L’ultima intemerata del presidente francese Emmanuel Macron riguarda la stretta sulla libertà di espressione, ovvero il diritto che ogni individuo ha di manifestare liberamente il proprio pensiero a parole, per iscritto o attraverso altri mezzi di diffusione, senza essere censurato o molestato.

Proponiamo ai lettori di Libertà e Persona un articolo dell’avv. Gianfranco Amato pubblicato da Expert Analytical Sovereignty il 25 Novembre 2025
UNA PROPOSTA DI REFERENDUM NAZIONALE

Da diversi giorni, infatti, il presidente francese sta effettuando numerosi viaggi incentrati sul tema della “democrazia di fronte ai social media”, ed è arrivato addirittura a proporre un referendum nazionale sull’argomento. La scusa è quella del rischio crescente delle ingerenze straniere e delle campagne di disinformazione. Macron continua, infatti, a citare in particolare gli esempi della Moldova e della Romania, dove, a suo parere, operazioni coordinate sui social hanno influenzato i processi elettorali. Insomma, ai francesi andrebbe imposta la mordacchia digitale per combattere la disinformazione e la propaganda del nemico. La libertà costituzionale di espressione dovrebbe essere limitata alla luce del fatto che essa rischi di trasformarsi in uno strumento di manipolazione disinformativa e destabilizzazione democratica attuato da occulti operatori stranieri.
UN SISTEMA DEMOCRATICO IN CRISI
Una simile idea, peraltro, non dà proprio l’immagine di un sistema democratico forte, maturo e sicuro.
La verità è che quest’ultima iniziativa del presidente francese si inserisce in una serie di penosi tentativi di risalire la china dal baratro in cui si trova il suo indice di popolarità di poco superiore al 10 percento.
Macron è ormai divenuto un personaggio patetico. Imbullonato all’Eliseo, odiato da nove francesi su dieci, sembra vivere la sindrome delirante degli ultimi giorni di potere del bunker di Berlino. Un uomo così rischia di essere pericoloso a livello geopolitico. Maneggia con disinvoltura minacce di guerra e limitazioni della libertà, nel tentativo disperato, quanto inutile, di sollevare il consenso ridotto ai minimi termini e mantenere la poltrona.
Il desiderio di silenziare le voci dissonanti che circolano in rete, o l’utilizzo dei social network per proporre narrazioni diverse dal mainstream ufficiale, costituisco un ultimo rigurgito liberticida – tipico di tutti i regimi agonizzanti – del crepuscolo macroniano.
UN PRESIDENTE CHE OFFENDE
In realtà, il Presidente francese con questa sua ultima boutade, offende tre volte il suo Paese.
Offende innanzitutto i suoi concittadini: appare infatti assurda l’idea paternalistica che lo Stato debba vegliare sull’informazione, in quanto i francesi non sarebbero in grado di esercitare un proprio giudizio critico. È un insulto all’intelligenza e alla coscienza dei nostri cugini d’Oltralpe.
Offende, in secondo luogo, lo stesso giornalismo francese. Affermare la necessità di una “censura di Stato” per vagliare la veridicità delle notizie – sostituendosi ai professionisti del settore – significa avere un’infima opinione e un sostanziale disprezzo verso le capacità professionali dei giornalisti e comunicatori di Francia. Una democrazia che ha paura della menzogna è una democrazia debole e che ha una pessima stima della stampa.
Offende, in terzo luogo, le casse dello Stato: la Francia si trova in una situazione economico-finanziaria disastrosa, con un bilancio pubblico sull’orlo del dissesto. Gli esperti del settore, hanno già avvertito che l’iniziativa censoria di Macron, presupporrebbe dei costi insostenibili, tenendo conto del personale, mezzi e risorse per controllare migliaia di utenti social, tutte le piattaforme online e il web in generale. È una volontà di controllo utopistica che rende bene l’idea di quanto sia fuori dalla realtà chi la propone.
UN GIUDIZIO AZZECCATO D’OLTREOCEANO
A questo proposito mi pare azzeccato il giudizio di J.D. Vance dato il 22 novembre scorso a sostegno del piano di pace di Trump sul conflitto russo-ucraino, piano che la Francia ha bocciato ritenendolo una “capitolazione”. In quell’occasione, infatti, il vicepresidente degli Stati Uniti ha affermato che
«la pace non può essere fatta da diplomatici o politici falliti che vivono in un mondo di fantasia, ma da persone intelligenti che vivono nel mondo reale». Difficile immaginare che Vance non pensasse anche a Macron nel pronunciare quelle parole. Mi pare che quella di «failed politician living in fantasy land» sia proprio un’ottima definizione dell’attuale inquilino dell’Eliseo.
Gianfranco Amato


