
Introibo
Dalla celebrazione del Concilio Ecumenico Vaticano II molti si sono cimentati nel definire la fede come evento storico, ma che cosa significa? La storia è l’identità del soggetto, l’accadere di eventi propositivi e negativi. La storia è sempre subordinata alla Rivelazione, quindi all’accadere di Dio. La storia la si può così interpretare come dialogo tra l’Assoluto e le creatura, questo già accadde nell’antico Israele e prima ancora all’atto della creazione, ove Dio si pone alla stregua dei progenitori definendoli “cosa molto buona” nonostante l’utilizzo infausto della libertà.
La storia è l’attributo di Dio
Ancora oggi sono valide le seguenti istanze: da dove veniamo? Che senso ha l’essere? Verso chi siamo diretti? L’uomo post contemporaneo però non sempre riesce a fornire risposte, perché elimina l’archè e in conseguenza la sua facoltà che lo contraddistingue: la ragione. Chi si scinde da Dio indubbiamente vive una passiva esistenza, affidandosi all’esclusivismo empirico, che mai potrà saziare il languore della verità. Il fulcro della storia non è l’autodeterminazione dell’ego, ma piuttosto la subordinazione di esso alla verità soprannaturale che abbraccia la natura, portandola così a compimento. Dio necessita dell’ausilio dell’uomo, non perché sia incompleto, ma perché mediante il suo ingegno il soggetto collabora con il creatore, realizzando così la propria ed anche comune vocazione: il bene. Il bene è un ulteriore attributo divino che si può definire antropologico nella sola regula fidei. La regula fidei è la dimensione dottrinale della Rivelazione, in circolarità con la storia. Suddetti elementi non vanno scissi, in quanto la separazione può condurre a due derive: in riferimento alla sola dottrina allo gnosticismo, in particolare per chi non vive una fede sacramentale. In rapporto alla storia al relativismo, acciocché si vuole analizzare la fede in una esclusività antropologica.
Come si accede alla Rivelazione?
La Rivelazione si dispiega anzitutto nella Sacra Scrittura. La Bibbia è parola di Dio redatta da uomini ispirati dallo Spirito Santo. La Sacra Scrittura, come anche la Tradizione per non divenire fini a se stesse sono subordinate al Credo. Il Credo è l’identità del cristiano, perché permette di annunciare in chi si crede e in successione in cosa si crede. Si crede in Cristo che è l’incarnazione di Dio e nella Chiesa quale sua sposa. Il Credo diviene così fondamentale per consentire ermeneutiche bibliche secondo il pneuma e non in base alle ideologie. La Scrittura è in seguito circolare alla Tradizione quindi agli insegnamenti del Magistero della Chiesa, alla liturgia, all’esempio dei numerosi Santi che in differenti modalità sono stati servi della Parola. È doveroso in tal frangente, far capo al nesso tra Parola e liturgia, soprattutto eucaristica. Sia la Scrittura che l’Eucaristia nutrono il credente. La Parola di Dio come ricorda la Dei Verbum è un rapporto di amicizia, predilezione verso l’uomo. La Parola va certamente compresa con l’ausilio della ragione congiunta alla grazia che apre il cuore a Dio. La Bibbia se è intesa così, conduce all’incontro con Cristo. La liturgia diviene ovviamente il contesto privilegiato in cui la Parola di Dio si dispiega, non solo perché viene proclamata all’interno della celebrazione Eucaristica, ma perché in unione al pane immortale consente all’uomo di vivere di Cristo.
