Rivisitare i temi e le mode ideologiche, connesse alla rivoluzione francese, può essere opportuno per riflettere in modo più disincantato di fronte alle sirene politico economiche del nostro tempo e dei nostri giorni, anche di questi ultimissimi giorni.
Marcello Giuliano
Senza bisogno delle elezioni diversamente democratiche avvenute in Moldavia e Romania, molte persone hanno compreso che le opzioni presentate dalle maggioritarie fazioni politiche rappresentano solamente un bivio fra due o più
strade immancabilmente ricongiunte, almeno nelle tematiche importanti, dietro la curva del teatrino mediatico.
‘Un tempo si che c’era libertà’
‘Un tempo si che c’era libertà’, piangono coloro che ancora non comprendono che l’epoca dei cosiddetti diritti, dall’aborto al divorzio ad altri suicidi, era l’inizio di un eterodiretto programma atto a degradare religione e famiglia, rendendo sempre più le persone sole, prive di riferimenti valoriali ed esistenziali, dunque fragili, timorose, più facilmente plasmabili e governabili.
In quel periodo storico, so che spiace leggerlo, i pescatori gettavano mangime facile per attirare i pesci, per poi oggi, immersi lami ed esche, tirarli su più facilmente … gli attori e le loro intenzioni sono le stesse … solo, ora però lo capiamo, perché solo adesso inizia a mancare l’acqua.
Alquanto benemeriti per denunciare l’abbagliante costellazione di falsità, mistificazioni e censure dei mass media, i commentatori dell’informazione libera spesso rivelano una specie di blocco psicologico nel comprendere che Pinocchio, oltre a parlare nei più conosciuti canali televisivi, è stato ed è capace di scrivere anche molteplici enciclopedie, libri, manuali di ogni genere … ad iniziare da quelli di storia.
Così i nostri commentatori spesso cadono nel ridicolo, ammirando gli anni della Rivoluzione francese, durante i quali, così affermano, le persone comuni s’intestarono finalmente l’iniziativa politica e i cambiamenti sociali.
Come ben sappiamo, la realtà dei fatti non solo è diversa, ma addirittura opposta, in quanto i discendenti dei rivoluzionari sono proprio i manovratori di oggi e il popolo, con la Rivoluzione di Francia, o di Parigi che dir si voglia, si è caratterizzato per esserne la prima vittima.
Ora non voglio approfondire alcune dinamiche, testimonianti come le morti per fame, i suicidi, l’impoverimento economico, il crollo di scolarizzazione e alfabetizzazione, l’esponenziale incremento dei bambini di strada, le molteplici requisizioni, la repressione anti-cristiana. Essi furono fenomeni innescati dalla tanto cara Rivoluzione, incapace di arginarli proprio perché parte integrante della sua sostanza.
Qui mi concentro ad indicare la totale assenza di pluralismo e democrazia propria d’illuministi e rivoluzionari transalpini; fatto incontestabile anche prescindendo dal cosiddetto periodo del terrore, dalle ghigliottine riservate ai non allineati, dalle raccapriccianti deportazioni per sacerdoti cattolici e non solo.
Purtroppo, alcuni professori indicano Il contratto sociale dell’illuminista Jean Jacques Rousseau come una sorta di trattato democratico, irrinunciabile passo sulla via del governo popolare, confondendo dunque la volontà generale con volontà della maggioranza.
“Si vuole sempre il proprio bene, ma non sempre si capisce qual è”
“La volontà generale è sempre retta e tende sempre all’utilità pubblica”, affermava il nostro, tuttavia, si badi bene, “non che le deliberazioni del popolo rivestano sempre la medesima rettitudine. Si vuole sempre il proprio bene, ma non sempre si capisce qual è […]. Spesso c’è una gran differenza fra la volontà di tutti e la volontà generale; questa guarda soltanto all’interesse comune, quella all’interesse privato e non è che una somma di volontà particolari”. (J. J. Rousseau, Contratto Sociale, La Nuova Italia, Firenze 1980, 20).
Dunque – come ben rilevò l’accademico di Francia Pierre Gaxotte, giustamente critico con la Rivoluzione – quello che è bene e quello che è male lo decidono gli autoproclamati dirigenti, i soli portatori della autoreferenziale Ragione, gli unici a comprendere le autentiche necessità del popolo.
Le altre persone devono docilmente allinearsi e “chiunque rifiuterà di obbedire alla volontà generale vi sarà costretto dall’intero corpo; ciò significa solo che sarà costretto ad essere libero”. (J. J. Rousseau, Contratto Sociale, cit., 12).
“La democrazia del voi non potete non volere“
Giustamente identificata come una semplice maschera da Vilfredo Pareto, eccola dunque la cara democrazia sorta dalla Rivoluzione francese e dai suoi ammiratori.
Ben prima, e più argutamente, Augustin Cochin affermava che tale sistema rappresenta “la democrazia non del io voglio, ma del voi non potete non volere”…definizione magistrale, capace di gettare luce non solo sui contemporanei sistemi occidentali, ma anche sulla propaganda mass-mediatica degli ultimi decenni, professionista nel mascherare il male con le sembianze del bene o del necessario.
I cinquantamila cahiers de doléances
Lo storico francese viaggiò nella propria nazione, visionando circa 50.000 cahiers de doléances, scoprendo fra loro una sospetta uniformità nei contenuti e nella forma, anche a molte centinaia di km di distanza e nella differenza delle situazioni quotidiane. E’ spontaneo quindi ipotizzare coordinate azioni attuate da chi mirava ai più alti poteri, ben lontano dalle autentiche volontà delle persone comuni, soprattutto se di umili condizioni e cattoliche.
