
In mezzo a tanta televisione gridata,
a trasmissioni dove vigono aggressività e solo attenzione ad un “fuori” ostentato, nel tentativo di possederlo senza mai riuscirvi, Bruno Vespa, sempre pacato, benevolo e attento al suo ospite, lo lascia parlare! Ed ecco uno
Sgarbi come è ed è sempre stato.
Sette le domande di Vespa, tutte diritte al cuore.
Altre volte parlai del suo stratagemma, che lo faceva sembrare un folle: provocare ed anche insultare per cercare attenzione del pubblico per portarlo a temi più alti. Cito a memoria: Se la gente ascolta per curiosità quel che grido, poi ascolterà anche quanto dico sull’arte … Così si legge nei suoi libri a tratti, quando si abbandona a ricordi adolescenziali, alla figura del Padre, per esempio, che lo introdusse all’amore per la montagna e per l’arte.
È un’intervista sull’interiorità. Sgarbi appare come un leone ferito, ma dignitoso. Quasi tutto il tempo a capo chino, sfogliando il libro che ha tra le mani nel quale cerca parole che non trova complete nemmeno lì, ma dentro di sé e che esprime con una voce, specialmente all’inizio, rauca.
Questo libro è quasi un Testamento
Riallaccia il dialogo con le sue origini e con il suo destino, che Sgarbi mi pare abbia sempre vissuto nella dimensione dell’interiorità, anche quando lo si vedeva occupato ad inseguire il successo e la notorietà; il più delle volte, cercando di stupire, provocare, deludere, ricorrendo spesso ad espressioni estreme, anche inaccettabili: barili di aceto al posto di un ditale di miele. Chi conosce San Francesco di Sales sa a cosa mi possa riferire.
Un interrogativo a sé stesso
Il viso è un poco gonfio. Forse a causa dei farmaci probabilmente somministratigli in questi mesi? Ma la cura più vera è quella che Sgarbi ha vissuto affrontando sé stesso, il senso della propria vita. Certo, le vicende di ordine legale, che aveva combattuto immediatamente prima del ricovero, dovevano avere inciso, ma prima ancora lui stesso era diventato un interrogativo a sé stesso non più rinviabile. E questo, presumibilmente, l’opprimeva.
E lo dice, rispondendo a Vespa: Un lungo tempo per vedere cose interiori ed esteriori. Esperienza di quello che sta dentro e di quello che sta fuori e di cui si ha necessità.
Il cacciatore di “capre”!
Quanti tra gli spettatori di uno Sgarbi cacciatore di “capre”; da un attore sulla scena del mondo -qui più che su quella del teatro- sempre in cerca di una compagnia femminile diversa mai pienamente appagante, si sarebbero aspettato non lo Sgarbi intellettuale, ma lo Sgarbi interiore? E quanto egli stesso si sente all’altezza di sé? Della propria anima?
Qui il bisogno dell’intimità profonda.
Vespa: Quanto di te, intimamente si ha di te in questo libro?
Sgarbi: Vi è il rapporto con i grandi Maestri. la grandezza interiore e l’altezza esteriore che la montagna indicano, andando verso il cielo.
Vespa: Tu dici … la montagna è la più vicina all’eterno e al tempo stesso è quella che più ci dimostra quanto siamo fragili.
Sgarbi: – Sì, la montagna è il luogo dove siamo più lontani da tutto e più vicini a quello che è lontano … rappresenta un’esperienza spirituale superiore a quella di qualunque altra porzione di natura. La copertina di Friedrich1 vede una distesa di natura … un grande mare. La montagna è tutto (esita un attimo, e poi) … la montagna è Dio.
Non vuole Sgarbi profanare il credo cristiano, del quale culturalmente in qualche modo anche lui è erede, ma quanto dice è ciò che più riesce a spiegare della propria ricerca interiore, di ciò che sta capendo di sé.
Montagna e arte
Vespa passa a chiedergli della montagna nell’arte, molto presente, più di quanto ci si sarebbe mai aspettati, ora che si vedono raccolte in questo libro tante opere pittoriche che ne parlano… Il cielo più vicino. La montagna nell’arte oppure, potremmo dire, la montagna luogo dell’interiorità.