Rivelazione e coscienza
Il gesuita Karl Rahner coniò il concetto dei cristiani anonimi, quindi di coloro che non essendo battezzati, ma condotti dalla coscienza conducono una vita retta, tali da poter giungere a Dio. È codesta una affermazione giusta, ma non esaustiva, perché extra Ecclesia nulla salus. Dio offre la salvezza anche a coloro che non hanno conosciuto il Figlio, ma l’equipollenza delle religioni non è plausibile. Le religioni non si equivalgono. Cosa si intende per coscienza? Dio risiede nelle coscienze? La coscienza è il “santuario” che ci mette in contatto con Dio. Essa non può essere arbitraria a se stessa, ma deve essere formata e guidata dalla verità oggettiva, se no diviene fine a se stessa facendo perdere all’uomo la libertà. La coscienza va così educata alla comprensione dell’Assoluto mediante la Parola e la liturgia. In riferimento ai cristiani anonimi, si ricorda ai battezzati che a loro molto è stato dato e molto verrà richiesto. La coscienza è oggetto di studio sia della filosofia classica e moderna ed ovviamente della Teologia. Sant’Agostino riprendendo il modello neoplatonico, lo approfondisce nell’ottica della relazione. Per Agostino la coscienza è il percorso interiore verso Dio. Il conosci “te stesso” non è un “viaggio psicoanalitico” ma piuttosto un processo di ricerca della verità, che implica il ritornare se stessi, quindi definirsi a Imago Dei e non a Imago Hominis. La coscienza è propensione alla luce divina . Nel Soliloqui(sua opera) riconosce che il desiderio dell’anima è conoscere Dio. Per Agostino quindi l’indagine dell’uomo coincide con quella su Dio. La verità abita nell’uomo. San Tommaso d’Aquino afferma a differenza di Origene che la coscienza non è una facoltà autonoma, ma atto della ragione pratica, che applica la legge naturale a casi concreti, che definirà buoni o malvagi. L’Aquinate intende la coscienza sempre a livello morale, che agisce così sull’intelligibile, ma anche sul razionale e in successione sul libero arbitrio che può condurre anche al peccato.
Rivelazione e libero arbitrio
Il libero arbitrio è la facoltà innata dell’io, esso è detenuto da tutti, eccetto taluni casi, quindi di soggetti che non sono consapevoli di se stessi. La libertà cosa è? Essa è la conoscenza della verità, che ci fa liberi(Gv. 8, 32) l’uomo è libero nella conoscenza della sola verità, che va conosciuta attraverso la ragione, ma anche l’affermazione. Attraverso la ragione si intende la dimensione contenutistica della fede. Mediante l’affermazione significa riconoscere che la Rivelazione accade nella storia quotidiana del credente, ove il sé correlato al libero arbitrio è chiamato scegliere. In riferimento sempre al libero arbitrio, l’io se è sottoposto alla verità progredisce verso la predestinazione. Il canone 1776 del CCC afferma:
« Nell’intimo della coscienza l’uomo scopre una legge che non è lui a darsi, ma alla quale invece deve obbedire e la cui voce, che lo chiama sempre ad amare e a fare il bene e a fuggire il male, quando occorre, chiaramente parla alle orecchie del cuore . L’uomo ha in realtà una legge scritta da Dio dentro al suo cuore. La coscienza è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria »
Rivelazione secondo il polo dottrinale
Il polo dottrinale, definibile anche metafisico propone la Rivelazione come un dualismo tra fede e ragione. L’uomo ha come fine primo e ultimo Dio che può essere compreso alla luce della ragione, la quale però a causa della sua limitatezza, necessita della fede, per non cedere all’errore. La fede non modera la ragione, ma l’accresce ricordando ad essa che la sua origine è nell’Assoluto. La ragione serve a dimostrare i preamboli della fede, quindi quelle verità necessarie alla fede stessa. La ragione chiarisce per quanto le concerne la fede, scindendo le obiezioni vere da quelle false. La ragione è sì autonoma, ma se va in contrasto con la fede significa che sta errando. Il modello neoscolastico, che predilige il polo dottrinale ribadisce che la Rivelazione è atto di Dio che si manifesta all’uomo attraverso il naturale e il soprannaturale.
- Naturale: Dio si manifesta nel creato, permettendo all’uomo di conoscere la sua esistenza e potenza(cfr. Atti 17, 28).
