Referendum sull’INFERNO vuoto? Le ragioni del NO.

Fonte foto: UCCR

Faccio una premessa. Dopo aver risposto in questi giorni ad un teologo che affermava che non possiamo asserire se c’è qualche anima all’inferno, pubblico questo scritto – che sostanzialmente riprende tutto l’argomentazione usata in precedenza, anche se con qualche aggiunta – rivolgendomi a chiunque è convinto di portare avanti una tesi come quella dell’“inferno vuoto”, che in realtà si rivela insostenibile.

Chiarisco subito che nessuno di noi gioisce nel dire che all’inferno ci sono dei dannati. È invece una drammatica constatazione, che deriva in particolar modo dalla Sacra Scrittura, supportata da alcuni testi della Tradizione Cattolica. Non perdiamoci questa lettura e condividiamola.

E VON BALTHASAR?

1. Partiamo col dire che l’espressione “sperare l’inferno vuoto” è molto in voga nell’ambiente progressista del cattolicesimo, ed è attribuita al teologo Von Balthasar. Tuttavia, lo stesso von Balthasar in un volumetto chiamato Sperare per tutti. Breve discorso sull’inferno nega di aver sostenuto questa posizione: “La soluzione da me proposta, secondo la quale Dio non condanna alcuno, ma è l’uomo, che si rifiuta in maniera definitiva all’amore, a condannare se stesso, non fu affatto presa in considerazione. Avevo anche rilevato che la Sacra Scrittura, accanto a tante minacce, contiene pure molte parole di speranza per tutti e che, se noi trasformiamo le prime in fatti oggettivi, le seconde perdono ogni senso e ogni forza: ma neppure di questo si è tenuto conto nella polemica.
Invece sono state ripetutamente travisate le mie parole nel senso che, chi spera la salvezza per tutti i suoi fratelli e tutte le sue sorelle, “spera l’inferno vuoto”. Che razza di espressione!”.

Questo scrive Von Balthasar. Alcuni però sostengono che nella sua vasta produzione teologica, egli abbia comunque sostenuto questa tesi parlandone in altri termini.

In ogni caso, la tesi non reggerebbe sia per ciò che ora andremo a dire, sia per il fatto che il singolo teologo potrebbe sostenere tesi erronee, come è sempre accaduto nella storia della Chiesa e come accade.

LA SACRA SCRITTURA NON MENTE

2. Tesi erronee, invece, non può sostenerle la Sacra Scrittura, che è Parola di Verità, ed è la fonte principale a cui facciamo riferimento per la nostra argomentazione.

Partiamo dal vangelo di Matteo, dove Gesù dice: “Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti sono quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli che la trovano!” (Mt 7,12-14).

Come vediamo, qui è chiaro che molti entrano in questa via di perdizione, e non serve chissà quale interpretazione illuminata per capire a cosa si sta riferendo il Signore.

C’è poi il brano evangelico di Luca che fa da sussidio e da integrazione a quello di Matteo, ed è – per così dire – il suo parallelo. Qui c’è scritto che “un tale gli chiese: «Signore, sono pochi quelli che si salvano?». Disse loro: «Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno” (Lc 13,24).

Come vediamo, non è riportato un verbo ipotetico o una preoccupazione condizionale per qualcosa che potrebbe accadere, ma un verbo al futuro, che – in modo inequivocabile – fa riferimento a quanti cercheranno di entrare per quella porta che conduce alla vita eterna, ma – appunto – non ci riusciranno.

Non è un’interpretazione arbitraria, frutto di qualche sillogismo filosofico, ma una triste constatazione.

Va poi aggiunto che questo cercare di entrare a cui si riferisce Gesù non è determinato da uno sforzo sincero, che certamente Dio premierebbe con la grazia di un vero ravvedimento e quindi della salvezza, ma dalla convinzione di pensare di avere il diritto di entrare nel regno dei cieli. E la frase è lapidaria: “non ci riusciranno”.

Direi che che Gesù Cristo ne sa più di noi. O no?

Dare un’altra interpretazione, rispetto ad una chiara, logica e razionale, che proviene direttamente dal testo sacro, sarebbe errato, proprio perché “nessuna scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione” (2Pt 1,21).

Inoltre, usare la ragione e la logica non è assolutamente contrario alla chiarificazione di un brano evangelico, in quanto la mediazione intellettuale è un mezzo attraverso cui lo Spirito si serve per giungere alla verità che l’uomo può afferrare, e non usarla implicherebbe un esercizio di puro fideismo, che – come sappiamo – è in contraddizione rispetto all’approccio cattolico.

