Iran, rischio escalation

di Pietro Licciardi

Per gentile concessione della testata online InFormazione cattolica pubblichiamo una intervista all’analista Silvia Boltuc che illustra la difficile situazione che si è creata nell’area del Golfo in seguito all’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran, che contrariamente alle previsioni, almeno da parte americana, sta resistendo mostrando che probabilmente le immagini delle imponenti manifestazioni popolari mostrateci dai media nelle scorse settimane non corrispondevano alla reale situazione del Paese.

Silvia Boltucè una analista specializzata in relazioni internazionali, energia e conflitti. In passato ha svolto consulenze per la valutazione del rischio e pianificazione operativa di missioni per enti pubblici. Ha collaborato con centri studi e agenzie media nazionali e internazionali come The Defence Horizon Journal, European Affairs Magazine, The Robert Lasing Institute; collabora con la testata Notizie Geopolitiche e soprattutto è cofondatrice e direttrice di SpecialEurasia, agenzia di consulenza specializzata in intelligence geopolitica. Con lei cerchiamo di vedere un po’ più chiaramente cosa sta avvenendo in Iran e i possibili sviluppo dell’attuale ennesima crisi

Dottoressa, per cominciare può farci una breve panoramica della realtà iraniana per quanto riguarda la sua composizione sociale, etnica e religiosa?

«La società iraniana si distingue per una marcata composizione plurale. Generalmente si tende a identificare una prevalente componente persiana, concentrata nella regione centrale del Paese; tuttavia, lungo la costa del Golfo Persico sono presenti comunità di origine araba, mentre i curdi si collocano nelle aree prossime al confine con il Kurdistan iracheno. Nella parte nord-occidentale si trovano gruppi azeri e armeni, mentre lungo il litorale del Mar Caspio risiedono popolazioni gilaki e mazandarani. A questi si aggiungono i turkmeni al confine con il Turkmenistan, i baluci nelle regioni meridionali e ulteriori minoranze di dimensioni più ridotte. L’Iran, erede di una lunga tradizione imperiale, riflette dunque, come molti antichi imperi, una significativa eterogeneità etnica. Sotto il profilo religioso, il Paese, costituitosi come Repubblica islamica, è prevalentemente sciita, nella sua declinazione duodecimana. Nondimeno, l’ordinamento riconosce e tutela le minoranze religiose: l’articolo 14 della Costituzione prescrive infatti che esse siano trattate secondo i principi di equità e giustizia propri dell’Islam. In tale contesto rientrano gli zoroastriani, espressione della tradizione religiosa più ancestrale del Paese, nonché le comunità ebraiche e cristiane. A queste minoranze sono inoltre riservati, su base costituzionale, cinque seggi parlamentari. L’unica confessione che incontra significative difficoltà di riconoscimento è quella bahá’í, in quanto postula una rivelazione successiva a quella di Maometto, il quale, nella dottrina islamica, è considerato il “sigillo dei profeti”. Tale concezione è pertanto interpretata come forma di apostasia. A ciò si aggiunge il fatto che il centro spirituale di questa religione si trova a Haifa, in Israele, circostanza che alimenta accuse di contiguità con il sionismo.».

Quanti sono i cristiani iraniani in questo momento?

«Non esiste una cifra unica e certa, ma le stime più recenti convergono su un ordine di grandezza abbastanza chiaro. Una stima del 2025 indica circa duecentomila cristiani: centocinquantamila armeni, trentamila assiri, ventiquattromila cattolici (caldei e latini) e gruppi più piccoli di ortodossi. La Repubblica Islamica ha spesso reso omaggio sui suoi media a delle festività cristiane. Recentemente è anche stata inaugurata una stazione della metropolitana dedicata alla Vergine Maria. Un dato importante per un Paese che viene spesso descritto come religiosamente intransigente».

Lei avrà seguito sicuramente lo scontro tra Iran, Israele e Stati Uniti; qual è la situazione al momento?

