
Durante l’Ottocento il peso del giornale continua a crescere, al punto da destare una critica radicale e circostanziata da parte di uno dei più grandi filosofi del secolo, il danese Søren Kierkegaard (1813-1855). Anche Kierkegaard è, a modo suo, un giornalista: dal 1854 al 1855 collabora con il giornale “La Patria”, e si trova spesso al centro di aspre polemiche.
Il cuore della sua riflessione è la convinzione dell’importanza di difendere il singolo da sistemi filosofici e politici massificanti del proprio tempo, in particolare dall’hegelismo, che in nome di una generica “Umanità”, al pari del marxismo e del positivismo finisce per azzerare l’uomo concreto, realmente esistente.
Ebbene per Kierkegaard politici demagoghi, stampa e giornali, sono intenti a fabbricare un’unica opinione già bella e pronta per tutti, che finisce per negare al singolo il suo pensiero e la sua responsabilità. Nella società dei giornali
“la voce del singolo si dissolve nel chiacchiericcio dell’epoca. Non si parla e nemmeno si tace. Si fa qualcosa che sta giusto a metà: si chiacchiera”.
Alla voce della coscienza del singolo, alla voce di Dio che parla nel cuore dell’uomo, al dialogo reale tra un uomo e il suo prossimo, si sostituisce, nel mondo mediatico, la chiacchiera impersonale dei giornali. Per il filosofo danese, i giornalisti prima convincono la gente che occorre avere un’ opinione, seppur superficiale, su ogni cosa, poi le vendono un’ “opinione che malgrado la sua inconsistenza viene fabbricata ed indossata come un articolo di prima necessità”:
“La Massa delle persone naturalmente non ha alcuna opinione, ma, ecco!, la lacuna è colmata dai giornalisti, che vivono noleggiando opinioni”.
La colpa della stampa non è solo che fornisce pensieri già masticati, semplificati, schematici, che non di rado “finge di riferire un fatto, e intende produrlo”, ma anche che i giornalisti, “adulatori della folla”, “adulatori del tiranno”, contribuiscono alla massificazione incalzante, alla creazione di mode imperanti, mettendo all’angolo il singolo, processando, spesso, l’innocente.
Paventando un potere crescente delle folle, irresponsabili ed eterodirette, Kierkegaard dimostra di essere lungimirante: pochi decenni dopo la sua morte i giornali e i partiti di massa assumeranno un potere enorme, contribuendo a plasmare le folle e a permettere l’affermarsi delle dittature
A riguardo delle folle, ben prima che Gustave Le Bon scriva il suo La psicologia delle folle, Kierkegaard scrive ne Il punto di vista della mia attività letteraria:
“C’è una concezione della vita secondo cui, dov’è la folla, c’è anche la verità – tanto che la verità stessa sente il bisogno di avere con sè la folla…[ma] la folla causa irresponsabilità e spregiudicatezza, ossia svigorisce la responsabilità per il singolo, riducendolo a un frammento… La folla è falsità! Per questo non c’è nessuno che disprezza tanto l’uomo quanto chi sta a capo della folla… La folla è falsità! Perciò Cristo fu crocifisso, poichè, anche se si è rivolto a tutti, non ha voluto avere a che fare con la folla, perchè non ha voluto avere nessun aiuto dalla folla… Infatti per conquistare la folla non ci vuole poi una grande arte: per questo basta un po’ di talento, una certa dose di falsità e un po’ di conoscenza delle passioni umane“.
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