Barbero, Cazzullo e l’incidente francescano.

Si è molto parlato ultimamente dei due libri pubblicati da Aldo Cazzullo e da Alessandro Barbero. Anche ad una sola scorsa dei due testi, sembra balzare agli occhi una precomprensione almeno discutibile circa la lettura fatta dai due autori delle antiche biografie ufficiali di San Francesco. Barbero non indaga

sufficientemente quale fosse il loro scopo quale, per esempio, contenere le esagerazioni nel descrivere la santità di Francesco e non fornirne un’immagine edulcorata o esasperata, cosa cui spesso si assiste invece oggi. Le diverse legede, spesso verosimili, ma non sempre storiche, rischiavano di esaltare il Santo oltre il dovuto. Occorreva essere fedeli alla verità storica.

Ma il buon Barbero esalta lo spirito con il quale Francesco va dal Sultano dell’Egitto ad annunciare il Vangelo, e porta fonti al riguardo esterne all’Ordine, sottolineando che il Sultano non gli fece alcun male perché loro erano “signori”. Dimentica di dire che, quasi nello stesso tempo, l’anno successivo, altri cinque frati minori -francescani- recatisi in Marocco per predicare, furono uccisi e, precisamente, il 16 gennaio 1220. Francesco era stato dal Sultano nel Giugno 1219, così che quei poveri francescani, poveretti direi io, trovarono in Marocco musulmani meno “signori”, evidentemente, per usare il linguaggio di Barbero. Ma che dire della spiegazione che dà del titolo scelto da Bonaventura per la vita che lui scriverà su Francesco? Legenda maior, secondo Barbero (Vedi Presentazione di Bologna 2025 QUI), indica la più importante. Non pare essere così, se è vero che, accanto a quella, Bonaventura scrisse la Legenda minor, ovvero, non la meno importante, ma quella breve, per uso liturgico, corale. Quindi, una interpretazione alla Cicero pro domo sua quella di Barbero? Ma dice bene Barbero quando afferma che Francesco non andò dal Sultano per dialogare, cosa che taluni vogliono sentirsi dire oggi con occhi anacronistici, ma fu lì, nel rispetto delle loro persone, le cui anime voleva salvare e per spiegare loro la vera religione.

Ma se lo storico può cadere in talune ingenuità, Cazzullo non è da meno e, nelle interviste televisive, sul suo Francesco il primo italiano una volta, su LA7, lascia passare l’errore dell’intervistatore, che colloca Buddha, scomodato in paragone a Francesco, nel I. sec. a. C.; in un’altra presentazione, di oltre un’ora, al Festival della Comunicazione di Camogli (QUI), proprio Cazzullo giunge a collocarlo a “tremila anni fa”, ovvero, 1.000 anni a. C. Ora, non sta a me fare le pulci né ad uno storico divulgatore, sicuramente di notevoli capacità, né ad un giornalista che, a mio giudizio sindacabilissimo, dimezza sì Francesco in molti aspetti della sua spiritualità e santità, ma ritengo ne sia veramente affascinato ed a lui sinceramente affezionato. Affido, invece, alcune importanti osservazioni sul metodo di Barbero all’articolo del Professor Leonardo Lugaresi, dall’indiscutibile Curriculum, qui comodamente consultabile.

Peccato, quello scivolone di Barbero sul Testamento del 1226, in cui Francesco ribadisce le sue volontà nel vivere la Regola, quando afferma che Francesco benedice non tutti i frati (e ai frati – anzi no- a quei frati che…), ma solo quelli che osserveranno queste parole. In realtà, il testo dice: E a tutti i miei frati, chierici e laici. La benedizione va a tutti, è a chiunque. Chiunque vivrà così il Vangelo, è diverso dal quei frati che … quasi volesse escluderne alcuni.

