Massimiliano Kolbe e il Comandante uniti dall’Immacolata

Ho sempre guardato con dolore e amore a San Massimiliano Kolbe (Zduńska Wola, 8 gennaio 1894 – Auschwitz, 14 agosto 1941) e al Comandante di Auschwitz (Oswiecim), Rudolf Höß (Baden-Baden 25 nov 1901-Oświęcim, 16 aprile 1947).

Sembrerebbe amaro, odioso e impossibile farlo in quel contesto di persecuzione e tortura, sotto gli occhi di aguzzini e uomini sconsiderati. Eppure …

Massimiliano guardò così quegli uomini che, sviati dall’odioso principio il fine giustifica i mezzi, benché inconsapevoli del significato della vita, divennero loro malgrado strumenti inconsapevoli della santità di Kolbe. Lo capiremo meglio dalle parole che citeremo dallo splendido libro del Padre Conventuale Ladislao Kluz, Kolbe e il Comandante.

Quegli aguzzini credevano di sopprimere la voce degli intellettuali e di Kolbe, prete cattolico e, invece, l’accompagnarono all’Immacolata.

Kolbe voleva donarsi all’Immacolata fino ad essere suo, divenendo polvere e, in questo caso, dando la vita per un innocente, per tanti innocenti. Come Gesù davanti a Pilato, come San Thomas Becket (1118-1170) davanti al suo Re Enrico II d’Inghilterra che lo fece assassinare.

Kolbe e Höß da giovanetti erano entrambi candidati al sacerdozio cattolico. Il primo, per proprio desiderio, il secondo, per desiderio dei parenti. Kolbe, che già godeva di una profonda vita interiore e di preghiera, in un evento straordinario di grazia, si sentì chiedere dall’Immacolata, che gli appariva con due corone, una rossa e una bianca, quale delle due desiderasse, se il martiro o essere di grande purezza. Kolbe scelse tutte e due le corone.

Il secondo desiderava invece coprirsi di gloria nell’esercito, obiettivo che conseguì anche coprendosi, giovanissimo, sì di gloria, ma anche di un gravissimo delitto cui partecipò e che gli costò alcuni anni di dura prigione.

Entrambi intrepidi, si ritrovarono nello stesso campo, ad Aushwitz. Il primo, a patire e consolare i compagni reclusi, il secondo ad organizzare il più grande sterminio di ebrei, polacchi e di ogni genere di persone considerate non corrispondenti ai criteri germanici della razza.

Una domenica pomeriggio, alcuni sacerdoti polacchi si riunirono segretamente per la preghiera comune e per un incontro spirituale. Era la seconda metà di Luglio e Padre Massimiliano tenne un’indimenticabile riflessione sul suo argomento preferito: il rapporto tra l’Immacolata e la Santissima Trinità. – con estrema serenità, come poi ricordò Padre Corrado Szweda.

«L’Immacolata, mediante il concepimento e il parto del Figlio di Dio, è entrata in una parentela spirituale con le Persone della Santissima Trinità. In relazione al Padre, Ella è figlia, speciale figlia di Dio. Tutti noi siamo veri figli di Dio mediante la grazia, ma l’Immacolata lo è per un altro titolo e in un grado più elevato. In relazione al Figlio di Dio, Ella è la sua vera Madre. Il dogma dell’unione ipostatica attesta che la natura umana di Gesù Cristo, fin dal momento del suo concepimento, fu unita con la natura divina. Maria dunque ha generato l’Uomo-Dio. Questa dignità sublime la pone al di sopra di tutte le creature del cielo e della terra.

A motivo della sua maternità, Maria, la piena di grazia, è colmata di tutti i privilegi, coopera attivamente all’opera della redenzione e distribuisce tutte le grazie, diventando perciò mediatrice in favore di tutta l’umanità. Colei che ha generato “l’Unigenito del Padre, pieno di grazia e di verità”, ha ottenuto, come afferma san Tommaso, privilegi maggiori delle altre creature. In relazione allo Spirito Santo, Ella è la sua Sposa, perché ha concepito per opera sua.

Maria è anche Madre del Corpo Mistico di Cristo. Quindi Ella è la nostra vera madre e noi siamo i suoi figli, come attesta quanto ci viene riferito dall’evangelista Giovanni (cfr. Gv 19,25-27). È possibile, allora, che una Madre abbandoni i suoi figli nelle sofferenze e nelle avversità? È possibile che la Madre non circondi i sacerdoti con la sua speciale protezione? Dopo tutto, l’unione tra Lei e i sacerdoti è così stretta e la somiglianza così grande che sant’Antonino non esitò a chiamarla Virgo-Sacerdos. In una visione luminosa si manifesta sovente a noi, offrendoci un sollievo dolce come il miele: “Perseverate fino alla fine, perché il giorno della misericordia del Signore è vicino “». [Da Padre Ladislao Kluz, Kolbe e il Comandante, Edizioni dell’Immacolata, Borgonovo-BO, 2001, 220-221].

Alcuni giorni dopo quest’ incontro, il campo di concentramento fu scosso dalla notizia che un prigioniero del Blocco 14A era scappato. Si sapeva bene che questo fatto non sarebbe rimasto impunito, particolarmente per i prigionieri dello stesso Blocco. Il Comandante di Auschwitz, Rudolf Höss, fin dall’inizio del suo mandato aveva infatti stabilito che, per ogni prigioniero fuggito, dieci prigionieri dello stesso Blocco per rappresaglia sarebbero stati condannati a morire.

