È bello ciò che è bello!

Oggi mi sento di scoprire l’acqua calda e allora dirò che è bello ciò che è bello. Ma c’è un problema: esiste un proverbio che mi sconfessa e che dice ‘non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che piace’.

Come la mettiamo?

Da una parte c’è chi afferma che la bellezza sta negli occhi di chi la guarda, dall’altra c’è il convincimento che la bellezza sia una qualità intrinseca dell’oggetto, come pensavano gli antichi greci (quelli che ci hanno trasmesso canoni di bellezza classica per mezzo di statue ed elementi architettonici). Quindi, in due parole: qualità o sensazione?

Aggiungo che in questo dibattito, mai chiarito né definito unanimemente,  non c’è in ballo solo una questione estetica ma anche un giudizio attinente alla verità. E la verità non è qualcosa di arbitrario: è vero ciò che è oggettivo non ciò che soddisfa un sentimento soggettivo. Altrimenti sullo stesso oggetto di giudizio ci potrebbero essere due, dieci, cento, mille verità contrastanti.

Se rimaniamo su un giudizio di carattere puramente estetico (e quindi non morale, filosofico, di convenienza o di altro tipo emotivo) non sono d’accordo con il proverbio: a mio avviso esiste un canone universale di bellezza estetica (aristotelicamente, potremmo dire un’essenza) che travalica i gusti personali ed è ontologicamente tale. 

C’è dunque un bello autentico, ancorato a criteri di armonia e di grazia (e quando si usa quest’ultimo termine è facile riconoscere il collegamento trascendentale alla Grazia). E poi c’è una bellezza di tipo suggestivo o concettuale. Ma chiamiamo quest’ultima in un altro modo: definiamola gradevolezza o fascino. 

La storia dell’arte si sviluppa in una parabola che ha portato a distaccarci sempre più dal primo canone di bellezza a favore del secondo, con una interferenza di giudizio causata da influssi ideologici o culturali. Invito, per un approfondimento, alla lettura dell’interessantissimo libro di Roberto Marchesini ‘La rivoluzione nell’arte – una sfida alla bellezza del creato’ e al mio articolo di recensione (ecco il link), pubblicato su questo blog.

Questa parabola, guarda caso, va di pari passo con l’allontanamento dell’uomo da Dio. Non stupiamoci se oggi valorizziamo sgorbi, pittura astratta, merde d’artista o siamo attratti da opere velleitarie che dovremmo apprezzare non per l’impatto estetico ma per un significato di tipo puramente concettuale a cui rimandano.

Sono stati condotti esperimenti su bambini di pochi mesi o anni per verificare l’istinto naturale al bello o al brutto (relativo a volti umani, immagini od oggetti, ma anche musica) su chi non ha condizionamenti. Il risultato è la conferma che esistono standard comuni di bellezza, in particolare per i volti umani. Per gli infanti la simmetria è più confortante dell’asimmetria e il differente apprezzamento tra ciò che è bello e ciò che è mostruoso è qualcosa di innato. 

D’altro canto, occorre dire che stereotipi sociali possono condizionare le valutazioni o costruire diversi ideali di bellezza: pensiamo al diverso apprezzamento di un corpo opulento o di un corpo magro nel medioevo rispetto ad oggi. Ma qui, come in altri contesti, si parla di percezione (soggettiva) della bellezza non della sua essenza (oggettiva). Forse bisognerebbe allargare il discorso all’analisi di elementi di ‘psicologia estetica’…

Tornando alle considerazioni che ho espresso sul proverbio, confermerei la mia convinzione che non è bello ciò che piace ma ciò che è bello. Sempre. 

Se poi a qualcuno piace qualcosa che non è oggettivamente bello, ciò è un gusto legittimo ma non è universale. 

Per ribadire il concetto, potrei infine citare un altro proverbio napoletano che dice: ogni scarrafone è bell’a mamma soja (ogni scarafaggio è bello per sua madre). 

Siamo sempre lì: ciò che piace è piacevole, ma non è detto che sia veramente bello.

(Nota finale: a chi fosse interessato all’argomento suggerirei, sebbene si discosti dalle argomentazioni che ho sin qui espresso, il breve saggio, oggetto di una tesi di laurea, che ho trovato in rete a questo link).

Autore: Roberto Allieri

Nato a Pavia nel 1962, sposato e padre di quattro figli, risiede in provincia di Bergamo. Una formazione di stampo razionalista: liceo scientifico, laurea in giurisprudenza all’Università di Pavia e impiego per oltre trent’anni in primario istituto bancario. L’assidua frequentazione di templi del pensiero pragmatico e utilitarista ha favorito l’esigenza di porre la ragione al servizio della ragionevolezza e della verità. Da qui sono seguite esperienze nel volontariato pro-life, promozione di opere di culto, studi di materie in ambito bioetico, con numerose testimonianze e incontri per divulgare una cultura aperta alla vita, ancorata alla fede e alla famiglia. Collabora al Blog Oltre il giardino QUI Vedi tutti gli articoli di Roberto Allieri