Le macchine del triduo: scenografie al servizio della fede o fasti spettacolari inopportuni?

C’è una tradizione molto suggestiva che ha trovato maggiore espressione che altrove nelle valli bresciane e bergamasche: sto parlando dell’allestimento delle macchine per Sacri Tridui, imponenti apparati allestiti per importanti celebrazioni comunitarie.  La loro origine affonda le radici nel clima storico della Controriforma, in linea con la promozione in quel tempo dello stupore e del senso meraviglioso e anche quale alternativa accattivante alle feste profane e goderecce che si tenevano soprattutto nel periodo di carnevale.

Vediamo di spiegare meglio. 

I tridui sono pratiche di religiosità popolare che si celebrano nell’arco di tre giornate. In questi periodi si susseguono cicli di preghiere, predicazioni e riti con finalità di adorazione, di commemorazione o di purificazione. In particolare, possono consistere in suffragi per i defunti – e allora avvengono più tipicamente nel mese di novembre – oppure in adorazioni eucaristiche affini alle Quarantore, normalmente celebrate all’inizio o durante la quaresima. 

Nel territorio bresciano l’origine di tali pie pratiche vien fatta risalire nel Settecento allorquando, a seguito delle lotte di successione spagnola (1701-1705), si volle offrire al popolo stremato da fame, guerre e pestilenze il conforto spirituale derivante da una speranza di fede che si fa certezza: ovvero che la morte, pur virulentemente presente nella vita quotidiana, non ha l’ultima parola sulla vita umana. È solo una tappa di un cammino, una porta che si spalanca su un mondo che può essere più desiderabile[1].

La pietà, il ricordo e la preghiera verso i defunti sono sentimenti ancestrali; la consuetudine popolare di stabilire, in certi periodi, un legame forte e consolante con le anime del Purgatorio fu ben favorita dalla Chiesa, quale espressione di una salda fede ed occasione di predicazioni sui ‘novissimi’.    

Sarebbe interessante approfondire l’evoluzione storica di queste celebrazioni, che via via si arricchirono di vari elementi scenografici oltre che del coinvolgimento di predicatori di grido, organisti e cori.

L’aspetto più spettacolare in queste funzioni è quello ricollegabile alle cosiddette ‘macchine del triduo’. Si tratta di apparati scenici di tipo teatrale, a volte con quinte o elementi architettonici destinati ad uno scopo specifico: dare il massimo risalto e splendore all’esposizione del Santissimo Sacramento, in un tripudio di luci di candele, raggiere e colori sfavillanti.

L’impatto sul popolo di tale esplosione di luci era (ed è) impressionante e lo stupore di tanta bellezza riesce a suscitare le preghiere più devote. 

La diffusione delle macchine dei tridui nei territori bresciani e bergamaschi  fu ‘a macchia di leopardo’, radicandosi soprattutto nelle campagne e in alcune vallate. (principalmente in Valle Camonica).

Non tutte le parrocchie potevano permettersi l’acquisto e soprattutto l’assemblamento, lo smontaggio, e la manutenzione di meccanismi così sofisticati che necessitavano dell’opera di molti volontari abili ed esperti,  se non di fabbricieri.

Oggi residuano poche macchine dei tridui ancora in funzione: si possono citare, in un elenco non esaustivo, Bossico, Gandino, Rovetta, Schilpario, San Giovanni Bianco in provincia di Bergamo e Bienno, Bovezzo, Castenedolo, Chiari, Lonato, Manerba del Garda, Provaglio d’Iseo, Rodengo Saiano, Travagliato, Tremosine, Verolanuova in provincia di Brescia. I periodi di utilizzo sono sempre durante il mese di novembre e in quaresima (ma anche poco dopo). Per le date precise si rimanda alle comunicazioni sui siti delle varie comunità parrocchiali. 

Essendo opere di riconosciuto valore storico, artistico e culturale  (oltre che devozionale) la restaurazione degli apparati è piuttosto delicata poiché occorre conservare il più possibile le caratteristiche tipiche. Viene però fatta una concessione alla modernità, per ragioni di sicurezza: le candele a cera di una volta sono state sostituite da quelle elettriche.

