La nota emanata dalla Congregazione della Dottrina della fede “Mater populi Fidelis” ha alimentato agitazione e confusione sul tema. Troppa.
Anzitutto chiariamo: non è stata emanata nessuna sentenza definitiva o definitoria (cioè nessuna sentenza dogmatica irreversibile o infallibile) sul titolo di “Corredentrice” perché il carattere del documento, certamente di matrice dottrinale, ha però una preoccupazione pastorale.
Tuttavia, se è giusto da una parte preoccuparsi di come realmente il popolo di Dio recepisca e interpreti un titolo teologico così importante, dall’altra, la domanda verte più sulla necessità di questo “chiarimento” che sul suo contenuto.
Se nel documento si legge che “quando un’espressione richiede numerose e continue spiegazioni, per evitare che si allontani dal significato corretto, non serve alla fede del Popolo di Dio e diventa sconveniente“, allora non ci si ritrova.
Perché in questo caso dovremmo abolire e ritenere sconvenienti tutti i Concili, che si sono costruiti sempre sulla discussione, sulla spiegazione e sull’argomentazione. Anche dei singoli termini (da “homoousion” a “Theotokos”).
Allora sì che possiamo affrontare anche il contenuto della questione e chiederci: perché il documento teme che il termine sminuisca l’unicità della Redenzione di Cristo, se lo stesso documento offre la soluzione quando parla di “Cooperazione alla Redenzione?”
Lei è Corredentrice non perché Redentrice ma perché strettamente associata all’opera del Redentore.
E questo non deve sorprenderci perché noi stessi, dice san Paolo, completiamo “ciò che manca alla Passione di Cristo”.
Ora, cosa manca se nella Passione di Cristo tutto è compiuto? Oggettivamente nulla, ma soggettivamente manca la nostra cooperazione alla Redenzione.
E allora se giá noi siamo “collaboratori” della grazia redentrice per la nostra salvezza, come può non esserlo la Vergine Maria per tutti noi, Lei che partecipò in modo diretto, singolare e immediato all’atto redentivo?
E non ha senso opporre l’argomento (da parte di alcuni) che Ella è Madre e Discepola. Perché Lei, proprio in quanto Madre e Discepola fino alla fine, è Cooperatrice alla Redenzione.
Però tutto questo dobbiamo dircelo nella serenità, nella pace, senza creare dissapori o attitudini di ribellione alla gerarchia. Questo non è cattolico.
Cosa succede? Una nota della Congregazione reputa sconveniente (e non vietato) tale titolo?E allora? Nessuna paura. Ha voluto premunirci (forse con esagerata ansia, viste le tante urgenze che ci sono nella Chiesa) da possibili mal interpretazioni del termine.
Anche se questo, francamente, sorprende perché sembra che nel popolo di Dio tale assunto sia chiaro.
Inoltre non temiamo perché, quand’anche la Congregazione rifiutasse il concetto di “cooperazione alla Redenzione” (cosa che grazie a Dio non consta nel documento) ricordiamo bene che anche il concetto di Immacolata Concezione, durante il Medioevo, non fu avvallato da San Tommaso d’Aquino per un certo periodo della sua vita. Eppure, alcuni secoli dopo è stato proclamato dogma.
La storia non si esaurisce nel nostro secolo, perché il nostro secolo è solo un frammento della storia. La momentanea negazione di un titolo non annulla la realtà. Maria rimane Corredentrice comunque. Sempre nel senso inteso sopra. Questo è chiaro. Sicuramente anche per la Congregazione stessa.
Come durante il Sabato Santo, così oggi, al sepolcro della verità, Giovanni (il carisma) arriva sempre prima di Pietro (l’istituzione), ma poi con rispetto attende i suoi tempi e lo lascia entrare e aspetta che anche lui riconosca il Risorto.
Sí, perché in fondo quanto più si onora Maria, tanto più si onora Cristo e la sua opera di salvezza, perché si testimonia che grandi cose ha fatto in Lei l’Onnipotente.
Siamo figli di Maria. E proprio per questo siamo figli della Chiesa. E Lei, la Madre di tutti noi, non ci vuole divisi, ma uniti e riuniti nel cenacolo, chiedendoci di invocare lo Spirito Santo, che un giorno muoverá tutti noi a dire a gran voce “Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo”.
Allora sarà tutto chiaro. Non bisogna gareggiare, ma pregare. Non dividere, ma cooperare. Perché qui si parla sempre e solo di “cooperazione”. Arriveranno i tempi maturi per capirlo.
Ai posteri l’ardua sentenza. A noi la gioia di crederla già vera.
