Mio Padre. In carrozzina a cento anni e sparge gratitudine e letizia.

Il vescovo Giovanni Paccosi e papa Leone sono stati entrambi missionari in Perù.

Anch’io, una ventina d’anni fa, sono stato a Lima e don Paccosi era il mio referente quando allestimmo la mia mostra che riproduce la Cappella degli Scrovegni in scala 1:3. Un giorno portammo in mostra una quarantina di bambini e mi lanciai a spiegarla io in spagnolo. Mi sentivo forte

sugli ovini di Giotto: oveja, cordero, cabra, cabrito y …cabròn. Su “cabròn” scoppiò la risata clamorosa dei ragazzini. Non sapevo che era diventata una parolaccia schifosissima. Da quel momento in poi io tenni la visita guidata in Italiano e il giovane prete Paccosi tradusse in Spagnolo.

Oggi lui è vescovo tra Firenze e Pisa, ha tenuto gli Esercizi spirituali per decine di migliaia di persone della nostra Fraternità e ha appena pubblicato una sua riflessione interessante a proposito del tema che è sulla bocca di tutti. Eccola:

Alice ed Ellen KesslerNerchau, 20 agosto 1936 – Grünwald, 17 novembre 2025

Tutti parlano in questi giorni della decisione delle due anziane soubrettes di togliersi la vita, lasciando tutto in beneficenza. Un gran gesto, dicono, un gesto di libertà di loro che libere erano sempre state. Nei miei ricordi di bambino le vedo ballare e cantare all’unisono nella TV in bianco e nero della mia infanzia, così attraenti e identiche, affiatate e sorridenti. E adesso a ottantanove anni (la stessa età a cui è morta la mia mamma, quasi due anni fa) come dovevano essere piene di ricordi ma anche come dovevano essere vuote, vuote di amicizie, di speranza, di attesa. Tutto alle spalle e nulla davanti.

Non sono io giudice del gesto che hanno compiuto. Eppure non può essere questo il meglio che ognuno attende! E allora penso al mio babbo Vittorio, che la settimana scorsa ha compiuto cento anni. Lui non fa che stupirsi della grazia che è stata tutta la sua durissima, specie nei primi anni, lunghissima vita. Non ha parole che di gratitudine e letizia, e anche di attesa, umile attesa di ogni giorno che inizia, di vedere noi figli e nipoti, di rivedere un giorno sua moglie, di compiere questo viaggio ancora in corso, ed è in pace. Per lui il meglio deve ancora venire. Almeno così appare guardandolo, sulla sua sedia a rotelle, nella casa di riposo dove si trova, e di cui è contento («quante premure, che bella struttura, che bel giardino intorno…»).

Due donne bellissime, famose, che hanno avuto tutto, non avevano più nulla da attendere e nulla per cui iniziare un nuovo giorno, a differenza del mio babbo, che tra ossigeno, bronchiti, dolori, e tante persone care ormai scomparse, non vive certo una condizione umana migliore. Ma come è diverso quando si riconosce che la vita non è nostra, che è un dono: per te, babbo, ogni giorno è risposta all’amore che ti crea, con il tuo amore, fatto pure solo di gratitudine e di preghiera, di sorrisi e di attesa. Il mio babbo è un uomo cristiano, niente più, e se anni fa lo vedevo donarsi a noi e a tutti, ora fa di sé stesso un’offerta al Creatore, e spande letizia e pace. Il regalo dei cent’anni è lui. Per noi. Per il mondo. E il regalo vero per lui e per noi è scoprire che siamo voluti e amati e che ci attende la vita per sempre.

Monsignor Giovanni Paccosi, vescovo di San Miniato QUI

Oggi mi colpisce ciò che ha detto Iva Zanicchi:

“Lo capisco, erano molto anziane, magari ammalate. Ogni caso va letto a sé e noi non conosciamo bene le cose, ma a me LA NOTIZIA DELLA LORO SCELTA SCONVOLGE. LA VITA È PER ME COSÌ SACRA E COSÌ PREZIOSA CHE BISOGNA AVERE, DICIAMOLO PURE, IL CORAGGIO DI VIVERLA FINO ALL’ULTIMO ISTANTE PERCHÉ È UN DONO PREZIOSO […] Ho tanta compassione per loro, capisco la tragedia e immagino queste due donne, anziane, che hanno voluto morire insieme, perché avevano vissuto sempre insieme. Ma dall’altro lato SONO SINCERA, MI SCONVOLGE. QUESTO FATTO MI ADDOLORA, È LONTANO DALLA MIA MENTALITÀ”.