3. In riferimento, poi, a questa pretesa di entrare in Paradiso senza essere provveduti della grazia divina, c’è un altro brano da citare, quello di Matteo:

 “In quel giorno molti mi diranno: «Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?». Ma allora io dichiarerò loro: «Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!»” (Mt 7,22-23).

Ancora una volta, il Signore parla di ciò che avverrà facendo capire in modo chiaro che alcuni si danneranno tra coloro che hanno la presunzione di essere giusti tra i cristiani e invece vivono nel peccato, perché le loro opere non li seguono.

4. Un altro brano ancora dice: “Abbiamo mangiato e bevuto in tua presenza e tu hai insegnato nelle nostre piazze». Ma egli vi dichiarerà: «Voi, non so di dove siete. Allontanatevi da me, voi tutti operatori di ingiustizia!». Là ci sarà pianto e stridore di denti, quando vedrete Abramo, Isacco e Giacobbe e tutti i profeti nel regno di Dio, voi invece cacciati fuori” (Lc 13,26-28).

Ora, è vero che il Signore, a più riprese nella Bibbia, rivolge delle minacce, volte a scuotere le coscienze e permettere loro di ravvedersi, ma nei brani che ho presentato fin ora, quest’ultimo compreso, non ci sono semplici minacce o ammonimenti, ma vere e proprie asserzioni certe, nelle quali Egli parla di ciò che accadrà a coloro che avranno scelto l’ingiustizia e l’iniquità.

Ammonimento potrebbe essere quello di S. Paolo, il quale però – in ogni caso – afferma nella Prima Lettera ai Corinzi, che “né immorali, né idolatri…etc…erediteranno il regno dei cieli” (1Cor 6,9-10).

5. C’è tuttavia ancora un altro brano, chiarissimo, dove Gesù parla del giudizio finale, e in particolare di coloro che si salvano e si dannano. E qui non fa riferimento a demoni ma a persone, che hanno agito o non agito in un certo modo nella loro vita.

“Poi dirà a quelli alla sua sinistra: “Via, lontano da me, maledetti, nel fuoco eterno, preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e non mi avete dato da bere; ero forestiero e non mi avete ospitato, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete visitato. Anch’essi allora risponderanno: Signore, quando mai ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi miei fratelli più piccoli, non l’avete fatto a me. E se ne andranno, questi al supplizio eterno e i giusti alla vita eterna»” (Mt 25,41-46).

Qui la questione del linguaggio preciso con cui il Signore si esprimerà e che l’evangelista riporta (che magari secondo alcuni potrebbe facilmente essere stato adattato alla comprensione umana) di certo non può contraddire la sostanza del fatto che ci interessa e che rimane, visto che si afferma senza remore che alcuni, dopo il giudizio finale, “se ne andranno tra i tormenti eterni (purtroppo), e i giusti alla vita eterna”.

6. C’è poi l’affermazione, sempre di Gesù Cristo, il quale dice in un altro vangelo che “difficilmente un ricco entrerà nel regno dei cieli. Ve lo ripeto: è più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli”.

Ecco, tutto questo non fa capire forse che alcuni ricchi non entreranno nel regno dei cieli? Qui è sufficiente applicare una logica più che una tecnica esegetica elaborata.

E ancora, nella parabola del ricco epulone, per quanto la figura di quest’uomo possa essere simbolica (ma ovviamente rappresenta una realtà, altrimenti sarebbe una semplice storiella da raccontare), Gesù dice: “Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell’inferno tra i tormenti…” (Lc 16,22-23). Tale parabola ci rimanda alla questione del giudizio individuale e all’incomunicabilità dei beni tra i beati e i dannati. Dunque parla di una realtà vera e concreta.

Ed è singolare che Gesù non prende come esempio un angelo ribelle, ma un uomo. Dunque la dannazione è purtroppo un qualcosa che accade realmente. E sottolineo di nuovo, “PURTROPPO”, perché nessuno di noi è felice di sapere che all’inferno c’è qualcuno. Tutti vorremmo che fosse vuoto, ma un conto è ciò che ci piace, un conto è ciò che la Rivelazione ci fa intendere in modo chiaro, e senza dare adito ad interpretazioni personali.

Dio stesso “vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità” (1Tm 2,4). Eppure, lo stesso Dio che ha ispirato questo versetto della Sacra Scrittura, ha ispirato anche tutti gli altri che ho citato.

Cosa significa tutto questo? Che da parte di Dio c’è tutto il desiderio di portarci con sé nell’eternità beata, ma – come sappiamo – la salvezza dipende anche da noi, e siccome Lui, nella sua Onniscienza, conosce le scelte della nostra libertà, ci ricorda quanto accade per coloro che non accolgono i frutti della Sua Redenzione oggettiva.