Apparato scenografico di gusto teatrale


Il fascino estetico ed architettonico delle macchine del triduo, sempre più rare, resiste intatto ancor oggi e muove a curiosità non solo il devoto, il turista o lo studioso di ‘belle arti’ ma anche il teologo.

Lasciando agli esteti le considerazioni sullo splendore di queste installazioni (io stesso, pur essendo assuefatto agli effetti speciali delle tecnologie del XXI secolo, rimango sempre commosso nel vederle in funzione a coronamento del Santissimo Sacramento), è interessante valutare l’impatto teologico di questo artificio.

Sin dalla loro origine, gli apparati dei Sacri Tridui hanno dato luogo ad una disputa teologica  piuttosto polemica sulla loro opportunità. 

Il periodo barocco, preilluministico, in cui divennero popolari è caratterizzato nell’espressività artistica da una ricchezza di elementi che diventa a volte strabordante. Tale sensibilità trova un’eco anche liturgicamente con il proliferare di artifici, installazioni provvisorie, nuove forme di processioni e percorsi devozionali (ad esempio, salite al Sacro Monte, sfilate per le vie di paese o via mare di statue, etc.). Manifestazioni di fede popolare, tutte caratterizzate da particolarità folcloristiche mantenutesi in gran parte fino ad oggi. 

L’aspetto spettacolare dava però adito nel clero a sospetti e cautele. Il dilemma era questo: tanta scenografia e teatralità concorrevano ad irrobustire la fede oppure distoglievano dal giusto culto ingannando i sensi? 

Per dare sinteticamente un’idea dell’importanza della questione, ripropongo alcuni brevi passaggi di un carteggio risalente al finire degli anni Trenta del secolo scorso tra don Umberto Sigolini, parroco di Travagliato, e il suo vescovo Giacinto Tredici [2]

Lo scontro di vedute, piuttosto vivace e avvenuto in occasione delle celebrazioni delle Quarantore nel 1937, fu causato dalla presenza, ritenuta dal vescovo troppo fastosa, di un apparato che oscurava l’altare. Il vescovo aveva infatti prescritto nel suo precedente Decreto vescovile, emanato per l’abolizione degli apparati, che ‘la devozione non deve essere legata a una forma che non è secondo le prescrizioni della Chiesa’. Pertanto, il Vescovo ammonì don Umberto con queste parole: ‘(l’apparato di Travagliato) resta escluso, perché il SS Sacramento rimane esposto non sull’altare e neppure su un trono che si possa considerare una continuazione dello stesso. Anzi l’altare rimane completamente scomparso. Il lusso dell’apparato ha un carattere di scenario e non può certo sostituire la parte più importante, cioè l’altare, che manca’.

Don Sigolini espresse in seguito il suo rammarico in una lettera indirizzata al Cardinale Salotti, scrivendo: Il Vescovo si contentò di guardare le Quarantore di fianco senza scendere in platea e vederne il meraviglioso effetto, sebbene io insistentemente ne l’avessi pregato. E poi mi disse: “Mi pare che la fede e la pietà di un popolo non debba dipendere da quattro pali e da quattro assi”. Ed io gli risposi “Vorrà però ammettere Eccellenza, che ciò che colpisce i nostri sensi, il culto esterno, influisce assai sull’animo nostro e vale fortemente ad eccitare alla pietà e alla Devozione Eucaristica”.

La questione si chiuse l’anno dopo con una seccata lettera del 24 aprile 1940 i cui il presule diceva: “Dichiaro di tollerare, in via provvisoria, la macchina colla modificazione introdotta quest’anno. Dico: tollerare perché non merita di essere approvato un apparato che sostituisce, in una solenne funzione liturgica, alla sacra maestà di un altare consacrato e alla solenne architettura del tempio, un altare posticcio ed una scena a base di quinte quale può convenire ad un teatro. In via provvisoria perché il popolo dovrà essere educato ad un più sano gusto estetico e liturgico…”.

Ecco, in questi stralci di contenzioso si esprime tutta la questione, per la quale non mi sento di propendere pienamente per l’una o per l’altra parte.

Però confesso una maggiore simpatia per le ragioni di don Umberto Sigolini. Se è vero che la fede non può basarsi su artifici o su effimeri slanci emotivi a volte però può essere opportuno dare una piccola scossa ad animi intorpiditi. Facilitare l’adorazione rendendo l’eucaristia ancora più ‘adorabile’ agli occhi non può, secondo me, essere considerato qualcosa di sconveniente.  