38Et omnibus fratribus meis clericis et laicis praecipio firmiter per obedientiam, ut non mittant glossas in regula neque in istis verbis dicendo: Ita volunt intelligi. 39Sed sicut dedit mihi Dominus simpliciter et pure dicere et scribere regulam et ista verba, ita simpliciter et sine glossa intelligatis et cum sancta operatione observetis usque in finem. 40Et quicumque haec observaverit, in caelo repleatur benedictione altissimi Patris et in terra repleatur benedictione dilecti Filii sui cum sanctissimo Spiritu Paraclito et omnibus virtutibus caelorum et omnibus sanctis. 41Et ego frater Franciscus parvulus, vester servus, quantumcumque possum, confirmo vobis intus et foris istam sanctissimam benedictionem.

38. E a tutti i miei frati, chierici e laici, comando fermamente, per obbedienza, che non inseriscano glosse nella Regola e in queste parole dicendo: “Così si devono intendere” 39. ma, come il Signore mi ha dato di dire e di scrivere con semplicità e purezza la Regola e queste parole, così cercate di comprenderle con semplicità e senza commento (sine glossa) e di osservarle con sante opere sino alla fine. 40. E chiunque osserverà queste cose, sia ricolmo in cielo della benedizione dell’altissimo Padre, e in terra sia ricolmato della benedizione del suo Figlio diletto col santissimo Spirito Paraclito e con tutte le potenze dei cieli e con tutti i Santi. 41. Ed io frate Francesco piccolino, vostro servo, per quel poco che io posso, confermo a voi dentro e fuori questa santissima benedizione. (Amen).

Sembrano sottigliezze, ma ne va del modo di intendere lo spirito di Francesco. Francesco volle che il Testamento fosse tenuto accanto alla Regola. Il Papa poi precisò che non era una regola, ma l’aveva detto già Francesco, e che i frati erano tenuti solo ad osservare la Regola Bollata. Ma il Testamento restava il modo di viverla e quindi la volontà di Francesco non fu certo tradita dalla Chiesa (Barbero onestamente riconosce che il Papa aveva ragione sotto il profilo canonico), ma Francesco appunto voleva in tutto obbedire al Papa. Questa fu la sua stella polare per tutta la vita da frate minore finché visse.

L’articolo che segue non decide né dello studio su Francesco di Barbero, né dell’opera giornalistica di Cazzullo, ma certo mette molto in guardia su come trattare le fonti. Anche perché né l’uno, né l’altro, aggiungo io, han pensato di investigare quanto gli studiosi francescani in questi ultimi decenni, e comunque già prima della pubblicazione scientifica delle Fonti Francescane (1977), hanno messo a disposizione degli stortici e dei comuni lettori. Mi riferisco per esempio agli approfonditi studi reperibili sulle riviste scientifiche come Collectanea Franciscana (1931), Bibliographia Franciscana (1929), Italia francescana (1926), etc. Ma, alla fine, come considerare questi due libri, quello dello storico e quello del giornalista? Direi che occorra, passo passo, rivisitarli né demonizzandoli, né ritenendoli indiscutibili, tal quale le tanto criticate Fonti Francescane di cui sopra Barbero tenta di dire. Certo, che quando senti, nelle diverse conferenze, i risolini divertiti del pubblico a fronte di certe sottolineature dello scrittore che presenta, allora, capisci che certe interpretazioni, non così storicamente verificate, diventano più efficaci delle verità. Il che diventa un problema.

Ma è del mestiere? Lo storico e le fonti

Torno per un attimo sul caso del ‘medievista versatile’ – lo chiamo così perché non mi interessa la singola persona, ma l’Idealtypus che essa incarna – a cui ho fatto cenno l’altro giorno (Se questo è uno storico. QUI), perché ho appena letto un interessante articolo di Franco Bechis, giornalista sì, ma di regola consapevole di ciò che scrive, il quale suggerisce una spiegazione sorprendente ma assai plausibile del pasticcio in cui quel personaggio è caduto.