Padre Massimiliano apparteneva allo sfortunato Blocco 14A. Quella notte nessuno chiuse occhio. I prigionieri tremavano per la paura e la disperazione. Vi erano anche alcuni coraggiosi e tra questi uno, più tranquillo e padrone di sé rispetto agli altri. Era Padre Massimiliano. Per caso udì un giovane prigioniero sussurrare: –Ci sarà una decimazione e io sono terrorizzato. Padre Kolbe lo strinse a sé e gli disse: –Non temere, figlio. La morte non è così terribile e in Paradiso ci aspetta l’Immacolata.

Il fuggitivo non fu ritrovato. Al momento della decimazione, dal gruppo dei condannati si udì il singhiozzare di un uomo, Francesco Gajowniczek: – Mia moglie, i miei poveri bambini! Non li rivedrò mai più!  Massimiliano chiese al comandante del blocco di sostituirsi a lui. Egli volle sapere perché. –Non ho figli, rispose Kolbe. Sono un sacerdote cattolico. Il comandante accettò in disprezzo verso il clero, considerato nemico della Germania.

A motivo della sua maternità, Maria, la piena di grazia, è colmata di tutti i privilegi, coopera attivamente all’opera della redenzione e distribuisce tutte le grazie, diventando perciò mediatrice in favore di tutta l’umanità.

Queste parole sostenevano Padre Kolbe fin dai suoi primi passi nella Fede. Gli studi teologici l’avevano aiutato a darvi maggiore e più chiaro fondamento. Non solo erano definitive nel fare capire al Santo la natura della Madre di Dio, piena di Grazia, ma che Ella coopera alla redenzione operata da Cristo, se è vero che Colui che ci ha creato senza di noi non ci salva senza di noi. Ella è Mediatrice e mai rinuncia a questo suo compito. Per questo, diceva sopra il Santo:

Maria è anche Madre del Corpo Mistico di Cristo. Quindi Ella è la nostra vera madre e noi siamo i suoi figli, come attesta quanto ci viene riferito dall’evangelista Giovanni (cfr. Gv 19,25-27). È possibile, allora, che una Madre abbandoni i suoi figli nelle sofferenze e nelle avversità?

E chi sono questi suoi figli? Tutti i battezzati e tutti gli uomini, anche i più lontani dalla Grazia di Dio, anche coloro che commettono i crimini più efferati. Per questo, nel campo, Kolbe, andando alla morte per salvare un uomo e la sua famiglia, operava a vantaggio di tutti e di ciascuno, anche dei suoi persecutori più abietti, ricoprendoli di caritatevole amore. Ciò non voleva dire non riconoscere i loro mali, lui stesso ne era vittima, ma significava non cadere nel tranello di diventare a propria volta carnefice, vendicatore, nemico.

Come vedremo nel prossimo articolo, Höß fu uno di quegli strateghi dello sterminio per il quale Kolbe pregò ed offrì sé stesso, in sacrificio di soave odore (Ef 5, 2) insieme a Cristo, Redentore di tutti. E, infatti, quando il Comandante, riconosciute tutte le colpe, in tutti i minimi particolari, non volle poter usufruire della richiesta della grazia, chiese perdono, ringraziò i suoi avvocati, ringraziò il popolo polacco che, inspiegabilmente, durante il processo l’aveva rispettato come persona, stupendolo, sapendo di non meritarlo. Come è documentato, chiese perdono a Dio, se mai avesse potuto perdonarlo.

Misteri dell’anima!

Nel prossimo articolo vedremo come quel tempo di attesa prima della sentenza, circa sei mesi, furono il tempo di deserto di Höß, che contribuì a salvarlo ed accosteremo le rivelatrici lettere indirizzate a sua moglie ed ai suoi figli.

Views: 61

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Author: Marcello Giuliano

Nato a Brescia nel 1957, vive a Romano di Lombardia (BG). Dopo aver conseguito il Baccelierato in Teologia nel 1984 presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma e il Diploma di Educatore Professionale nel 2001, ha lavorato numerosi anni nel sociale. Insegnante di Religione Cattolica nella Scuola Primaria in Provincia e Diocesi di Bergamo, collabora ai cammini di discernimento per persone separate, divorziate, risposate ed è formatore per gli Insegnanti di religione Cattolica per conto della stessa Diocesi. Scrive sulle riviste online Libertà & Persona e Agorà Irc prevalentemente con articoli inerenti la lettura simbolica dell’arte ed il campo educativo. Per Mimep-Docete ha pubblicato Dalla vita alla fede, dalla fede alla vita. Camminando con le famiglie ferite (2017); In collaborazione con Padre Gianmarco Arrigoni, O. F. M. Conv., ha curato il libro Mio Signore e mio Dio! (Gv 20, 28). La forza del dolore salvifico. Percorsi nella Santità e nell’arte, (2020). Ancora con Padre Gianmarco Arrigoni O. F. M. Conv., Non è qui, è Risorto! Mimep-Docete, Marzo 2024.