Un piccolo classico spirituale della letteratura carmelitana del XVII secolo accompagna le giornate di Papa Leone XVI da tanto tempo.
Il libretto, poco conosciuto, raccoglie l’esperienza e gli insegnamenti di un ignoto fratello laico carmelitano, che aspirava solo a scomparire e a dare gloria a Dio con una adorazione continua. Frate Lorenzo, uomo di Dio, umile e semplice frate, visse nel monastero carmelitano di Parigi. Interessato solo a Dio, egli Lo trovava in ogni cosa, nella sua più umile
azione lavorativa come nella preghiera, divenendo egli stesso preghiera continua. Non un uomo che pregava, ma un uomo fatto preghiera1.
Radici storiche e spirituali dell’esercizio della presenza di Dio
L’esercizio della presenza di Dio si trova citato nella spiritualità e letteratura ascetica e mistica cristiana fin dai Padri del Deserto, nel monachesimo Orientale ed Occidentale, in sostanza, in tutti i santi, sempre alle prese non solo con l’evitamento delle distrazioni nella preghiera, ma nel ricercare quella conversatio nostra in coelis est di cui scrive L’Apostolo Paolo in Fil 3, 2021, come anche disse in At 17, 28, secondo quella Parola: In lui infatti viviamo, ci muoviamo ed esistiamo.
L’esercizio della presenza di Dio, continua, e non solo nei momenti specifici di preghiera personale e liturgica, è l’aspirazione di ogni cristiano in quanto tale, dunque. In questa pratica, secondo numerosi maestri spirituali cristiani, rientra anche la pratica delle giaculatorie, iacula, dardi d’amore infuocato al cuore di Dio come, per esempio, Gesù Maria vi amo, salvate anime, ancor oggi molto popolare, Santa Passione di Nostro Signore Gesù Cristo, salvaci o, ormai, la ben nota Invocazione del Santo Nome di Gesù: Signore Gesù Cristo, Figlio di David, abbi pietà di me peccatore, nelle diverse versioni in cui ci è pervenuta dal Vangelo e dalla tradizione spirituale orientale, o la continua invocazione del Nome di Gesù secondo la scuola francescana di San Bernardino da Siena, con la ripetizione affettiva del suo Nome: Gesù, Gesù, Gesù … come sentii anche praticarla, quotidianamente, e sommessamente, da un anziano Padre missionario Cappuccino, quando ero ancora giovanissimo.
Contributi benedettini, degli ordini mendicanti, della Devotio Moderna e Salesiani
Che ci si alzi, che ci si sieda, che si lavori, che si conversi, che si rassetti il letto, o si faccia il bucato e, aggiornando, che si lavori in officina, o si guidi l’automobile, sempre per amor di Dio, pensando a Lui, nella nostra coscienza presenti a lui, con tutto l’affetto possibile del cuore. Ma a chi è avvezzo alle biblioteche, sarà facile ricordare la celebre operetta di Sant’ Alberto Magno L’unione con Dio, attualmente acquistabile in e-book, o scaricabile gratuitamente da Monastero Virtuale QUI in formato pdf (cliccando Alberto Magno automaticamente si scaricherà il file). Non possiamo non ricordare che, comunque, l’esercizio continuo della presenza di Dio giunse al XVI secolo, tramite i movimenti della Devotio Moderna, ed a questa, dalla spiritualità dei Terzi Ordini Secolari dei Domenicani, dei Frati Minori (Francescani) nelle loro diverse ramificazioni e, in particolare, dai frati Minori Cappuccini2, anch’essi francescani e, non ultimo, dall’Ordine dei Carmelitani Scalzi. Ma se consultassimo il motore di ricerca Google alla voce Devotio moderna, troveremmo una definizione in buona parte erronea, ed infatti, la cosiddetta intelligenza artificiale così risponde: «La Devotio Moderna è stato un movimento spirituale di rinnovamento religioso fiorito nei Paesi Bassi e in Germania tra il XIV e il XV secolo, che promuoveva una fede personale, intima e pratica, basata sulla lettura delle Scritture, la preghiera e l’imitazione di Cristo, distaccandosi dalla religiosità formale medievale e ponendo le basi per una spiritualità più soggettiva e umanistica, influenzando profondamente autori come Tommaso da Kempis (autore de L’Imitazione di Cristo) e preparando il terreno per la Riforma». Particolarmente erronea questa descrizione ove dice: distaccandosi dalla religiosità formale medievale e ponendo le basi per una spiritualità più soggettiva e umanistica. Non fu così perché anche il devoto3 libretto de l’ Imitazione di Cristo nacque in ambiente monastico proprio con intento di istruire i laici del secolo nella preghiera di esercizio della presenza di Dio nella quotidianità della vita interiore personale. Questa tradizione ebbe particolare sviluppo in ambito francescano con significativi apporti del Dottore San Bonaventura da Bagnoregio, il quale, per esempio, ancor prima di San Bernardino da Siena, scriveva nella Lettera ad un confratello al numero 19:
Metti ordine nel tuo spirito con il continuo pensiero di Dio, di modo che ogni tua azione e occupazione della mente e del corpo sia preghiera. Tutti i servizi che presti, specialmente i più umili, siano fatti con tale fervore di carità, come se li offrissi a Cristo corporalmente presente.