Poi trascrivo integralmente l’articolo di Giovanni Zola, pubblicato sempre oggi col titolo “IL SUICIDIO DELLE GEMELLE KESSLER: Perché se è assistito, diventa accettabile?”

Caro direttore,

il caso agghiacciante del suicidio “assistito” delle sorelle Kessler mi ha costretto ad alcune riflessioni.

Sono rimasto innanzi tutto molto colpito, ma me lo aspettavo, dalla maggioranza dei commenti popolari sui social che definiscono un “atto di coraggio e di libertà” la scelta delle sorelle gemelle. Cosa è accaduto perché l’uso corretto della ragione si sia corrotto fino al punto da definire “bene” il male? Come è possibile che sia bastato aggiungere “assistito” per far sembrare il suicidio un gesto positivo di autodeterminazione?

L’essere umano non determina nulla della propria vita. Non ha potere decisionale su quale sia il luogo, il momento e la famiglia di nascita. Non decide il colore degli occhi o la lunghezza delle gambe e non decide neanche se avrà una carriera felice o difficile e quando pensa di essere artefice del proprio destino solitamente sbaglia o prima o poi cade rovinosamente.

Insomma tutto è dato, il positivo proviene da Altro, l’unico aspetto che l’uomo può decidere su sé stesso e proprio quello di porre fine alla vita e alla propria vita. Cioè l’unica cosa che può fare da solo, se non riconosce di dipendere, è il male (come insegna il catechismo).

Secondo. 7 (sette), dalla numero uno alla numero sette, le pagine del “Corriere della Sera” dedicate alla vita e alla morte delle gemelle. Perché tanta esagerata attenzione e utilizzo d’inchiostro? Perché questo suicidio segna un salto di qualità: non si tratta di un caso limite (quelli utilizzati da Cappato per impressionare l’opinione pubblica, per intendersi), qui c’è una premeditazione dichiarata da una decina d’anni.

Il caso perfetto di una coppia di gemelle che ha vissuto tutta la vita insieme e che decide di morire insieme. Un titolo così capita raramente nella vita. Chi non si commuove di fronte a una storia simile? Chi non prova empatia e soprattutto chi osa giudicare una scelta così intima, così tragica?! La finestra di Overton è definitivamente sfondata. Intanto i vescovi sinodali sono troppo impegnati a benedire le coppie omosessuali così che lo stesso giorno su “Avvenire” troviamo un trafiletto a pagina 24 (ventiquattro) sulla vita artistica delle sorelle. Nessuna dichiarazione, nessun giudizio (forse meglio così).

Il salto di qualità del suicidio delle Kessler non può eludere il problema più importante. Per quale ragione vale la pena vivere. Il paradosso è che per dare risposta a questa domanda occorre chiedersi: per cosa vale la pena morire? Cioè, la nostra esistenza e la nostra libertà, cosa o Chi sono impegnate a testimoniare affinché la vita valga la pena di essere vissuta?

Immediatamente mi viene in mente Santa Madre Teresa di Calcutta, una vita spesa totalmente per gli altri fino a mettere le mani nelle loro piaghe. Una esistenza così non può mai stancare e vuole essere vissuta fino all’ultimo respiro concessoci perché, come cantava Adriana Mascagni, “tutta la vita chiede l’eternità”. (Fonte Il sussidiario,net QUI)

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Autore: Roberto Filippetti

Ha insegnato Lettere nelle scuole superiori e Iconologia e iconografia cristiana presso l’Università europea di Roma. Da anni percorre l’Italia per introdurre bambini, giovani e adulti all’incontro con la grande arte, letteraria e pittorica, e risvegliare il desiderio della Bellezza. Da tale opera divulgativa sono nati i suoi libri, editi da Itaca, attraverso i quali ha raccontato la grande pittura: L’Avvenimento secondo Giotto, Il Vangelo secondo GiottoCaravaggio. L’urlo e la luceVan Gogh. Si dedica anche alla poesia e alla narrativa: Il per-corso e i per-corsi. Schede di revisione di letteratura italiana ed europeaLeopardi e Manzoni. Il viaggio verso l’infinitoEducare con le fiabe. Andersen, Collodi, Saint-Exupéry, LewisL’io spezzato e la domanda di assoluto. Percorso di letteratura italiana ed europea (2012). A dicembre del 2022 è uscito il suo ultimo libro: Il desiderio e l’allodola. Etimologiel’attrattiva delle parole. Per conoscere le sue opere ed essere aggiornati sulle sue conferenze www.filippetti.eu