- Soprannaturale: è l’avvento gesuano quindi la concretizzazione dei racconti veterotestamentari. L’A.T. lo si può definire il gramma, ossia è il discorso su Dio che è propedeutico al N.T. il cui cuore è il Kerygma pasquale. La neoscolastica, riproponendo il pensiero medievale offre una “ratio veritatis” superando la visione esternalista ove Dio è colui che dall’esterno detta le leggi. La neoscolastica accentua il cammino di fede verso l’Assoluto con l’ausilio della ragione attiva.
La Rivelazione secondo il modello patristico
Il modello patristico propone la Rivelazione come graduale processo il cui culmine è Gesù Cristo. La Rivelazione la si comprende mediante gli atti e i fatti. Per fatti si intende l’incarnazione, le teofanie, il cui principio è la morte e risurrezione di Cristo. Per atti si fa riferimento ai miracoli, eventi soprannaturali, il cui Alfa è l’Eucaristia miracolo per eccellenza, dal quale ogni portento scaturisce. Tra i differenti Padri si cita san Bernardo di Chiaravalle. Per il monaco la Rivelazione è un graduale processo, che conduce alla visione di Dio partendo “dall’ombra della fede” sulla terra. Ombra della fede quale significato? La vita viene pensata come un’ombra o uno specchio confuso, ma allo stesso tempo è preparazione alla luce piena che è la fede. Vivere alla luce di Cristo significa cibarsi della sua carne ed avere come ausiliatrice Maria. Come si manifesta per Bernardo la Rivelazione? Mediante la conoscenza di sé e di Dio, l’esperienza mistica e l’intercessione mariana.
- Conoscenza di sé: l’ignoranza è causata dalla superbia, che è oscurità di Dio. La conoscenza diviene così forma di apertura alla Somma Sapienza e al timore di Dio.
- Esperienza mistica e contemplazione: nell’ascesi ricorda san Bernardo di Chiaravalle si può seguire il cammino dei dodici gradi dell’umiltà:
- Temere Dio e ricordare i suoi comandi.
- Dica il monaco poche e ragionevoli parole, mai con voce alta.
- Non sia facile né pronto al riso.
- Tacere se non si è interrogati.
- Rispettare ciò che richiede la regola comune del monastero.
- Considerarsi e dichiararsi inferiore a tutti.
- Riconoscersi e credersi inutile a tutto e indegno di tutto.
- Confessare i peccati.
- Per obbedienza abbracciare pazientemente le difficoltà e le traversie.
- Sottomettersi agli anziani in piena obbedienza.
- Non amare la propria volontà.
- Difendersi dal peccato in ogni momento con il timore di Dio.
Maria: è la guida perfetta per giungere a Gesù. Lei protegge nei pericoli, nelle incertezze ed è un esempio da seguire. Bernardo la invoca con costanza e la definisce come coLei che prepara all’incontro divino.
Grazia e perseveranza: la Rivelazione non è sola conoscenza, non la si deve ridurre ad una gnosi. Essa è un dono che necessita della penitenza e perseveranza, per giungere alla pura conoscenza di Dio.
Rivelazione secondo il polo storico
Il polo storico non è il Gesù storico. Il Gesù storico è una deriva teologica, originatasi negli anni Ottanta del Novecento in ambito protestante, ove per comprendere le origini e soprattutto il senso della Sacra Scrittura si è giunti a mettere in discussione la Rivelazione stessa. In suddetto modello infatti si scinde la persona di Cristo dalla fede. Gesù risulta essere un predicatore, un profeta ebreo che annuncia la venuta del Regno di Dio. Il Cristo della fede è invece la costituzione della figura di Gesù da parte della comunità cristiana primitiva, che lo definisce il Salvatore. Il Cristo della fede avrebbe poi assunto una accurata elucubrazione teologica con l’avvento di Paolo che mediante le categorie greche ha definito la relazione di Cristo con il Padre. Uno dei molteplici fautori del Gesù storico fu Bultmann che definì i Vangeli come delle narrazioni piene di miti, per esempio i miracoli, gli esorcismi che Gesù ha compiuto. Ciò che conta è il Kerygma, da codesti personalizzato, infatti si scinde Gesù dal Cristo. In cosa consta la storicità della fede? Essa consiste nel riconoscere la viva ed effettiva presenza di Cristo quale Logos di Dio che si manifesta nella Parola, nella Tradizione ed anche nei dogmi verità alle quali il credente offre un attivo assenso di fede. In riferimento a quest’ultimo, il dogma lo si può definire verità divina, che sviluppandosi nella storia, mantiene una continuità con la verità rivelata, contrastando così il relativismo. La verità viene poi annunciata nella Chiesa che è forma storica della Rivelazione, affinché tutti i credenti possano accedere alla conoscenza di Dio.
