particolarmente erudito nelle lettere. Io che ricordavo, per averle lette e studiate, le opere di molti filosofi, trovavo più probabili le loro teorie sul mondo rispetto alle favole prolisse dei manichei. Investigando questi misteri con l’intelligenza e l’ingegno da te ricevuti, essi (i filosofi, oggi, gli scienziati) fecero molte scoperte, … (Conf. V, 3-7).
In un primo momento Agostino si avvicinerà ad Ambrogio proprio per ascoltare la sua fluente, e da tutti decantata, oratoria. Voleva vedere se l’oratoria della cattedra di Milano superasse la suadente parola di Fausto.
Benché non interessato all’inizio al suo contenuto, la favella di Ambrogio lo attrasse ed iniziò a frequentare con regolarità le sue omelie. Fu così che, allora, …
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