“VERSATO PER MOLTI”

7. Anche per questo, San Tommaso (che cito anche per togliere l’alibi della mancanza di fonti autorevoli che interpretano la Sacra Scrittura), commentando le parole della consacrazione eucaristica “Questo è il mio corpo…. Questo è il mio sangue…versato per molti”, scrive: «Per molti, e cioè per tutti, perché se si considera la sufficienza si ha che “Egli è vittima di espiazione per i nostri peccati; e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2,2). Se però consideriamo l’effetto, non ha effetto se non in quelli che si salvano, e ciò per colpa degli uomini”. 

Dunque, l’Aquinate ci fa capire in modo chiarissimo che quando diciamo che Gesù ha offerto il suo sacrificio per tutti intendiamo dire che ha offerto la sua salvezza al mondo intero, ma il “per molti” che il Dottore Angelico commenta, si riferisce al fatto che non tutti accetteranno quella salvezza.

Per questo, sempre San Tommaso riporta il commento di un autorevolissimo Padre della Chiesa, cioè San Girolamo (che in quanto a interpretazione delle Scritture ne sa più di tutti noi), il quale, a proposito di quel “versato per molti”, afferma:” infatti non monda tutti”.

Sostiene, quindi, che il Sangue di Cristo “non monda tutti”, nel senso che non tutti si lasciano mondare, non tutti lo accolgono nella propria vita, ma lo disperdono, non accogliendo i frutti della Redenzione, ottenuti per mezzo di quel Sangue.

Questo rifiuto di lasciarsi lavare dal peccato non ci deve sorprendere sia perché è frutto delle nostre libere scelte, sia perché la Sacra Scrittura, in lungo e in largo, presenta questa realtà, come vediamo (a mo’ di esempio) in Ezechiele, dove Dio rivolgendosi a “questa genìa di ribelli” dice: “L’abbondante sua ruggine non si stacca, non scompare da essa neppure con il fuoco. La tua immondezza è esecrabile: ho cercato di purificarti, ma tu non ti sei lasciata purificare (Ez 24,12-13).

Ancora, nella Catena aurea, nella quale San Tommaso riporta il pensiero dei Santi Padri, egli cita San Remigio, un altro autore importante, il quale, riprendendo le parole usate da Gesù nell’Ultima Cena, scrive: “E bisogna notare che non disse: per pochi, o per tutti, ma per molti; poiché non era venuto a redimere un popolo solo, ma molti da tutte le genti”.

Qui precisiamo una cosa: la questione delle discutibili traduzioni attuali della Bibbia che usano il “per tutti”, è completamente relativa, sia perché tradizionalmente ha sempre prevalso (e con ragione) il “pro multis”, sia perché anche con la traduzione che fa riferimento al sangue versato “per tutti”, ciò non contraddice quanto diciamo, infatti Gesù Cristo è comunque morto per offrire la salvezza al mondo intero.

Dunque l’attuale traduzione, sebbene imprecisa, coglie la dimensione oggettiva della Redenzione, ma non permette di afferrare in modo genuino e originale la dimensione soggettiva, quella che afferisce all’appropriazione personale di questa Redenzione.

Inoltre, in un approccio ermeneutico integrale e complementare, che non isola il singolo versetto biblico ma lo legge in un’armonia coerente e più ampia, quel “pro multis” dell’Ultima Cena è frutto anche del fatto che Gesù si rivela a noi come il Servo Sofferente profetizzato nel libro di Isaia. Lì si legge: “il giusto mio Servo giustificherà molti” (Is 53,11).

Per questo, Benedetto XVI, in una lettera ai vescovi tedeschi, del 2012, chiede il ripristino di questa formula,come forma di fedeltà alla Sacra Scrittura e alla Tradizione della Chiesa.

Non possiamo poi ignorare quanto ancora Gesù dice nel vangelo: “Come il Figlio dell’uomo, che non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti (Mt 20,28).

Non era venuto in riscatto per tutti? Sì, ma non tutti si lasciano riscattare.

E la Sacra Scrittura dice nella Lettera agli Ebrei: “Così Cristo, dopo essersi offerto una sola volta per togliere il peccato di molti apparirà una seconda volta, senza alcuna relazione con il peccato, a coloro che l’aspettano per la loro salvezza” (Eb 9,28).

Non era venuto per togliere il peccato di tutti? Si, ma non tutti si lasciano perdonare.

“Conveniva infatti che Dio – per il quale e mediante il quale esistono tutte le cose, lui che conduce molti figli alla gloria – rendesse perfetto per mezzo delle sofferenze il capo che guida alla salvezza” (Eb 2,10).