E così si può parlare di Devotio Bonaventuriana, come citato nell’articolo di Anonimo Cappuccino del secolo XVI. Ma poi, non trascuriamo l’il frate minore Osservante Enrico van Herp. Ed infine, non possiamo non ricordare San Francesco di Sales (1567 – 1622) che, di poco successivo all’epoca della Devotio moderna, e coevo al al sorgere dell’ Ordine Cappuccino, che nei Paesi Bassi, nelle alpi Retiche, nella Savoia e, in genere, dove si era diffusa l’eresia protestante, diffuse proprio l’orazione della continua presenza di Dio, so dedicò alla educazione delle anime viventi nel secolo, che aspiravano alla continua unione con Dio.
L’articolo de Il Timone
Questo articolo de Il Timone ci dà la misura sia della statura di questo umile carmelitano, sia del posto che la vita interiore ha per il Papa nella spiritualità cristiana e nella sua personale vita di aspirazione alla santità. La vita cristiana è, infatti, esercizio di perfezione in Dio.
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Da Il Timone del 03 Dicembre 2025 di Lorenzo Bertocchi
Leone XIV e quel piccolo libro che rivela la sua anima: “La pratica della presenza di Dio”
Il testo carmelitano che invita a riscoprire una preghiera semplice e continua nella vita quotidiana
Durante la conferenza stampa sul volo che lo riportava dal suo primo viaggio apostolico in Turchia e in Libano, Papa Leone XIV ha sorpreso i giornalisti con un riferimento inatteso. Invitato a indicare un testo capace di illuminare la sua spiritualità personale – oltre a Sant’Agostino, da lui più volte citato – il Papa ha scelto un libretto quasi invisibile, lontano dai grandi manuali di teologia e dalla saggistica spirituale contemporanea: La pratica della presenza di Dio, del carmelitano Fra Lorenzo della Resurrezione.
«È un libro davvero semplice» ha spiegato il pontefice, «scritto da qualcuno che non firma neppure con il suo cognome, fratel Lawrence. Ma descrive un tipo di preghiera e di spiritualità con cui uno semplicemente dona la sua vita al Signore e permette al Signore di guidarlo».
Un’indicazione che dice molto: mentre il mondo guarda alle grandi sfide geopoliche affrontate nel viaggio, Leone XIV preferisce richiamare l’attenzione a un testo che invita al raccoglimento, al silenzio interiore, al dialogo continuo con Dio nel cuore delle occupazioni quotidiane. Un invito alla semplicità evangelica, alla vita spirituale incarnata nella ferialità.
Ma che cos’è, realmente, questa “pratica della presenza di Dio” che il Papa propone come via per comprenderlo meglio?
La presenza che trasforma il quotidiano
Fra Lorenzo della Resurrezione, carmelitano vissuto in Francia tra il 1614 e il 1691 e oggi venerabile, non ha lasciato trattati sistematici né opere teologiche elaborate. Ci rimangono soprattutto le sue lettere e alcuni colloqui, nei quali emerge con limpidezza un’idea centrale: la pratica della presenza di Dio è il mezzo più semplice ed eccellente per vivere un’unione profonda con il Signore.
Non si tratta di una forma di preghiera delimitata, con un inizio e una fine, né di un metodo complesso riservato a momenti particolari. È, piuttosto, uno stato dell’anima, un atteggiamento continuo, una conversazione silenziosa che accompagna ogni istante della vita.
Per Fra Lorenzo vivere alla presenza di Dio significa coltivare un sguardo amoroso e costante verso di Lui, una specie di attenzione semplice ma reale,
[… qui il testo completo di Leone XIV e quel piccolo libro che rivela la sua anima: “La pratica della presenza di Dio” – Il Timone]
- Tommaso da Celano, Vita Seconda di San Francesco d’Assisi, 95, in Fonti Francescane, 682. ↩︎
- Cf i tre articoli di Anonimo Cappuccino su Libertà e Persona
Viaggio nella santità cappuccina. Scuola cappuccina di preghiera (3) , in particolare al paragrafo Scuola Cappuccina di preghiera e relative note, come negli articoli 1 e 2 ivi in cale citati. ↩︎ - ‘Devoto’, ‘devozione’, come verrà anche ben spiegato da San Francesco di Sales nell’Introduzione alla Vita devota, o Filotea, per devozione non ha da intendersi fervorino individuale in ricerca di personali languori pseudo mistici e di consolazioni spirituali, che poco hanno a che fare con il progresso spirituale, ma significa una vita interamente rivolta a Dio, momento per momento. Ed a quale scuola si rivolse il Salesio? Guarda caso alla scuola monastica benedettina spagnola, attraverso il diffusissimo libretto dell’allora noto maestro di spirito Giovanni di Castañiza, intitolato, Combattimento spirituale dell’anima contro i suoi affetti disordinati, tr. it. del Sac. Cav. Antonio Bollani, III° ed., Tipografia Santa Lega Eucaristica, Milano 19003 testo quasi del tutto introvabile. ↩︎