«La situazione appare particolarmente grave. Proprio in queste ore, Stati Uniti e Israele avrebbero colpito il giacimento iraniano di South Pars, sfruttato congiuntamente da Iran e Qatar. Teheran avrebbe reagito prendendo di mira il medesimo giacimento sul versante delle monarchie del Golfo, in particolare un’area che rappresenta il più importante polo mondiale per la produzione di gas naturale liquefatto. Tale escalation espone a rischi ben più rilevanti rispetto alla sola eventualità di una chiusura dello Stretto di Hormuz, con possibili ripercussioni significative sugli approvvigionamenti energetici e sull’andamento dei prezzi. Nei giorni scorsi, inoltre, Israele e Stati Uniti avrebbero eliminato diversi esponenti dell’apparato politico-rivoluzionario iraniano, tra cui una figura di primo piano della scena istituzionale: Ali Larijani, segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Nel complesso, si tratta di uno sviluppo particolarmente pericoloso: l’asse Washington–Tel Aviv sembra infatti orientato a neutralizzare quella componente della classe dirigente più pragmatica e potenzialmente interlocutrice, finendo per rafforzare le correnti più radicali e compromettendo ulteriormente le prospettive di un processo di distensione».

I nostri media ci hanno fatto vedere quelle che sembravano imponenti manifestazioni contro il regime, che però a quanto pare, nonostante la morte dell’ayatollah Al-Khamenei, resiste e addirittura contrattacca sul piano militare. Evidentemente, a molti iraniani il regime teocratico sta bene. Lei che segue da tempo le vicende iraniane e centro-asiatiche, come spiega questo?

«In primo luogo, è opportuno precisare che l’Iran, sebbene in Occidente venga spesso qualificato come un regime teocratico, non si configura — secondo numerosi esperti di diritto, anche italiani — come un sistema rigidamente monolitico. Esso presenta, infatti, alcuni elementi di effettiva partecipazione politica, pur con evidenti limiti e fragilità: esistono un parlamento e consultazioni elettorali che, sebbene non pienamente libere, introducono dinamiche non del tutto riconducibili a un modello teocratico puro. Le manifestazioni si sono effettivamente verificate, anche con una partecipazione significativa; inoltre, le autorità — dal governo al Presidente della Repubblica, fino alla Guida Suprema, oggi scomparsa — avevano in una certa misura riconosciuto il diritto di protesta, invitando i manifestanti a esprimere le proprie istanze attraverso rappresentanti. Il governo effettivamente ha anch’esso responsabilità rilevanti rispetto alla difficile situazione interna: oltre agli effetti di oltre quarant’anni di embargo, si registra, infatti, una diffusa corruzione all’interno dell’apparato statale. Le proteste, tuttavia, sarebbero state successivamente infiltrate, secondo alcune fonti poi confermate, da agenti stranieri, contribuendo a una degenerazione da forme inizialmente pacifiche a manifestazioni violente, cui è seguita una repressione particolarmente dura».

Secondo i nostri media ci sarebbero numerose vittime

«Il numero delle vittime rimane incerto. In ambito occidentale ha trovato ampia diffusione la cifra di trentamila morti, inizialmente riportata dal Times ma accompagnata, nello stesso articolo, da una precisazione che ne sottolineava la natura non verificata. Al contrario, alcune organizzazioni umanitarie interne al Paese indicano un bilancio di circa seimila vittime, un dato comunque estremamente grave. Secondo questa interpretazione, l’escalation di violenza nelle proteste doveva contribuire a creare le condizioni per il successivo intervento militare».

Tornando al motivo per cui il governo attuale non è ancora caduto?

«Una parte significativa della popolazione continua a sostenere con decisione il governo rivoluzionario, in misura forse superiore a quanto percepito dall’esterno. Sia l’amministrazione statunitense sia quella israeliana appaiono deluse: si attendevano infatti che, a seguito del primo attacco, la popolazione scendesse in piazza contribuendo a un rovesciamento del governo, eventualità che non si è verificata. Permane dunque un consenso non trascurabile, sebbene non unanime. Inoltre, un Paese sottoposto a un attacco esterno — soprattutto con una storia come quella iraniana — tende fisiologicamente a ricompattarsi attorno alla propria leadership, rimandando le questioni politiche interne a una fase successiva, una volta ristabilite condizioni di sicurezza. È altresì evidente che, nella percezione di una parte rilevante della popolazione, Stati Uniti e Israele non sono considerati attori che abbiano contribuito positivamente al benessere del Paese. L’attacco all’Iran, infatti, si è diretto anche ad infrastrutture civili, uccidendo molti bambini, e al patrimonio culturale del Paese, danneggiando irreparabilmente parte dei suoi monumenti che erano inseriti nella lista Unesco».