Non vuole condurre tutti i figli alla gloria? Sì, ma non tutti si lasciano prendere per mano.

E l’inferno è questo: lasciare le mani del Padre che ti fa libero per mettersi nelle mani di un padrone che ti fa suo schiavo.

In questo senso, il Signore nel vangelo dice di coloro che invece come pecore si lasciano condurre dal Buon Pastore: “Io le conosco ed esse mi seguono. Io do loro la vita eterna e non andranno perdute in eterno e nessuno le strapperà dalla mia mano” (Gv 10,28).

Perchè chi accetta di rimanere nel Signore e persevera non ha nulla da temere, infatti è scritto: “chi rimane in me, e Io in lui, fa molto frutto” (Gv 15,5), mentre invece “chi non raccoglie con me disperde” (Mt 12,30)

ALLA FINE DI TUTTO COME ANDRA’?

8. Ancora, rimanendo nell’ambito della Sacra Scrittura, cito Ap 21,8. Qui la Parola di Dio dopo aver parlato di coloro che escono vittoriosi dalla battaglia contro le potenze del male e vivranno per sempre con Dio, dice: “ma per i vili e gli increduli, gli abietti e gli omicidi, gli immorali, i fattucchieri, gli idolàtri e per tutti i mentitori è riservato lo stagno ardente di fuoco e di zolfo. È questa la seconda morte”.

In Ap 20,15 c’è ancora scritto, parlando del giudizio futuro, che “chi non era scritto nel libro della vita fu gettato nello stagno di fuoco”. Non dice: “potrebbe succedere che…”. Parla invece del giudizio che avverrà in modo certo.

Infatti l’Apocalisse inizia con le parole ispirate di san Giovanni che ha l’intenzione di “render noto ai suoi servi le cose che devono presto accadere” (Ap 1,1), non quelle che potrebbero accadere per lontana ipotesi.

E Gesù stesso, in riferimento al giudizio finale, non dice forse: “verrà l’ora in cui tutti coloro che sono nei sepolcri udranno la sua voce e ne usciranno: quanti fecero il bene per una resurrezione di vita e quanti fecero il male per una risurrezione di condanna” (Gv 5,28-29).

Attenzione, qui parla direttamente della risurrezione finale, e dice che alcuni risorgeranno con il proprio corpo, ma in modo glorioso, e altri, sempre con il proprio corpo, ma per la condanna.

Per questo, anche il CCC 1038 dice: “La risurrezione di tutti i morti, « dei giusti e degli ingiusti » (At 24,15), precederà il giudizio finale”. E, come vedi, precisa parlando “dei giusti e degli ingiusti”.

Anche qui non si parla di demoni, che sono puri spiriti, ma di persone umane. Non è un semplice sillogismo, ma un dato di fatto: assisteremo ad una risurrezione di coloro che si saranno salvati e di coloro che avranno rifiutato la salvezza, avendo persistito nel peccato senza nessun pentimento.

Questo va in linea con 2Cor 2,15-16, dove l’apostolo delle genti dice: “Noi siamo infatti per Dio il buon profumo di Cristo tra quelli che si salvano e tra quelli che si perdono; per gli uni odore di morte per la morte, per gli altri odore di vita per la vita”.

Anche San Paolo sa benissimo che alcuni si salvano e altri si perdono.

Per questo non possiamo dimenticare un ulteriore suo appello, che dice così: “molti, ve l’ho già detto più volte e ora con le lacrime agli occhi ve lo ripeto, si comportano da nemici della croce di Cristo: la perdizione però sarà la loro fine, perché essi, che hanno come dio il loro ventre, si vantano di ciò di cui dovrebbero vergognarsi, tutti intenti alle cose della terra” (Fil 3,18-19).

Si potrebbe dire che san Paolo non sperava che le anime si salvassero? Non penso, visto che ha predicato sempre la potenza della grazia redentrice ma qui sottolinea un dato di fatto, una realtà, che non contraddice la Misericordia del Signore Gesù Cristo.

Egli, in quanto Dio fatto uomo, rivolge sempre un appello all’uomo, riconoscendo, testimoniando e promuovendo la responsabilità della sua libertà. Ed è per questo che nella Sacra Scrittura troviamo delle sante e paterne minacce, che desiderano la conversione dell’animo umano. Tanti aderiscono a questo appello, ma tanti altri no, purtroppo.

Vediamo ad esempio i rimproveri che Gesù rivolge alle città che “non si erano convertite” (Mt 11,20). Parla di Corazin e Betsàida, alle quali dice: “Tiro e Sidone nel giorno del giudizio avranno una sorte meno dura della vostra” (Mt 11,22).

