La Spezia, la verità che i media nascondono nella solita ipocrisia. Il ragazzo ucciso era un cristiano copto.

Modifica del giorno 26.01.25 ore 7.46

L’articolo da noi pubblicato ieri sera, da un profilo Facebook, ma che ripropone l’articolo di Roberto Arditti su Il Tempo del 24 Gennaio, è significativo per più aspetti.

L’uccisione del giovane egiziano a La Spezia viene menzionata, ma tutto l’articolo insiste su due aspetti: da un lato, il disappunto per come la stampa,

secondo il giornalista e, immagino, per chi l’ha pubblicato sul proprio profilo Facebook, nel presentare le notizie non sarebbe oggettiva e, dall’altro, per l’ampia parte dell’articolo che ne tratta: l’ allarme per quanto avviene nella nostra società italiana verrebbe ridotto a fatto di cronaca, eventualmente riconducibile a disagio sociale, o anche psicologico.

Certamente, v’è il fatto di cronaca, v’è il disagio sociale, ma non sembra che ci si preoccupi di ricercare e approfondire l’umus socio-culturale in cui tali fatti affondano le radici .

La diversità culturale tra molti immigrati ed il nostro contesto è forte. Non ci si chiede cosa accada ad una persona quando, da contesti così diversi, venga trapiantata nel nostro. Ora, la soluzione che offre il giornalista de Il Tempo, a mio avviso, soffre di interventismo irrealizzabile. Non sarà la repressione di certe situazioni a ridurre il danno di una immigrazione senza contenimenti, senza accoglienza vere.

Informazione lontana dalla realtà?

Non basterà nemmeno denunciare che l’informazione di sinistra sia volutamente lontana dalla realtà. Però, un dato è vero e sorge una domanda: Perché informazione, riconducibile a sinistra, sostiene rappresentanze politico religiose problematiche e, davanti a casi come questi, non si sofferma su un aspetto culturalmente, socialmente, chiaramente legato anche all’elemento religioso? Non stiamo dicendo che l’aggressore avesse in primo piano le proprie convinzioni religiose a sostegno della sua azione omicida; non abbiamo gli elementi. Ma non accorgersi che l’identità culturale diversa non esista e non possa essere concausa, forse anche non secondaria, è quanto meno miope.

In una scuola di frontiera

Ho insegnato nei miei ultimi due anni in una scuola superiore che posso definire di frontiera. Il primo anno, a contoquaranta alunni, quasi tutti stranieri di diverse etnie, culture e religioni, ed il secondo anno a duecentoquaranta alunni, sempre nella stessa scuola. Si è trattato di una esperienza fondamentale per accostare tanti giovani con i quali ci siamo voluti bene in gran parte dei casi. Posso dire che lì il raffronto non era tra musulmani e cristiani, poche unità, ma tra musulmani di nazionalità e continenti diversi, tra indù e musulmani e sik. La tensione era sempre nell’aria, insieme a scoppi di simpatica vivacità come a scoppi di violenza improvvisi nei quali si doveva intervenire. Ciononostante, ebbi modo di accorgermi come tutti quei ragazzi, delusi dall’idea di non aver un futuro in occidente, ed ormai solo con la nostalgia per delle radici che più non hanno in modo pieno e che sembrano dare loro una sorta di identità, si trovavano su banchi mal vissuti, convinti che lo studio non possa loro dare niente. Una squadra di insegnanti molto motivati e vicini a tutti questi allievi non era sufficiente a tirarli fuori da questa condizione emotivamente affliggente. Eppure, quanti ragazzi così intelligenti, ricchi di risorse inutilizzate che, se solo riuscivi a parlare al loro cuore, sapevano anche accorgersi dei propri luoghi comuni, che andassero questi dal “la scuola non serve a niente, a la scuola insegna menzogne, siamo per i palestinesi e non per gli ebrei, ecc.” si riaccendevano sia ai temi della cultura che alla speranza di vita!

La domanda

Allora, la domanda è: perché certa stampa non si chiede e non parla in modo completo? E perché altra, vogliamo dire di destra, per la par condicio, si rifugia spesso nei temi della repressione e della certezza della pena? Un fatto è fondamentale: rendersi conto che o si allargano le questioni ai grandi temi delle manovre mondiali per spostare grandi masse umane da una parte all’altra della terra secondo interessi economici, politi ed ideologici e si pongono sullo scacchiere tutti gli elementi, o non si farà mai vera informazione e non si giungerà mai alla verità, né ad agire con coscienza.

Credo che l’articolo de Il Tempo sia utile a mettere in luce, in parte in modo diretto, e in parte in modo indiretto, la questione di come si fa informazione. Ringrazio, dunque, la persona registrata a Facebook che lo ha diffuso. Ci fa riflettere e ci ricorda che nel nostro mondo occidentale certe cose si preferisce non dirle.