Come anche lei ha detto, si descrive l’Iran come regime teocratico, oscurantista e dittatoriale. Però ci risulta, sempre che la notizia sia vera, che una troupe della CNN è stata inviata nei giorni scorsi a Teheran per svolgere un reportage sul paese. Come interpretare questo fatto?

«È un aspetto che continua a suscitare particolare interesse: dall’interno dell’Iran, infatti, le informazioni riescono comunque a filtrare. Naturalmente, alcune immagini e notizie sono considerate sensibili per ragioni di sicurezza, anche alla luce del fatto che il Paese è ritenuto esposto a infiltrazioni di intelligence straniere, e una certa forma di censura appare inevitabile, soprattutto in fasi di forte instabilità interna. Ciò nondimeno, l’Iran ha consentito l’ingresso di giornalisti internazionali, come già avvenuto in precedenti circostanze. Un inviato della Cnn, ad esempio, ha documentato il conflitto direttamente dal territorio iraniano, e numerosi video stanno circolando senza particolari ostacoli. Le autorità, inoltre, non sembrano occultare le perdite umane, il che suggerisce, sotto questo profilo, un certo grado di trasparenza nella fase attuale. Diversa appare, per contro, la gestione dell’informazione sul versante israeliano, dove emerge l’esigenza di preservare una narrativa di successo dell’operazione, funzionale al mantenimento del consenso interno. In questo quadro, non verrebbero diffuse immagini dettagliate dei danni, ad esempio a Tel Aviv, né confermati in modo sistematico i dati relativi alle vittime. Alcune testate israeliane hanno persino riferito della rimozione di telecamere private, al fine di limitare la diffusione di contenuti visivi non controllati».

In quale quadro geopolitico si colloca l’Iran islamico e sciita? Su quali alleanze può contare?

«L’Iran sembra trovarsi di fronte a una serie di sviluppi inattesi e sfavorevoli, in quanto il sostegno ricevuto appare inferiore rispetto alle aspettative. Alcuni Paesi considerati partner, seppur talvolta su basi prevalentemente commerciali o infrastrutturali, hanno preso le distanze, mentre altri, per evidenti ragioni di opportunità geopolitica, hanno evitato di condannare l’attacco al Paese, concentrando invece le proprie critiche sulle ritorsioni missilistiche dirette verso le monarchie del Golfo. Al momento, le principali voci apertamente favorevoli a Teheran sembrano essere quelle di Cina e Russia, cui si aggiunge anche l’Oman che, nonostante sia stato coinvolto indirettamente nelle tensioni, continua a mantenere una posizione improntata al dialogo. Proprio l’Oman, del resto, svolge da decenni un ruolo significativo di mediazione diplomatica, adoperandosi per favorire un accordo equo e duraturo che possa contribuire alla stabilizzazione e alla pace nella regione».

Russia e Cina come si stanno muovendo?

«Hanno fornito supporto in termini di armamenti e capacità tecnologiche, tra cui sistemi radar e strumenti di osservazione satellitare, al fine di consentire all’Iran di individuare e monitorare i movimenti degli asset statunitensi dispiegati nella regione, nonché di intercettare gli attacchi israeliani. Non si è tuttavia registrato un coinvolgimento diretto, anche perché tale eventualità non rientra nei termini della partnership esistente e, fintanto che il quadro rimarrà invariato, è improbabile che si verifichi. Va inoltre rilevato che non risulta essere stata avanzata da Teheran alcuna richiesta formale in tal senso. Parallelamente, Russia e Cina stanno intervenendo sul piano diplomatico, in particolare in sede Onu, dove hanno sollecitato una riunione d’urgenza del Consiglio di Sicurezza ed espresso sostegno alle posizioni iraniane. Le loro dichiarazioni sono state, peraltro, esplicite sia nella condanna degli sviluppi in corso sia nel richiamare quelli che vengono definiti doppi standard occidentali. Allo stato attuale, Mosca e Pechino sembrano configurarsi come i principali, se non gli unici, interlocutori su cui Teheran possa fare affidamento con una certa continuità».