E, ulteriormente, aggiunge: “E tu Cafarnao, sarai forse innalzata fino al cielo? Fino agli inferi precipiterai?” (Mt 11,23).

È del tutto evidente (e non serve un esegeta sopraffino per capirlo) che si riferisce agli abitanti delle città e non alle città materiali stesse, delle quali non avrebbe senso parlare in termini di “precipitazione agli inferi”.

Come vediamo, i riferimenti sono abbondanti.

CHE FINE HA FATTO GIUDA?

9. Se poi, ancora, volessimo parlare addirittura di esempi specifici, ricordo che la figura di Giuda, del quale sebbene negli ultimi decenni si ipotizzi un suo ravvedimento finale, è stata inquadrata costantemente in un certo modo dalla Tradizione della Chiesa e dai vari santi Padri, al punto da fornirci la possibilità di dire qualcosa in merito alla sua “sorte”.

E anche qui non affermo di certo pareri personali, visto che nessuno di noi può dire a prescindere come stanno le cose, ma riporto dati oggettivi, che parlano da soli.

Quando Gesù afferma: “guai a colui dal quale il Figlio dell’uomo viene tradito. Sarebbe meglio per quell’uomo se non fosse mai nato” (Mt 26,24), fa capire chiaramente che la condanna eterna è il destino peggiore possibile. Meglio non nascere che andare all’inferno. E questo credo che, con la retta ragione, possiamo dirlo tutti.

È vero che Gesù cerca in tutti i modi di scuotere Giuda dalle sue tenebre, ma sappiamo che egli ha rifiutato quell’appello.

Certamente vi è in noi un pensiero del fatto che fino all’ultimo momento di vita non possiamo mai sapere cosa accade nel cuore di una persona. E ciò è verissimo, ma qui, a differenza della sorte di ciascuno di noi, abbiamo la testimonianza della Scrittura stessa, che si riferisce soprattutto a ciò che Gesù dice quando afferma che tra i suoi discepoli – preciso, tra i suoi discepoli – nessuno è andato perduto, “tranne il figlio della perdizione” (Gv 17,12).

Lo dice Cristo in persona.

Vogliamo però un commento esegetico puntuale affinchè questa non sembri un’interpretazione personale? Bene, prendiamo un esegeta, riconosciuto trasversalmente come autorevole, e cioè Marco Sales, il quale afferma in riferimento al “figlio della perdizione: “è un ebraismo che significa: colui che si è perduto. Con questo nome si allude a Giuda traditore. Non è per incuria di Gesù che Giuda andò perduto, ma per la perversa sua volontà. Dio, che ciò aveva permesso, lo fece preannunziare nella Scrittura (Salm. XL, 10; CVIII, 8)” (Padre Marco M. Sales OP, La Sacra Bibbia – Il Nuovo Testamento, Torino, 1925, Vol. I, p. 429, n. 12).

E se vogliamo ancora rimanere nelle Sacre Scritture, possiamo ricordare il discorso di Pietro, il quale negli Atti degli Apostoli (At 1,25) usa, in riferimento al destino eterno di colui che ha tradito il Cristo, l’espressione andare nel luogo suo proprio, che sempre Sales commenta, in base a studi oggettivi e non a pareri personali: “è un eufemismo per indicare l’inferno. Giuda abbandonò il luogo che occupava tra gli Apostoli per acquistarsi un luogo nell’inferno, come si conveniva all’enormità del suo delitto” (Ibid. p. 463, n. 25).

Altre versioni bibliche dicono: “a prendere il posto in questo ministero e apostolato che Giuda ha abbandonato per andarsene al posto da lui scelto” (At 1,25). Il che sarebbe comunque coerente con il fatto che la dannazione è una scelta libera dell’uomo, quando questi abbraccia un peccato e non si pente di esso.

E, a proposito, di altre citazioni che sono nel solco dell’insegnamento della Chiesa, che dire di quanto afferma il Catechismo del Concilio di Trento (che quindi gode del consenso unanime dei padri)?

“Spesso avviene infatti che gli uomini non si pentano dei peccati quanto dovrebbero; che anzi vi sono taluni, a detta di Salomone, che si rallegrano del male commesso (Pr 2,14); mentre vi sono altri che se ne affliggono cosi amaramente, da disperare di salvarsi. Tale sembra essere stato il caso di Caino che esclamo: Il mio peccato è più grande del perdono di Dio (Gn 4,13); e tale fu certamente quello di Giuda, il quale pentito, appendendosi al laccio, perdette insieme la vita e l’anima (Mt 27,3 Ac 1,18)”  (n.241).