E scorrono le opere di Giotto, Mantegna, Leonardo, Giovanni Battista Benvenuti, detto l’Ortolano, Dürer, quante volte già da Sgarbi visitati e rivisitati! Eppure, mai Sgarbi disse: – L’ho già visto. Ciò fa pensare all’indugiare più che al correre. Pensando al suo buon conoscente, Philippe Daverio, che diceva: Come visitare in due ore una pinacoteca con duecento opere? Mangeremmo mai in due ore duecento panini ? Non si può che decidersi per indugiare, pensare e ripensare ammirando, guardando, cioè, con stupita meraviglia2. Pensare che in inglese mirror significa specchio e deriva dalla stessa parola latina, mirari all’origine di ‘guardare con meraviglia’.
Come potresti mai correre se ti meravigliassi? Se ti specchiassi? Chi non si specchia ha paura di quella che pensa possa essere la verità su di sé, mentre chi apprezzasse la propria immagine, non correrebbe oltre. E l’opera d’arte non è in qualche modo specchio dell’Autore e di chi ammira? Corri solo quando fuggi!
Nelle rocce -prosegue Sgarbi- v’è la presenza divina, dentro … Necessità della montagna per raccontare l’interiorità e lo spirito.
Alla quinta domanda, Vespa si sofferma su Giotto,

definendolo il più umano, sul Miracolo della roccia, come lo richiama Sgarbi. È un’adorazione in cui Francesco innalza le braccia a Dio, chiede il miracolo per il viandante assetato, perché possa abbeverarsene. Sgarbi non ne accenna, ma potrei pensare a Mosè, a Meriba, ed a Cristo, la roccia da cui sgorgano acqua e sangue.
L’Antica Alleanza è quella sotto il segno dell’acqua; la Nuova è quella antica dell’acqua, ma anche del sangue, del vino nuovo di Cana. Questo avviene nel deserto del viandante, nel deserto spirituale (Sgarbi nella sua risposta).
Alla sesta domanda Vespa chiede di Van Gogh
Van Gogh ha un’idea speciale. La montagna diventa luce, dello spirito, interiore condizione di interiorità ritrovata. Van Gogh supera in essa il disagio nel rapporto con la sua interiorità (Sgarbi). Come non leggere qui il disagio di Sgarbi con sé stesso ed il tentativo, nella montagna luminosa di ritrovare l’agio, dal latino adiacens, che giace presso”, passato poi nel provenzale aize e nell’antico francese aise. E se pensiamo al gioco di parole di prima, quando all’inizio Sgarbi diceva la montagna è il luogo dove siamo più lontani da tutto e più vicini a quello che è lontano, allora l’agio è essere prossimi senza sentirsene feriti, in senso negativo, ma, semmai, feriti dalla dolce lama dell’amore di amicizia, che ferisce e cura. Sul monte Van Gogh supera il disagio nel rapporto con la sua interiorità. Quindi la montagna è consolazione. Nella montagna si trova ciò che si è perduto e che si rischia di perdere per sempre. È il luogo del ritrovamento, dove le cose ci sono.
Ed ora la settima nota
Vespa: Senti, Vittorio, so che ti ha amareggiato la richiesta di tua figlia Evelina.
La risposta di Vittorio -a questo punto ci permettiamo di chiamarlo per nome, ora che lo consociamo un po’ meglio- non si fa attendere: calma, contenuta, sincera e crudamente vera, un esame di coscienza: Mi è sembrato una richiesta di una attenzione che non aveva avuto prima. Ritrovare un padre, quello che si era atteso e non si era trovato … capisco quello che ha fatto, ma lo trovo fuori misura e fuori logica.
Il senso
Il senso di questa intervista qual è? La malattia? il conflitto tra Figlia e Padre? Per alcuni grandi quotidiani sì, a quanto pare, tanto da riproporre del video dell’intervista solo i minuti corrispondenti al tema per loro in primo piano, forse a scopo della ricerca del presunto gusto dei lettori. Ma solo il cuore dell’intervista, ovvero la sua interiorità, restituisce a comprensione ed a giusto senso l’intero dialogo tra due uomini, che hanno avuto il coraggio di esporsi mediaticamente su temi così riservati ed intimi. Forse, per il desiderio di essere un poco di aiuto a chi di tutto ciò sta già accorgendosi anche nella propria vita.
Raccomando ai nostri lettori di leggere l’articolo di Avvenire Vittorio Sgarbi: Vi racconto la montagna nell’arte
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