Quali conseguenze avrebbe un’eventuale caduta dell’attuale regime, la salita al potere di un governo meno ostile all’America e all’Occidente? Perché si potrebbe pensare che gli Stati Uniti abbiano attaccato l’Iran non tanto per sostenere l’opposizione interna quanto per fare lo sgambetto alla Cina e alla Russia, che nel paese hanno parecchi interessi e soprattutto per la Russia l’Iran rappresenta un corridoio verso gli oceani.

«In primo luogo, la destabilizzazione del Golfo e dell’Iran potrebbe, nelle intenzioni di Stati Uniti e Israele, produrre una serie di vantaggi strategici, sempre che la situazione non si ritorca contro di loro, eventualità che, allo stato attuale, non può essere esclusa. Come opportunamente evidenziato, l’Iran rappresenta un nodo cruciale del corridoio a guida russa di trasporto Nord-Sud, configurandosi come snodo terminale verso l’India. A seguito delle sanzioni, la Russia ha progressivamente riallocato i propri flussi commerciali verso il versante asiatico, privilegiando tale direttrice in alternativa a quella settentrionale. Parallelamente, anche la Cina aveva avviato significativi investimenti in corridoi terrestri transitanti per l’Iran, quale alternativa alla rotta marittima dello Stretto di Malacca, sottoposta alle manovre di contenimento statunitense. A ciò si aggiunge il consistente impegno cinese sia nei Paesi del Golfo sia nelle infrastrutture iraniane; tuttavia, l’attuale contesto compromette la capacità di Pechino di importare idrocarburi da tali aree, mentre le infrastrutture risultano in parte gravemente danneggiate. Un ulteriore elemento, non meno rilevante, riguarda la dimensione monetaria: una quota significativa dell’influenza statunitense deriva dal fatto che le transazioni internazionali di petrolio e gas avvengono prevalentemente in dollari. Negli ultimi anni, tuttavia, diversi Paesi soggetti a sanzioni avevano iniziato a esplorare modalità alternative di scambio in altre valute; la destabilizzazione in atto sembra ora frenare, se non temporaneamente arrestare, tali dinamiche.».

Tornando ad un eventuale cambio di governo?

«L’ipotesi di un governo iraniano più vicino all’Occidente appare, allo stato attuale, poco realistica. Stati Uniti e Israele non sembrano aver costruito un’alternativa politica credibile e radicata nel Paese. In passato si è fatto affidamento su figure considerate potenzialmente spendibili, come Reza Pahlavi, figlio dell’ultimo scià, oppure sull’organizzazione dei Mojahedin-e Khalq guidata da Maryam Rajavi; tuttavia, tali opzioni godono di un consenso limitato, prevalentemente nelle diaspore, e non dispongono di un reale radicamento interno. Lo stesso Donald Trump ha riconosciuto l’impossibilità di imporre leadership esterne alla società iraniana. Al contempo, si osserva una dinamica che rischia di compromettere ulteriormente ogni prospettiva di dialogo: l’eliminazione o l’indebolimento delle figure più pragmatiche all’interno dell’establishment iraniano. Queste vengono progressivamente sostituite da esponenti più intransigenti. Personalità considerate relativamente aperte al confronto lasciano spazio a profili appartenenti all’ala più dura, come nel caso di Saeed Jalili, spesso indicato tra i rappresentanti di una linea particolarmente rigida e possibile sostituto di Larijani. In tale contesto, anche gli equilibri interni alla leadership religiosa e politica potrebbero subire un’evoluzione significativa. La posizione storicamente attribuita ad Ali Khamenei, che aveva espresso, attraverso una fatwa, il rifiuto dello sviluppo di armi nucleari, potrebbe non essere necessariamente condivisa da eventuali successori, soprattutto in un clima segnato da forti tensioni e traumi. Alcune interpretazioni suggeriscono che determinate azioni mirate possano aver contribuito a ridurre gli spazi per una soluzione negoziale, favorendo invece una dinamica di radicalizzazione. In questa prospettiva, una regione instabile potrebbe risultare, per alcuni attori, più coerente con i propri interessi strategici rispetto a un assetto stabilizzato attraverso il dialogo».