Rimango del parere che, entro certi limiti e non indulgendo in aspetti spettacolari fini a se stessi, si possa favorire la partecipazione al culto non disdegnando una certa ‘suggestione estetica’. Del resto, il fasto dei paramenti sacerdotali, la profusione di candele, drappi, incensi, luci ed anche penombre: tutto ciò concorre a farci immergere con più attenzione nelle celebrazioni religiose. 

Siamo fatti di carne e di sensi ed abbiamo bisogno di toccare, sentire, annusare e vedere per percepire meglio la realtà. Non siamo sfere pulsanti di energia, esseri disincarnati. 

Nel Vangelo l’emorroissa sentì il bisogno di manifestare la sua fede in Gesù toccandogli la veste, così come i fedeli sentono l’esigenza di toccare con mano statue e reliquie. Strumentalizzare statue o quadri o rappresentazioni visive per indirizzare meglio la preghiera non significa adorare oggetti ma piuttosto sfruttare al meglio un canale che conduce a Dio.

Del resto, tutta l’arte contenuta nelle nostre chiese esprime questa finalità e questa tensione.

E allora, apprezzando la funzione pedagogica delle macchine del triduo, mi permetto di proporre un artificio ‘macchinoso’ che potrebbe essere utile ai nostri tempi. Soprattutto per rafforzare nei fedeli, durante la consacrazione eucaristica, la consapevolezza che in quel momento il sacerdote scompare e diventa un ‘alter Christus’. All’altare c’è solo Gesù che si dona per noi nell’eucaristia. 

Per enfatizzare questa situazione in cui il ministro di Dio deve fare un passo indietro come uomo mentre Gesù viene avanti parlando in prima persona, papa Benedetto XVI quando celebrava messa era solito porre un grande crocifisso davanti all’altare. La sua funzione era quella di nascondere il celebrante, cioè lui stesso, che si inginocchiava fino a scomparire. Rimaneva pienamente visibile ai fedeli il grande crocifisso: a significare, più precisamente, che ci inginocchiamo davanti a Lui e non al celebrante.

Ebbene, ripensando a quella semplice ed efficace lezione catechetica, mi piacerebbe che nelle nostre chiese venisse adottato un artificio devozionale simile alla macchina del triduo.

Penso ad un crocifisso mobile. Una grande croce che, al momento della consacrazione, possa scorrere su binari retrattili dalla posizione originaria dietro l’altare per arrivare dall’alto davanti alla mensa. Qui, coprendo la vista del celebrante, alle parole ‘fate questo in memoria di me’  potrebbe emanare raggi luminosi diretti verso l’assemblea dei fedeli. Per poi ritornare al suo posto da cui è partita, dopo la consacrazione. Oppure, si potrebbe pensare ad un grande crocifisso sfolgorante che, al momento opportuno, sbuca dal basso, ai piedi della Mensa Eucaristica, per elevarsi davanti ad essa attirando tutta l’attenzione dei fedeli.

Quale modo migliore per rappresentare la reale presenza di Cristo e il significato della transustanziazione eucaristica?


[1] l disegno dei tridui – il tempo e la memoria nello spazio della Chiesa, Ivana Passamani Bonomi, ed. UBI- Banca di Valle Camonica 2009, pag. 15.

[2] Op. cit. pg. 40-42.

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Author: Roberto Allieri

Nato a Pavia nel 1962, sposato e padre di quattro figli, risiede in provincia di Bergamo. Una formazione di stampo razionalista: liceo scientifico, laurea in giurisprudenza all’Università di Pavia e impiego per oltre trent’anni in primario istituto bancario. L’assidua frequentazione di templi del pensiero pragmatico e utilitarista ha favorito l’esigenza di porre la ragione al servizio della ragionevolezza e della verità. Da qui sono seguite esperienze nel volontariato pro-life, promozione di opere di culto, studi di materie in ambito bioetico, con numerose testimonianze e incontri per divulgare una cultura aperta alla vita, ancorata alla fede e alla famiglia. Collabora al Blog Oltre il giardino QUI Vedi tutti gli articoli di Roberto Allieri