RIDATECI LA GRATA NEI CONFESSIONALI

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Colpisce osservare come in certe parrocchie i confessionali restino deserti per tutta la settimana mentre la domenica – fatta ovviamente salva la possibilità di confessarsi anche altrove – la maggior parte degli habitué della messa festiva si accosta alla comunione.

Riceviamo questo articolo di Pietro Licciardi e volentieri lo pubblichiamo per i Lettori di Libertà e Persona

Nonostante ciò, è difficile ascoltare qualche sacerdote citare San Paolo (1 Cor 11,29): “(…) Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna”.

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Un passo probabilmente giudicato poco inclusivo e poco misericordioso per una chiesa che nega perfino l’inferno; e così i confessionali restano desolatamente vuoti.

Come al solito mai che certo clero “illuminato” e progressista – lo stesso che ha tolto le panche con inginocchiatoio dalle chiese, perché un cattolico “adulto” non ricorre più a certo devozionismo beghino e superato – rifletta un attimo sulle proprie “innovazioni” per chiedersi se la Chiesa che loro immaginano è proprio quella che desiderano i fedeli e gli infedeli in cerca di Dio.

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A forza di non mettersi mai in discussione, incapace di leggere i “segni dei tempi” – che peraltro loro ancora si picca di interpretare benissimo – il suddetto clero “illuminato” si è ritrovato oggi ad essere la retroguardia reazionaria di una chiesa indietrista, abbarbicata alle proprie utopie spiritoconciliari, ridotta a predicare in templi sempre più vuoti, davanti a persone la più giovane delle quali è già un cliente dell’Inps

Se i preti si fermassero un attimo a riflettere e magari a parlare di più con i propri parrocchiani forse scoprirebbero che è proprio l’aver abolito i confessionali con la grata ad aver allontanato i fedeli dalla pratica del pentimento. Eh si, perché a mettere in soggezione e ad allontanare dal sacramento non è quel diaframma dal chiarissimo valore simbolico, ma il dover spiattellare le proprie meschine miserie e zozzerie faccia a faccia ad uno che “per mettere a proprio agio”, talvolta neppure si veste da prete.

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La grata dei “vecchi” confessionali garantiva un certo anonimato ma soprattutto rendeva evidente che quella che si stava facendo non era una seduta psicanalitica a buon mercato e neppure una chiacchierata tra amici o da comari – soprattutto le donne hanno il vezzo di andare a confessarsi per raccontare i peccati del marito piuttosto che i propri – ma, appunto, un sacramento, in cui non si va a raccontare le personali vergogne ad un tizio qualsiasi ma a Dio che attraverso il sacerdote, il quale ascolta nella penombra, offre il suo perdono.

Forse ad un certo clero, per dimostrare la personale contrizione, non è sembrato sufficiente il coraggio e la fatica di dover raccontare per filo e per segno le proprie grandi e piccole mancanze e quindi devono aver pensato bene di infliggere la pena aggiuntiva del faccia a faccia.

Forse è per questo che tanti non danno nemmeno più la penitenza finale.

Cari sacerdoti, ridateci dunque i buoni, vecchi confessionali.

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Author: Gian Piero Bonfanti

Nato nel 1968, vive a Monza, è sposato ed ha due figli. Componente del direttivo del movimento fondato dall’avv. Gianfranco Amato Nova Civilitas, è da anni attivo sui media e sul territorio per la difesa e la promozione dell’identità cristiana e dei principi non negoziabili. È stato ospitato in vari programmi radiofonici. Ha collaborato per diversi anni con InFormazione Cattolica, redigendo articoli ed editoriali. Per Flamingo Edizioni è coautore di due pubblicazioni curate dal prof. Matteo Orlando: Polis: Per la libertà sociale e politica e Trilogia delle verità scomode.