C’è un’applicazione per smartphone, della quale non intendo fare pubblicità, ma che molti genitori conoscono bene. Essa rileva la posizione dei vari utenti che sono stati inseriti e permette di localizzare ogni momento dove sono e a quale minuto risalgono i loro spostamenti.
L’applicazione è molto utile ai genitori per controllare i figli minorenni. Questi ultimi però mal sopportano tale specie di guinzaglio digitale: ultimamente mia figlia (minorenne) si è disinserita almeno tre volte in poco tempo oppure trova altri modi di rendere indisponibile il tracciamento. Provate poi, voi genitori di figli maggiorenni, magari di venticinque anni, a chiedere di inserire questo ‘parental control’ sui loro cellulari. Oppure, peggio ancora, provate ad imporlo al vostro marito o a vostra moglie oppure a compagni o compagne in relazioni non stabili. Insistendo su questa pretesa non so cosa succederebbe. Eppure, voi potreste avere ottime motivazioni: tutte orientate al ‘bene’ dei sorvegliati e alla tutela della loro integrità in certe situazioni problematiche che possono accadere.
Quando è lo Stato ad essere impiccione o quando siamo preda di altre sconosciute realtà digitali
Succede però che i più insidiosi sorveglianti dei nostri comportamenti sono le istituzioni pubbliche e le aziende private. Per non parlare di altri gruppi di potere e dei siti internet che profilano e tracciano ogni nostro clic. E per non parlare dell’Intelligenza Artificiale e dei suoi simpaticissimi logaritmi.
L’occhio del ‘Grande fratello’ che accomuna tutti questi enti pretende di raggiungerci in ogni luogo e momento con il ricatto di consensi obbligatori e condizioni accettate a nostra insaputa. Portafoglio d’identità digitale, moneta digitale, tracciature bancarie, contatori di unità di anidride carbonica dappertutto, telecamere dappertutto, specie nelle strade: vogliono sapere tutto di noi, anche l’aria che consumiamo (CO2).
Anche loro dicono di farlo ‘per il nostro bene’ o per contrastare il riciclaggio di denaro sporco o gli evasori o per salvare il Pianeta. Infatti, con tutti questi controlli, la mafia è stata stroncata e così pure ogni delinquenza e ogni traffico illecito nei parchi e nelle stazioni. O no? Il Pianeta invece sarà messo in salvo nel 2050, salvo proroghe. Ma solo in Europa.
I nostri figli lo sanno bene quanto sia asfissiante e tentacolare questo controllo. Eppure, quando installano le loro app accettano cookies, concedono allegramente consensi di privacy e non si fanno mai problemi a navigare, pur sapendo di essere costantemente presi di mira da guardoni digitali che li spiano di nascosto. A quei ragazzi che rigettano il ‘parental control’ in nome della libertà alla quale non vogliono rinunciare, bisognerebbe ribattere: se sei coerente nel difendere la tua privacy e la tua libertà, rifiuta ogni controllo digitale, soprattutto di quelli che non conosci e che vogliono importelo per ‘il tuo bene’ (e qui il discorso vale anche per gli adulti). Ti fidi di più del controllo dello Stato o di hacker o di chi in genere vuole manipolarti oppure di quello dei tuoi famigliari? Caro figlio di quattordici anni: non vuoi il controllo dei genitori perché vuoi essere libero? Allora dammi il cellulare o lascialo nel cassetto per sempre, così acquisterai veramente più libertà.
Avversari politici silurati per pensierini, post, pollici alzati e faccine scovati da spioni
Ma, come non bastassero i cappi digitali nei quali allegramente infiliamo il collo quando navighiamo nel web, occorre prendere coscienza anche di una crescente forma di controllo che avviene sui social, cioè sui messaggi che tutti noi, genitori e figli, ci scambiamo nelle chat o nelle app di comunicazione che ben conosciamo.
Il rischio di essere intercettati e di dover rispondere su quello che scriviamo da qualcuno che vorrebbe censurare opinioni sgradite (fatto salvi casi di ingiurie e istigazioni a violenza fisica) sta esplodendo in misura esponenziale, colpendo non solo personaggi pubblici ma anche soggetti privati non famosi. E ciò pone interrogativi inquietanti.