Bechis (QUI) avanza, argomentandola con indizi molto convincenti, l’ipotesi che il medievista, volendo o dovendo fare un intervento pubblico di propaganda per il no al referendum costituzionale del 22-23 marzo prossimi, e ignorando la materia, sia andato a cercare sulla Rete il testo della riforma e l’abbia erroneamente confuso con quello della riforma proposta dal governo Berlusconi nel 2011. Scrive Bechis: «sono andato a cercare il testo ufficiale della riforma chiedendolo a Google, e in effetti alla terza risposta mi portava sul sito del ministero della Giustizia, e aprendolo appariva il testo della proposta di riforma del marzo 2011. Seguendo le critiche di Barbero su quel vecchio testo sotto (mai diventato legge), in effetti le sue osservazioni stavano in piedi».

Questo ha un senso e spiegherebbe perché le affermazioni del professore siano completamente disconnesse dalla realtà dei fatti, cioè dall’articolato della legge di riforma costituzionale approvata dal Parlamento. Sarei quindi propenso a dar ragione a Bechis nell’interpretazione dell’episodio. Dissento invece da lui quando lo definisce «un piccolo infortunio»: potrà apparire tale dal punto di vista di un giornalista, ma per uno storico non conoscere (e quindi non riconoscere) le fonti è una colpa (quando non un dolo) capitale, che azzera a priori tutto il resto del suo lavoro. Se non conosce e/o non comprende le fonti, smette semplicemente di essere uno storico. È come un matematico che non sa contare, un musicista che non conosce le note, un pittore che ignora le forme e i colori. Citando Checco Zalone, verrebbe da chiedersi: «Ma è del mestiere, questo?».

Naturalmente non intendo dire che quel medievista non sappia trattare le fonti … [l’articolo completo Ma è del mestiere? Lo storico e le fonti]

Il parere di un lettore di Lugaresi

(Questo parere è direi impietoso. Non vi è certo una presentazione completa di Francesco, si offrono solo degli spaccati. Non si specificano al pubblico le fonti e le loro datazioni, ma chi potrebbe mai dire di aver pienamente dato conto della vita di San Francesco, così ampia, ricca e complessa? Non lo testimoniano le stesse Fonti Francescane? Là dove lo storico fu rispettoso delle fonti fece una buona opera e, dove fu manchevole, potrà ravvedersi.)

Proprio in questi giorni su consiglio di un amico ho ascoltato una conferenza di Barbero su San Francesco. Imbarazzante. Mi aspettavo da uno studioso un presentazione della vita del santo dal punto di vista storico, che fosse il frutto di uno studio accurato sulle fonti (che nella vicenda di Francesco è fondamentale). Mi sono ritrovato uno sproloquio di più di un’ora con citazioni prese a caso, senza nessun vaglio e criterio scientifico. Non mi aspettavo una comprensione dell’esperienza cristiana di san Francesco: dice san Giovanni “il mondo non vi conosce perchè non ha conosciuto Lui”. Quello che invece speravo era di trovarmi di fronte ad un lavoro scientifico ben fatto. Un disastro. Non mi meraviglia quindi la valutazione che lei dà degli interventi di Barbero nel dibattito sul referendum. il metodo è lo stesso.

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Author: Marcello Giuliano

Nato a Brescia nel 1957, vive a Romano di Lombardia (BG). Dopo aver conseguito il Baccelierato in Teologia nel 1984 presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma e il Diploma di Educatore Professionale nel 2001, ha lavorato numerosi anni nel sociale. Insegnante di Religione Cattolica nella Scuola Primaria in Provincia e Diocesi di Bergamo, collabora ai cammini di discernimento per persone separate, divorziate, risposate ed è formatore per gli Insegnanti di religione Cattolica per conto della stessa Diocesi. Scrive sulle riviste online Libertà & Persona e Agorà Irc prevalentemente con articoli inerenti la lettura simbolica dell’arte ed il campo educativo. Per Mimep-Docete ha pubblicato Dalla vita alla fede, dalla fede alla vita. Camminando con le famiglie ferite (2017); In collaborazione con Padre Gianmarco Arrigoni, O. F. M. Conv., ha curato il libro Mio Signore e mio Dio! (Gv 20, 28). La forza del dolore salvifico. Percorsi nella Santità e nell’arte, (2020). Ancora con Padre Gianmarco Arrigoni O. F. M. Conv., Non è qui, è Risorto! Mimep-Docete, Marzo 2024.