Inoltre, prima del Concilio, la Chiesa durante l’Officium Tenebrarum della sera del Mercoledì Santo cantava un responsorio che deplorava l’azione di Giuda: “Judas mercátor péssimus ósculo pétiit Dóminum: ille ut agnus ínnocens non negávit Judæ ósculum: Denariórum número Christum Judǽis trádidit. Mélius illi erat, si natus non fuísset”. Ovvero: “Mercanteggiò il Sangue dell’Innocente e, al netto del pentimento iniziale, pose fine alla sua vita disperando della misericordia del Signore. Così l’anima sua – esatto contrario del Buon Ladrone  –  discese “nel luogo suo proprio” (Act. I, 25), ossia l’inferno, per scontare in eterno “la pena del suo delitto”.

RIVELAZIONI PRIVATE

10. Non cito poi le tante e diverse rivelazioni private, perché so già cosa mi verrebbe obiettato: “non sono oggetto di fede”, il che è verissimo, per cui non è necessario né obbligatorio credere a quanto visto o ascoltato dai vari santi e mistici nel corso delle loro esperienze spirituali, tuttavia è singolare il fatto che tutte quelle approvate dalla Chiesa, in merito a questo tema, vanno in un’unica direzione, che è quella che si sta ribadendo in questo scritto.

Ne prendo una, per essere in continuità con il tema di Giuda, che è tratto da ciò che l’Eterno Padre avrebbe detto a Santa Caterina da Siena:

Questo è quello peccato che non è perdonato né di qua né di là, perché il peccatore non ha voluto, spregiando la mia misericordia; perciò mi è più grave questo che tutti gli altri peccati che ha commessi. Unde la disperazione di Giuda mi spiacque più e fu più grave al mio Figliolo che non fu il tradimento che egli mi fece. Così sono condannati per questo falso giudizio d’aver posto maggiore il peccato loro che la misericordia mia; e perciò sono puniti con le dimonia e cruciati eternamente con loro” (S. Caterina da Siena, Dialogo della Divina Provvidenza, c. 37).

Non vogliamo credere alle rivelazioni di santa Caterina su Giuda? Siamo liberi, però in questo caso dobbiamo dire coerentemente che lei non le ha mai ricevute, e come lei anche santa Teresa d’Avila, santa Faustina, san Pio da Pietrelcina, san Giovanni Bosco (il quale disse, con una conoscenza chiara: “molti di quelli che vanno all’inferno, ci vanno per mancanza di proposito nelle confessioni”), per non parlare della visione dei pastorelli a Fatima sulla presenza ingente di anime dannate, ed è per questo motivo che ancora oggi imploriamo la Misericordia Divina e diciamo “preservaci dal fuoco dell’inferno”, ed è anche uno dei motivi per cui in tante Parrocchie si persegue la devozione ai primi cinque sabati del Mese, che vengono consacrati al Cuore Immacolato di Maria.

Lo ripeto, sono rivelazioni e devozioni private. Non costituiscono il depositum fidei, ma una certezza ce l’abbiamo: oggi questi mistici sono santi e sono stati canonizzati dalla Chiesa e di certo sono più credibili di alcuni pensatori che forse godono di alcuni titoli teologici e onori terreni ma forse non possiedono la loro sapienza e santità.

È possibile che tutti loro abbiano preso un abbaglio quando attestano che l’inferno oltre ad esistere vede purtroppo la presenza di anime dannate? E perché dircelo se sono state solamente delle esperienze “interiori e personali”?

Perché i santi si sono scomodati così tanto per avvisarci che il pericolo dell’inferno è reale e che diverse anime vi finiscono dentro? Se noi oggi diciamo che non possiamo dire che c’è qualcuno all’inferno, perché loro l’hanno detto?

Qualcuno mi risponderà: “perché loro potevano, erano santi già in terra. Chi siamo noi?”

“Benissimo, e allora chi siamo noi per saperne più di loro? E se erano e sono testimoni autorevoli e credibili, perché credere a tanti intellettuali itineranti e non a loro?”

In ogni caso, accettiamo le condizioni: non prendiamo questa come argomentazione da portare avanti, anche perché la Sacra Scrittura è già fin troppo chiara, come dimostrato.

I MAESTRI PERÒ NE PARLANO …

11. Possiamo però pensare a quanto dicono i maestri spirituali. E qui non interpello visioni o estasi mistiche, ma insegnamenti trasmessi. Ne prendo uno su tutti: quello di Sant’Ignazio di Loyola, il quale nei suoi esercizi spirituali, accettati e confermati dalla Chiesa, chiede, ad un certo punto, di meditare, precisamente nel quinto esercizio, la realtà dell’inferno, con i dannati che vi sono dentro, invitando a “richiamare alla memoria le anime che stanno all’inferno: alcune perché non credettero alla sua venuta; altre perché pur credendoci, non operarono secondo i suoi comandamenti”.