Ormai ogni politico importante che arriva alla ribalta mediatica – e ciò avviene anche a livello locale – prima di assumere cariche viene sistematicamente controllato dagli avversari o da organi di informazione. Prossimamente saranno gli algoritmi dell’Intelligenza Artificiale che si occuperanno solertemente di ciò. Si va alla caccia di post compromettenti o persino di like che possono essere strumentalizzati come ‘politicamente scorretti’. E può succedere che qualcuno perda la faccia per aver messo una faccina. Addirittura, si risale negli anni a uscite, magari anche infelici, espresse in gioventù. Non si perdona niente, se ciò serve per screditare. Con questi sistemi, tipici da tecnica del branco che accerchia una vittima, chi può lanciare pietre vantando di essere senza peccato?
C’è chi censura messaggi e lincia avversari perché non ammette idee ed opinioni contrarie: il caso Picchi
Emblematico e preoccupante il linciaggio mediatico, una vera e propria macchina del fango, lanciata in questi giorni contro Federica Picchi, sottosegretaria allo sport nella Regione Lombardia, sfiduciata dal Consiglio Regionale per uno o più post su Instagram in cui rilanciava una intervista di Robert Kennedy, Segretario della salute dell’amministrazione Trump.
Valutare un’ipotesi (corroborata da innumerevoli e inattaccabili studi scientifici) che ci siano correlazioni tra le troppe vaccinazioni infantili e l’autismo, può non piacere a qualcuno ma non può essere usata come arma di discriminazione, come è stato fatto contro Picchi.
Questo caso ci porta ad alcune considerazioni di carattere generale. Quand’anche un’opinione fosse discutibile, chi ha un’idea considerata scorretta non è da trattare come un criminale. Non può perdere diritti primari (come accaduto durante la pandemia) o essere estromesso da cariche pubbliche. E purtroppo è ciò che avviene in molti ambiti etici oltre a quelli attinenti alla salute, come per aborto, propaganda gender, discriminazioni, etc.: tutte situazioni in cui se vai contro quello che impone il pensiero unico vieni estromesso. Anche per un post. Ma solo se si va contro ciò ‘che ci chiede l’Europa’. Infatti, se sei un personaggio appartenente allo schieramento giusto, non sei tenuto a rendere conto dei tuoi messaggi (vedi le inchieste Pfizergate e negoziato Mercosur su Von der Leyen).
Dov’è finita allora la libertà di espressione, il diritto alla libera manifestazione del pensiero attraverso la parola, la stampa e ogni altro mezzo di diffusione, sancito dalla nostra Costituzione all’articolo 21? Vale solo per quelli che dicono cose ‘giuste’?
Leoni da tastiera in gabbia
Il problema diventa più delicato quando colpisce i cosiddetti ‘leoni da tastiera’ non famosi. A volte costoro sono persone frustrate che esprimono castronerie sull’onda emotiva di qualche situazione. Mi rendo conto che è difficile parteggiare per questa categoria. Le ingiurie vanno riconosciute ed è giusto rendere conto al danneggiato. Però trovo opportuno non esagerare nel giustizialismo. Perché poi succede che si applichino condanne esemplari verso certe categorie e si chiudano gli occhi verso altre.
Una frase infelice, se non ha i requisiti dell’ingiuria o se non è aggravata dal non essere isolata essendo un seguito di tante altre analoghe, deve poter essere emendata con una adeguata ritrattazione in forma pubblica senza incorrere in linciaggi mediatici o sanzioni penali.
Con il Digital Service Act (regolamento dell’Unione Europea sui servizi digitali), giustificato dalla necessità pretestuosa di combattere la disinformazione e tutelare la sicurezza digitale, si mira ad imporre obblighi e proibizioni su ogni piattaforma digitale e anche sui social media a danno di categorie di pensiero non allineato, con meccanismi di segnalazione e controllo degli utenti ‘scorretti’. Misure pensate per il nostro bene, ovviamente, che avranno il risultato di colpire anche le ‘pecore da tastiera’, utenti inoffensivi che esprimono le proprie convinzioni etiche e religiose in disaccordo con le imposizioni dogmatiche di chi ci governa.
Il rischio che si corre è quello di disciplinare le comunicazioni secondo modelli etico-politici che poi vengono recepiti da algoritmi, gestiti dall’Intelligenza Artificiale.