Per la Redazione, Marcello Giuliano

Fonte dell’articolo che riportiamo. Da un Profilo Facebook del Giorno 24 Gennaio c.a. che riporta un’ articolo di Roberto Arditti su Il Tempo del 24 Gennaio QUI

“Incredibile. Pagine e pagine sul delitto nella scuola di La Spezia ignorando un aspetto fondamentale ma, evidentemente, irritante per i soliti paladini sinistri del politicamente corretto.

Diciamolo allora: basta ipocrisia. Un ragazzo cristiano copto viene

accoltellato a morte in classe e tutti evitano di dire- o lo sussurrano in fondo che Youssef Abanoub Safwat Roushdi Zaki, 18 anni, era figlio di una famiglia copta egiziana: la minoranza cristiana più antica e massacrata del Medio Oriente.

Lo riducono a «origini egiziane», «doppia cittadinanza», «studente straniero».

Politically correct, solita ipocrisia: non si osa pronunciare «cristiano», «copto», «perseguitato» per non «offendere sensibilità», «alimentare stereotipi» o «creare tensioni». Risultato?

La tragedia diventa «lite tra compagni per gelosia su Instagram»……

Youssef non era un ragazzo qualunque: era un diacono cristiano copto attivo nella piccola comunità ortodossa di La Spezia. Lo chiamavano tutti «Aba», serviva in chiesa, indossava la tunica liturgica, cantava i salmi antichi, tendeva la mano a chi era in difficoltà. La sua famiglia era fuggita dall’Egitto proprio per le persecuzioni continue contro i cristiani copti: attentati in chiesa, sgozzamenti, chiese bruciate, donne molestate, accuse di blasfemia per zittirli. Venivano qui per trovare pace, libertà religiosa, sicurezza. E invece muore sgozzato in un’aula dell’Istituto Einaudi-Chiodo, con un coltello da 20 cm piantato nel petto.

Una storia particolare, quella della famiglia egiziana. Arrivata in Italia tra il 2011 e il 2014 a seguito delle persecuzioni ai copti perpetrati dai musulmani, Abu e la sua famiglia avevano trovato a La Spezia una nuova speranza. “Siamo scappati dall’Egitto perché eravamo a rischio, bruciavano le chiese – dice Abram Attia, zio di Abanoub – e oggi piangiamo un nostro caro per questa violenza”.

Al funerale nella cattedrale di Cristo Re: liturgia copta autentica, inni in copto e arabo, preghiere scandite, incenso, bara bianca avvolta di fiori, comunità in lacrime che pregava in più lingue. Migliaia di persone, palloncini colorati in cielo, applausi commossi, lutto cittadino, minuto di silenzio in tutte le scuole italiane.

Un frammento di cristianesimo martire trapiantato qui – e spento con violenza.

L’assassino: Zouhair Atif, 19 anni, origini marocchine.

Estrae il coltello nascosto nei pantaloni, una coltellata secca e fatale. Confessa freddamente: «Vendetta per quelle foto con la ragazza». Gelosia adolescenziale, ok……….

Ma piantatela di fare gli ingenui: le fratture cristiani-musulmani radicate nel Medio Oriente non spariscono al confine. Sono veleno che può infiltrarsi anche solo come eco culturale, risentimento atavico. Negarlo per non «generalizzare» è complicità morale.

Porte Aperte classifica l’Egitto tra i peggiori paesi per persecuzione cristiana. Questa è cronaca vera, sangue versato.

Esistono frange islamiche radicali- non l’islam dei milioni di persone normali- che vedono i cristiani come «infedeli», crocifissi da odiare, minoranze sacrificabili. E lo stiamo importando a palate, senza filtri.

Italia 2026: oltre 5 milioni di immigrati, 10% alunni stranieri nelle scuole, bullismo etnico-religioso in esplosione.

Quel funerale non è solo addio: è un’accusa al nostro silenzio complice. Pezzi di Medio Oriente sanguinoso sono nelle nostre aule.

L’integrazione non è un arcobaleno: è imporre con durezza la legge italiana, la libertà di essere cristiani – copti o no – senza coltelli, senza vendette tribali, senza paure. Basta buonismo codardo. Serve vigilanza vera: anti-radicalizzazione obbligatoria, espulsioni per incitamento all’odio, metal detector dove serve, protezione delle minoranze.

Altrimenti la prossima vittima sarà un altro cristiano «non nominato» per non disturbare la narrazione.

Svegliamoci. O il politically correct ci seppellirà tutti, uno dopo l’altro”.

Fonte: Il Tempo QUI

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Author: Libertà e Persona

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