Anche lui lo dà come dato certo, basandosi sulla Scrittura e sulla Tradizione.

Tuttavia se vogliamo supportare ulteriormente le parole di Ignazio con l’autorevolezza di Tommaso, allora ricordo che l’Aquinate a più riprese (in alcuni numeri che vanno da Supplemento 85 in poi) parla dei dannati e di ciò che soffrono, dando per scontata la loro esistenza, anche perché di certo non avrebbe mai parlato nei dettagli, come ha fatto, di una realtà come questa se l’avesse semplicemente ritenuta un’ipotesi.

In Supplemento 97 a.1, afferma in riferimento al giudizio finale: “come ogni creatura sarà per i beati oggetto di gioia, così per i dannati tutte le creature accresceranno il tormento, secondo le parole della Sapienza: “Tutto l’universo combatterà con lui contro gl’insensati”.

E citando san Basilio scrive: “nell’ultima purificazione del mondo ci sarà una separazione negli elementi, in modo che quanto è puro e nobile rimanga nelle parti superiori a gloria dei beati; e quanto è ignobile e lurido precipiti nell’inferno per il castigo dei dannati” (ibid.)

Come vediamo parla dei dannati, che nella terminologia si riferiscono sempre a persone, distinte quindi dai demoni.

E in Suppl. 97 a.4 afferma:  “La disposizione dell’inferno sarà tale da essere la più adatta alla miseria dei dannati. Perciò luce e tenebre vi si troveranno nel modo che più si addice alla dannazione di essi”.

San Gregorio, citato da San Tommaso in Suppl. 99 a.1, dice: “Tutti i perversi, condannati all’eterno supplizio, sono puniti per la loro iniquità: e tuttavia essi bruceranno per uno scopo, cioè perché i giusti, mentre vedono in Dio la felicità raggiunta, vedano in quelli i supplizi da cui essi sono scampati; cosicché tanto più si sentiranno debitori verso la divina grazia, quanto più vedranno punite eternamente quelle iniquità che essi hanno superato con l’aiuto di Dio”. 

Come vediamo, san Gregorio presenta questa realtà in modo scontato.

E ancora, sempre citando San Tommaso, voglio ricordare quanto lui stesso afferma quando parla della discesa di Gesù agli inferi (o Sheol) subito dopo la Sua morte. Lascio la parola al dottore angelico:

“Uno può trovarsi in un luogo in due modi.
Primo, mediante i suoi effetti.
E in questo modo si può dire che Cristo discese in ogni parte dell’inferno: però con effetti diversi.
Infatti nell’inferno dei dannati egli produsse l’effetto di confondere la loro incredulità e la loro malizia.
A coloro invece che si trovavano in purgatorio diede la speranza di raggiungere la gloria.
Ai santi Patriarchi poi, che erano all’inferno solo per il peccato originale, infuse la luce della gloria eterna.


Secondo, si può dire che uno è in un dato luogo col proprio essere.
E in questo modo l’anima di Cristo discese solo in quella parte dell’inferno in cui erano detenuti i giusti: poiché volle visitare anche localmente con la sua anima coloro che mediante la grazia visitava interiormente con la sua divinità.
Così tuttavia, portandosi in una parte dell’inferno, irradiò in qualche modo la sua azione nell’inferno intero: come soffrendo la sua passione in un solo luogo della terra liberò con essa tutto il mondo” (Somma teologica, III, 52, 2).

Come vediamo, San Tommaso ha fatto – nel primo punto – delle distinzioni riguardo agli inferi, nei quali vi erano tre dimensioni, dicendo che Cristo ha operato raggiungendole tutte in modi diversi, e quindi mentre i giusti li ha liberati e così ha riaperto il Paradiso per loro e anche per tutti i giusti “futuri”, i dannati li ha confusi nella loro malizia.

Il riferimento in questione, oltre ad essere chiarissimo, costituisce parte dell’insegnamento della Chiesa sull’argomento della discesa agli inferi, perché Gesù è venuto a liberare dallo Sheol gli spiriti dei giusti che attendevano il Redentore.