Pensieri vigilati
Peraltro, queste misure che ‘ci chiede l’Europa’ si aggiungono ad altre proibizioniste e persecutorie contro il libero pensiero, già vigenti in vari Paesi europei. Ne sanno qualcosa i francesi, i quali possono essere incarcerati se osano diffondere ‘affermazioni o indicazioni tali da indurre intenzionalmente in errore, con scopo dissuasivo, sulle caratteristiche o le conseguenze mediche dell’interruzione volontaria di gravidanza’. Lo chiamano ‘reato di intralcio all’interruzione volontaria di gravidanza’ e può colpire chi gestisce siti internet di ascolto di donne che non sanno se portare o meno a termine la gravidanza e avvertono il bisogno di parlare con qualcuno. Ma in Gran Bretagna la repressione arriva ancora più in là (vedi qui il caso di una anziana pro-life arrestata e maltrattata per aver esposto un cartello, da sola e in silenzio, nei pressi di una clinica per aborti). Una legge vieta di pregare persino mentalmente nelle vicinanze di ospedali dove si praticano aborti. Siamo ormai allo psico-reato. Si condannano non solo le azioni o le manifestazioni di pensiero ma anche il pensiero non manifestato. Al punto che solerti agenti pubblici sono arrivati a diffidare chi abita in appartamenti nelle vicinanze di ospedali di pregare contro l’aborto nelle proprie abitazioni.
In cauda venenum
Le righe che seguono sono un poscritto, aggiunto in chiusura a seguito di due notizie dell’ultim’ora, apprese oggi 14 novembre, mentre mi accingevo a pubblicare questo articolo. Entrambe costituiscono una dolorosa conferma del bavaglio digitale che ci opprime e di cui ho sin qui parlato.
La prima notizia riguarda un blocco di operatività disposto nelle ultime ore da Whatsapp ai danni di un mio amico. Il quale, a seguito della comunicazione riprodotta nell’immagine qui sopra, non ha più accesso alle conversazioni e all’utilizzo del social. Questa schermata è tutto ciò che vede e non ha avuto alcuna precisazione di ciò che ha scatenato l’inibizione.
Una preoccupante motivazione può essere ricollegabile (questo è ciò che sospettiamo) al contenuto dei suoi messaggi sulla chat presa di mira da Whatsapp. Si tratta di comunicazioni che io ben conosco, facendo parte come lui di questo gruppo e di vari altri, di orientamento pro-life. In tali piattaforme social, dei quali il mio amico è amministratore e vivace animatore, lo stile dei partecipanti è sempre rispettoso e, riguardo ai contenuti, vengono pubblicizzati eventi culturali, di preghiera o notizie di carattere etico o religioso. Temo che sia proprio quest’ultima tipologia di informazioni che si voglia censurare. Come dicevo prima, ecco la dimostrazione che le ricadute dei controlli arrivano anche sulle pecore da tastiera, su chi cioè è inoffensivo nel comportamento, non essendo tacciabile di istigazione a odio o violenza, ma è offensivo per chi pretende di dettare la linea di pensiero.
Siamo alle soglie di un’epoca di oscurantismo?
Analoga modalità di censura è stata sperimentata nel luglio scorso dal blog pubblicato sul sito Messainlatino.it, oscurato da Google di punto in bianco senza motivazioni. Successivamente è stata fornita questa generica spiegazione ‘Il vostro contenuto ha violato le nostre regole contro l’incitamento all’odio’. Quando? In quali passaggi? Mistero.
Ne è seguita una causa legale vinta dai gestori del sito a fronte di una difesa assistita da cinque avvocati. Vergognosamente è emerso nel dibattimento che il pretesto dell’intervento censorio di Google è stata la pubblicazione di un’intervista del vescovo americano Strickland che si dichiarava contrario all’ordinazione al diaconato delle donne. Peraltro, era un testo riportato di una intervista altrui e comunque si trattava di un argomento già ribadito da tutti gli ultimi papi. La punizione per incitamento all’odio dunque nasconde, anzi rivela, un profondo odio verso quei cattolici che fanno certi pronunciamenti.
Seconda preoccupante notizia odierna: Servizi e scudo per la democrazia, l’UE progetta la nuova Stasi, questo il titolo odierno di una testata che illustra un minaccioso progetto centralizzato di sorveglianza. Il pretesto è il solito di ‘difesa della sicurezza dei cittadini e di protezione della democrazia dagli attacchi della disinformazione’. L’obiettivo è rendere più asfissiante il controllo e più tempestive le punizioni di chi non accetta la propaganda o l’ideologia corrente.
Invito tutti alla lettura dell’articolo nel quale vengono ribadite molte delle minacce alla libertà di pensiero, di opinione e anche di professione di una fede.