Eventualmente esiste un’opposizione in grado di dar vita a un nuovo governo?

«Non è chiaro se il Paese riuscirà a smarcarsi dalle fazioni più estremiste. Va ricordato che il presidente iraniano Massoud Pezeshkian è stato eletto in quanto riformista. Ciò conferma quanto sostengo da anni: l’Iran stava vivendo un processo di riforma interna su spinta popolare, dirigendosi spontaneamente verso una linea meno dura, pur convivendo con correnti estremiste nel governo. Il conflitto in corso ha tuttavia concentrato il potere nelle mani dei Pasdaran e delle fazioni più radicali. In questo contesto, gli iraniani, preoccupati della difesa del Paese, tendono a non interrogarsi se a guidarli siano moderati o ultraconservatori, poiché sono questi ultimi a detenere effettivamente la capacità di protezione nazionale. Poco prima dell’attacco, è stato arrestato il leader della più grande coalizione di partiti riformisti, insieme ad altri esponenti, accusati di collaborazionismo con Israele per tentativi di cambiamento di regime; sono stati rilasciati poco dopo. Considerando la forte presenza di agenti occidentali e la vulnerabilità economica, non è da escludere che vi siano stati effettivamente contatti finalizzati a favorire aperture verso un governo più disponibile ai negoziati. Un esempio concreto del progresso riformista degli ultimi anni è la rimozione dell’obbligo del velo, che testimonia come l’Iran di oggi differisca sensibilmente da quello di pochi anni fa. Ciò non significa che le libertà civili fossero pienamente garantite, ma vi era un cambiamento in corso che, purtroppo, sembra destinato a subire una brusca frenata a causa di questo attacco, riportando il Paese indietro di vent’anni. Al momento, non emerge un’opposizione interna in grado di organizzarsi come alternativa governativa. Diversamente dal periodo della Rivoluzione, quando esistevano canali di dialogo tra partiti religiosi, comunisti e altre formazioni, oggi domina una forte polarizzazione e conflitto interno: mancano accordi e dialogo, rendendo estremamente difficile ipotizzare l’emergere di soluzioni alternative credibili.».

Si sta forse correndo il rischio di fare dell’Iran un altro Iraq e Afghanistan? Stati ingovernabili e frazionati al loro interno?

«Il rischio esiste ed è reale, ma va precisato che si tratta più di una volontà strategica attribuibile a Israele che agli Stati Uniti. Per Tel Aviv, un Iran destabilizzato risulta più gestibile di un Iran indipendente e autonomo. L’Iran possiede infatti un potenziale geografico, economico e demografico superiore a quello israeliano; qualora si allineasse con l’Occidente, potrebbe configurarsi come un attore regionale più influente e competitivo di Israele. Diversamente, paesi come Iraq, Siria o Libano, in quanto instabili, sono relativamente deboli e non costituiscono una minaccia comparabile. Al contrario, stati come Pakistan, Turchia e soprattutto l’Iran presentano caratteristiche di forza tali da essere percepiti come rischi strategici, da cui deriva l’esigenza, secondo questa logica, di destabilizzarli per limitarne l’influenza regionale.».

Ci sta dicendo forse che Israele sta puntando a diventare la potenza egemone nell’area, quindi sta cercando di liquidare l’Iran come avversario?