Del resto, nel cosiddetto Terzo Stato, la presenza di braccianti, contadini, operai, artigiani era pressoché nulla, rappresentati da coloro che avevano a cuore le loro volontà solo per farle diventare utili, strumentali per i propri scopi.
Ovviamente, non unendo tutti i puntini, si possono generare varie figure, utili a delineare le vicende a proprio piacimento, così molteplici manuali e altri luna park della storia spesso censurano che durante le elezioni del 1792 partecipò al voto solo il 10% degli aventi diritto, anche perché i preparativi al rito democratico furono gremiti di minacce e aggressioni a molteplici simpatizzanti e politici moderati, a volte persino assassinati, mentre nelle loro redazioni venivano requisiti beni e materiale di stampa.
Il colpo di stato del 18 Fruttidoro del 1797 per la liberté
Alle elezioni del 1797 i moderati riuscirono comunque a spuntarla, ma la liberté ebbe le sue esigenze, così, dopo nemmeno sei mesi, subirono il colpo di stato da parte dei più intransigenti rivoluzionari. Fra i protagonisti dell’azione, Napoleone Bonaparte, nome che rammenta un’altra conquista di quegli anni, la capillare coscrizione obbligatoria, con la quale s’inviarono al fronte milioni di uomini perché formassero una democratica carne da cannone a sostegno di un’altrettanto democratica epoca di guerre non solo europee.
Qualche anno prima, proprio la coscrizione rappresentò uno dei motivi che innescò l’insorgenza della Vandea, e in quegli anni, afferma Pierre Gaxotte, ben 61 degli 83 dipartimenti francesi si schierarono più o meno attivamente contro i rivoluzionari parigini e il loro inarrivabile progresso.
Dov’erano democrazia, pluralismo e libertà d’espressione? E giù i salari
Dove sta dunque la democrazia, il pluralismo, la libertà di espressione? Non certo nella Vandea, dove i rivoluzionari uccidevano anche i bambini di pochi mesi. Nemmeno negli eccidi operati in varie città, fra le quali sarà opportuno ricordare Lione, il maggior centro operario di Francia, dove vigeva una stretta alleanza fra la Chiesa cattolica e i lavoratori, i quali, prima volta nella modernità, godettero della garanzia di un salario minimo … ovviamente sostituita, dagli amici del popolo, dal divieto di superare un salario massimo.
Democrazia, pluralismo, libertà di espressione esistono solo nelle fantasie dei padroni del discorso, addirittura capaci d’indicare le spedizioni napoleoniche in Europa e in Italia come missioni per la libertà e il progresso, non certo per volontà di potere a ladrocinio.
Così, invece, il Direttorio incitava il generale ad invadere le popolazioni italiche:
L’Italia deve all’arte la maggior parte delle sue ricchezze e della sua fama; ma è venuto il momento di trasferirne il regno in Francia, per consolidare e abbellire il regno della libertà. Il Museo nazionale deve racchiudere tutti i più celebri monumenti artistici, e voi non mancherete di arricchirlo di quelli che esso si attende dalle attuali conquiste dell’armata d’Italia e da quelle che il futuro le riserva. Questa gloriosa campagna, oltre a porre la Repubblica in grado di offrire la pace ai propri nemici, deve riparare le vandaliche devastazioni interne sommando allo splendore dei trofei militari l’incanto consolante e benefico dell’arte. Il Direttorio esecutivo vi esorta pertanto a cercare, riunire e far portare a Parigi tutti i più preziosi oggetti di questo genere, e a dare ordini precisi per l’illuminata esecuzione di tali disposizioni.
Un’attraente rivoluzione all’origine della guerra e del terrore
Indicata da tutta una serie di storici e più volte vantata dai medesimi rivoluzionari, la Rivoluzione ebbe una ferrea attrazione, un’autentica vocazione per la guerra, tanto che l’armata rivoluzionaria costituì l’elemento di più evidente continuità nel lungo percorso sovversivo, tanto che, ammise lo storico di sinistra Francois Furet, ‘nella sua forma più schietta, la stessa ideologia rivoluzionaria è all’origine della guerra e del terrore’.
Del resto, hanno gioco facile quegli intellettuali che indicano proprio nella Rivoluzione francese la genesi del totalitarismo novecentesco, una delle fondamentali ispirazioni di Nazismo e Comunismo.
Ancora una volta J.J. Rousseau, nel suo scritto così ammirato dai rivoluzionari, spazza via ogni dubbio dalla mente di chi possiede la buona volontà per comprendere: “Ora il cittadino non è più giudice del pericolo a cui la legge vuole che si esponga, e quando il principe gli ha detto: ‘lo Stato ha bisogno che tu muoia’ deve morire; poiché solo a questa condizione ha vissuto sicuro fino allora, e la sua vita non è più soltanto un beneficio della natura, ma un dono condizionato dello Stato”. (J. J. Rousseau, Contratto Sociale, cit., 24-25).
Eccoci dunque, finalmente, non più cristiani ma cittadini – in un modo o nell’altro, per un’emergenza o per l’altra, e sempre ad iniziare dalle periferie economiche ed esistenziali – carne da cannone legittimamente immolata ad istituzioni più o meno lontane … sempre più lontane diremmo oggi.
Bibliografia
- Pierre Gaxotte, La Rivoluzione Francese, Oscar Mondadori, Milano 2015
- Beniamino Di Martino, Rivoluzione del 1789. La cerniera della modernità politica e sociale, Leonardo Facco Editore, 2015, 48-49
- François Furet, Critica della Rivoluzione francese, Editori Laterza, Roma- Bari 2004
- Luigi Mezzadri, La Chiesa e la rivoluzione francese, Edizioni Paoline, Cinisello Balsamo 1989
- Augustin Cochin, Le Società di Pensiero e la Rivoluzione francese, Il Cerchio Iniziative Editoriali, Rimini








