Nel 1993 Papa Giovanni Paolo II istituì la Giornata Mondiale del malato, da celebrarsi nel giorno in cui la Chiesa fa memoria della Beata Maria Vergine di Lourdes.
Ogni apparizione mariana ha avuto una sua specificità, e Lourdes aveva posto fortemente l’attenzione sulla sofferenza dei malati. Così, questa giornata celebrata in tale significativa data vuol essere per tutti i credenti sia un momento forte di preghiera, di condivisione, di offerta della sofferenza per il bene della Chiesa, sia un momento di riflessione, un invito a riconoscere nel volto del malato il volto stesso di Cristo che, soffrendo, morendo e risorgendo ha operato la salvezza dell’umanità.
Le domande di fondo poste dalla realtà della sofferenza, infatti, e l’appello a recare sollievo sia dal punto di vista fisico che spirituale a chi è malato interpellano tutte le coscienze sui limiti della fragile condizione umana.
UN SOSTEGNO NECESSARIO PER CHI VIVE UN CALVARIO
Nei luoghi di ricovero e di cura – ospedali, cliniche, centri per disabili, case per anziani o nelle proprie abitazioni – tante persone conoscono il calvario di patimenti spesso ignorati, non sempre idoneamente alleviati, e talora persino aggravati per la carenza di un adeguato sostegno.
Negli anni della pandemia la solitudine è stata la tragica condizione in cui si sono trovati centinaia di migliaia di persone, che “per ragioni di sicurezza” non potevano ricevere visite durante il ricovero ospedaliero.
Per non parlare degli anziani in RSA, che periodicamente venivano chiuse alle visite anche per un solo caso di Covid presente nella struttura, con sofferenze psicologiche inenarrabili per gli ospiti. E quante persone sono morte senza avere accanto nessuno dei propri cari, senza ricevere gli ultimi Sacramenti, in una solitudine angosciante.
L’UOMO VIENE PRIMA DEI PROTOCOLLI
È bene ricordare che dietro la malattia c’è sempre un volto, un’anima, una storia, un individuo: l’uomo viene prima dei protocolli.
Occorre fermarsi e ascoltare il malato ed entrare in empatia con lui, facendosi carico della sua sofferenza: questo può essere un sostegno e una consolazione per chi sta soffrendo.
Occorre dare significato e valore all’angoscia, all’inquietudine, ai mali fisici e psichici che accompagnano la nostra condizione. Quale giustificazione trovare per il declino della vecchiaia e per il traguardo finale della morte che, malgrado ogni progresso scientifico e tecnologico, continuano a sussistere inesorabilmente? I cristiani hanno da duemila anni una risposta, che è Cristo stesso, Verbo incarnato, redentore dell’uomo e vincitore della morte. Solo in lui è possibile trovare la risposta a tali fondamentali interrogativi. Alla luce della morte e risurrezione di Cristo la malattia non appare più come evento esclusivamente negativo: essa è vista piuttosto come una “visita di Dio”, come un’occasione per far nascere opere di amore verso il prossimo, per “trasformare tutta la civiltà umana nella civiltà dell’amore” come scrisse Giovanni Paolo II nella Lettera Salvifici Doloris.
LA CONSOLAZIONE DEL MALATO
Non lasciare il malato nella solitudine è una forma di carità: “visitare gli infermi”, che è un invito rivolto da Cristo a tutti i suoi discepoli. È un vero e proprio ministero, quello della consolazione, che è compito di ogni battezzato, memore della parola di Gesù: “ero malato e mi avete visitato (Mt 25,36)”.
La storia della Chiesa e della spiritualità cristiana offre di ciò amplissima testimonianza. Lungo i secoli sono state scritte pagine splendide di eroismo nella sofferenza accettata ed offerta in unione con Cristo. E pagine non meno stupende sono state tracciate mediante l’umile servizio verso i poveri e i malati, nelle cui carni martoriate è stata riconosciuta la presenza di Cristo povero e crocifisso.
Questa logica dovrebbe trasferirsi auspicabilmente anche alle scelte politiche, che dovrebbero mettere al centro la dignità della persona umana e dei suoi bisogni, e favorire strategie e risorse necessarie per garantire ad ogni persona l’accesso alle cure, e impedire il fenomeno emergente dell’abbandono terapeutico, specie dei più fragili.
PAROLE CHE CURANO. PERCHÈ LEGGERE GUARESCHI FA BENE
Giovannino Guareschi è un autore che ha fatto un uso straordinario della scrittura: non si è limitato a divertire – e spesso anche a commuovere- ma addirittura le sue parole risultano spesso un vero balsamo per l’anima.
Questo libro è stato scritto da un appassionato cultore di Guareschi che è anche un medico.
È dunque un viaggio nel Mondo Piccolo dello scrittore italiano più letto al mondo – ma snobbato dalla critica ufficiale- per trarre tutto il buono di Guareschi, utilizzandolo per curare lo spirito ma anche il corpo.
Guareschi ha dedicato diversi racconti al curare, ai medici, alla malattia, alla morte, e anche a temi bioetici come l’eutanasia e l’eugenetica. L’autore del libro è andato a cercare tra racconti anche dimenticati, tra le vecchie pagine del Candido, il settimanale diretto per lunghi anni da Giovannino.
Ha trovato un confronto e un conforto con le parole di Guareschi, e ne ha tratto la conclusione che sono davvero Parole che curano.
In un tempo in cui assistiamo ad un cambio di paradigma della Medicina, scopriamo come prendersi cura del prossimo.
Don Camillo usa la speranza come farmaco. Davanti alla malattia, anche gravissima, non è mai rinunciatario e rassegnato. Lotta con tutte le sue forze, pur sapendo che alla fine la volontà di Dio è sempre da accettare. Ma la volontà di Dio, non quella dell’uomo.
Giovannino Guareschi rimane una straordinaria risorsa a disposizione di chi voglia aiutare il prossimo. Uno scrittore che continua ad essere un esempio di uomo libero, di saggezza, di sensibilità, di umanità.
Le parole di Guareschi sono parole che curano, e l’augurio è che possano essere sempre più conosciute e utilizzate
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