«Assolutamente sì. Si tratta di un piano in atto da lungo tempo e, con la recente esposizione pubblica da parte di Israele, non è più possibile liquidarlo come mera teoria complottista o come espressione di antisionismo. I politici israeliani, infatti, sono apparsi davanti alle telecamere mostrando mappe del cosiddetto “Grande Israele”, che include territori di Paesi della Lega Araba, fino all’Arabia Saudita e al Golfo. La Costituzione israeliana non definisce confini precisi, probabilmente proprio per lasciare aperta la possibilità di espansione, coerente con la natura del progetto geopolitico israeliano. In questo contesto, l’Iran finisce per svolgere un ruolo “di contenimento” per i Paesi del Golfo, i quali sono consapevoli che, qualora Teheran dovesse crollare, la minaccia si sposterebbe poi su di loro, Stati meno potenti e meno in grado di resistere autonomamente».

Secondo lei, quali possibilità ci sono di un allargamento del conflitto?

«Fino a pochi giorni fa avrei valutato basso il rischio di un allargamento del conflitto, confidando nel prevalere del buon senso. Tuttavia, comincio a temere che la crisi possa estendersi. In parte ciò è già avvenuto: il Libano subisce un pesante attacco da parte di Israele, con conseguenze umanitarie gravissime. Donald Trump ha poi cercato di coinvolgere i Paesi europei, richiedendo un intervento della Nato, ma questi si sono rifiutati, seguendo una linea che appare priva di una logica coerente. Tale rifiuto ha portato Trump a minacciare possibili ripercussioni economiche, anche attraverso l’imposizione di dazi, considerando che l’Europa dipende in parte dagli idrocarburi statunitensi. I Paesi del Golfo, pur non disponendo di forze armate particolarmente efficaci, potrebbero comunque trovarsi coinvolti. L’Iran, dal canto suo, ha rivolto pesanti minacce alla Giordania, ormai percepita come un asset strategico di Israele e degli Stati Uniti. L’Italia non risulta direttamente sotto attacco, ma l’ambasciatore iraniano a Roma ha incontrato rappresentanti della Farnesina, evidenziando che il Paese fornisce basi utilizzate per le operazioni militari; analoghi casi si sono registrati a Ramstein, in Germania, e poi ci sono stati gli incidenti minori che si sono verificati in Azerbaigian e in Turchia. Se tali episodi dovessero intensificarsi o protrarsi nel tempo, resta incerta la reazione dei Paesi coinvolti. Sorgono inoltre interrogativi sulla disponibilità di Russia e Cina a preservare i propri interessi insieme a quelli iraniani. Per Mosca, la situazione potrebbe offrire opportunità, come un alleggerimento delle sanzioni o concessioni sull’Ucraina in cambio di una posizione di neutralità; per Pechino, invece, difficilmente emergono vantaggi diretti, e un’ulteriore escalation potrebbe costringerla a intervenire. La situazione, in definitiva, resta estremamente pericolosa».

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Author: Pietro Licciardi

Pietro Licciardi, giornalista professionista dal 1991, ha collaborato con La Nazione e Il Telegrafo. Nel 1992 ha collaborato a due programmi di fascia pomeridiana della RAI e nello stesso periodo ha lavorato presso l’Ufficio relazioni esterne dello stabilimento Ilva di Piombino, per il quale ha realizzato l’house organ, curato la comunicazione interna e tenuto i rapporti con la stampa locale e nazionale. Ha successivamente svolto incarichi di ufficio stampa ed è stato addetto stampa a Roma presso la sede nazionale di una associazione di lavoratori. Inoltre, ha diretto e collaborato con diverse riviste. Tra il 1993 e il 2000 ha svolto una inchiesta sul “Mostro di Firenze” al termine della quale ha pubblicato: Gli “Affari riservati” del mostro di Firenze – Roma 2000, La strana morte del dr. Narducci. Il rebus dei due cadaveri e il “mostro” di Firenze – Derive e Approdi, Roma 2007. Altre pubblicazioni: Sussidiarietà: pensiero sociale della Chiesa e riforma dello Stato - Monti, Saronno 2000, Franchising ed impresa sociale – Franco Angeli, Milano 2003, Facility management e global service - Franco Angeli, Milano 2003.

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