Ed è ragionevole che lo attendessero i giusti, perché essi bramavano dal desiderio di vedere Dio faccia a faccia, cosa che non si può dire per gli ingiusti che non attendevano nessun Redentore, per via della loro incredulità e del loro peccato, e per questo non si parla mai, nel Magistero della Chiesa, del fatto che Egli fosse sceso negli inferi per liberare coloro che avevano respinto Dio liberamente e volontariamente già nell’Antico Testamento (ricordiamo che nello Sheol c’erano tutte le generazioni antiche)

“EH MA IL MAGISTERO PARLA DELL’INFERNO MA NON DI ANIME DANNATE..”

12. Ricordo inoltre a chi dice: “nel Magistero non c’è scritto che qualcuno si sia dannato con certezza”, che non è necessario che il Magistero dogmatizzi qualsiasi cosa, soprattutto se certi dati sono così chiari e oggettivi che non necessitano di chiarimento alcuno.

Anche la bontà e la provvidenza di Dio sono affermate ovunque nella Scrittura e proprio per questo non sono mai state oggetto di definizione solenne propria.

La stessa esistenza di Dio non è dogma di fede, per il semplice fatto che è un’evidenza universale afferrabile con la semplice ragione.

Allo stesso tempo la presenza di anime dannate è già confermata dalla Sacra Scrittura, come abbiamo visto, e non necessita di dogmatizzazioni particolari, perché è una verità evidente.

Insieme ad esse siamo purtroppo certi anche della presenza degli angeli ribelli che hanno rifiutato Dio, e la cui presenza già contraddice il fatto che l’inferno sia “vuoto”.

In ogni caso, la Chiesa, per bocca di Benedetto XII, nel documento “Benedictus Deus” (21.1.1336), riprendendo un brano della Sacra Scrittura, afferma: “Noi inoltre definiamo che, secondo al generale disposizione di Dio, le anime di coloro che muoiono nel peccato mortale attuale, subito dopo la loro morte, discendono all’inferno, dove sono tormentate con supplizi infernali e che tuttavia nel giorno del giudizio tutti gli uomini con i loro corpi compariranno «davanti al tribunale di Cristo» per rendere ragione delle loro azioni, «per ricevere ciascuno ciò che gli spetta in consequenza di quello che ha fatto quando era nel corpo, sia di bene che di male» (2 Cor 5,10)”.

E’ pacifico il riferimento al fatto che nel giorno finale tutti gli uomini compariranno. Ma ci saranno alcuni che renderanno ragione delle loro azioni buone e altri di quelle cattive, come ampiamente detto a più riprese in questo scritto.

Conclusione

Nel mio scritto, oltre ad aver provato ad argomentare in modo logico e solido, ho riportato citazioni autorevoli chiare, che di certo non sono farina del mio sacco, ma di coloro che ci hanno trasmesso la fede di sempre.

In un tempo in cui l’io fa da padrone, anche nell’ambito della ricerca teologica, e ciò si manifesta con la prevaricazione delle proprie opinioni su quelle autorevoli di chi ci ha preceduto, è bene ricordare l’importanza di accogliere e gustare la dottrina così come la Tradizione l’ha trasmessa e come i santi Padri l’hanno vissuta. Non c’è via più sicura.

Con la speranza di aver fatto chiarezza sull’argomento e con l’augurio che tutti, un giorno, ci troveremo a lodare insieme il Signore, invoco insieme a voi la Misericordia Divina, che si estende fino agli estremi confini della terra e che costituisce il nostro rifugio sicuro rispetto alle insidie del nemico.

Infatti, “questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede” (1Gv 5,4). Nessuno di noi abbia timore o paura. Il Signore è con noi e non ci lascerà soli, se avremo un sincero desiderio di camminare per le sue vie.

Dio è buono, tanto buono, infinitamente buono, e farà sempre di tutto pur di portarci nel suo regno, perché ciò che desidera di più è la salvezza di tutti noi.

A noi la scelta di accogliere il suo desiderio di un abbraccio infinito ed eterno, che ci stringe già ora, con immenso amore.

Fra Andrea Palmentura OCD

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Author: Fra Andrea Palmentura OCD

Fra Andrea Palmentura, religioso Carmelitano Scalzo, è nato a Bari nel 1994 conseguendo il grado accademico del Baccalaureato presso la Facoltà Teologica di Santa Fara in Bari nel 2017 con una tesi sul Sacrificio di Cristo nell'Eucaristia. Ha conseguito la Licenza di specializzazione a Roma presso la Pontificia Facoltà del Teresianum in Teologia Spirituale con una tesi sullo Spirito Santo come guida all'unione con Dio secondo San Giovanni della Croce. Attualmente, è Dottorando in Teologia Dogmatica presso la Pontificia Università della Santa Croce a Roma. Appartiene alla Semi Provincia dei Carmelitani Scalzi di Napoli.