La Teologia della Liberazione è in contrasto con la Rivelazione
La Teologia della Liberazione è nata nel 1968 a Medellin con il presupposto di liberare gli indigenti dalla povertà sociale, politica ed economica. I fautori di suddetto modello definiscono la storia della salvezza narrata nella Bibbia come una manifestazione di liberazione sociale da parte di Dio. Il culmine di codesta lotta si attua con la venuta di Cristo. I poveri sono e sempre saranno soggetti di predilezione teologica(si legga la Rerum Novarum) ma le modalità attuate dalla Teologia della Liberazione sono in contrasto con la fede; in quanto i suoi fautori hanno ridotto la Bibbia e il Vangelo ad uno strumento marxsista per contrastare le ingiustizie sociali. Tale modello inoltre conduce ad una politicizzazione della fede, confondendo così il Regno di Dio con i progetti terreni. Si ricorda che la prima forma di ingiustizia sociale è il peccato, da cui derivano le ulteriori ingiustizie. Se il cuore dell’uomo diviene un covo di odio, l’ingiustizia farà da padrona a livello sociale oltre che personale. Il marxsismo non è la soluzione al contrasto alla povertà. Non si può considerare l’uomo nell’esclusivo macrosistema economico, scindendolo dal soprannaturale. La prima forma di liberazione è dal peccato, quale attaccamento al male, che se non estirpato, conduce alla corruzione personale e comunitaria.
Rivelazione e tempo
Che cosa sia il tempo è una delle domande più disarmanti che l’uomo si è posto fin dalla sua venuta sulla terra. Sant’Agostino pone la questione all’inizio dell’undicesimo capitolo del libro delle Confessioni dove medita sulla creazione del mondo: in principio Dio creò il cielo e la terra. Principio cosa significa? Si tratta di un istante? Di un inizio cronologico? Sant’Agostino non crea una teoria astratta, ma da una forma di esperienza sensibile: il tempo ci accompagna in ogni istante, anche se non si può definire in toto. Per Agostino il tempo è un paradosso vissuto, infatti spesso si parla di passato, presente e futuro, ma se ci si pensa il passato non c’è più, il futuro non ancora e il presente se lo si prova a misurare non ha estensione. Il tempo chiosa Agostino è qualcosa di esterno, ma anche presente nell’anima. Esso è un flusso oggettivo di eventi, una modalità che consente una tensione interiore. Il tempo quindi è vita, prima ancora che entità di misura. Si evince che l’uomo non è semplicemente essere che passa nel tempo, ma una creatura capace di unire ciò che è stato, con ciò che è e sarà. Il tempo ricorda Agostino può disperdere la persona, ma farla anche redimere. Il tempo presente è così il luogo in cui avviene la conversione. La conversione è atto di memoria, ma anche futuro, perché apre alla speranza. Il tempo è così lo spazio escatologico ove in libertà, il soggetto decide verso chi orientarsi: il bene oppure il male. Nei Salmi il tempo spesso è protagonista. C’è il tempo del lamento, del silenzio, della supplica, ma anche della lode. Il tempo della prova poiché non è tempo perso, purché sia invocazione a Dio. Il tempo è così compreso nell’ottica escatoligca, nell’accezione della speranza visibile, che consta nell’hodie della Parola di Dio in circolarità con la sacramentalità eucaristica. In questa considerazione la storia ha senso, perché ogni dì si realizza per l’uomo il Verbum Dei.
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