Il SIONISMO raccontato da Benny Morris

Benny Morris è un celebre storico israeliano. In questo libro di 918 pagine parte dal principio, dal 1881-2, quando cominciano ad arrivare in Palestina coloni ebrei, provenienti in particolare dalla Russia, dove la loro condizione era pessima, perché spesso vittime di progrom. Erano per lo più ebrei secolarizzati, atei, anarchici e socialisti e cominciarono a comperare terre con i soldi di miliardari come il barone Rothschild.

L’ idea di fondo era queste: comperare piano piano sempre più terreni, sino a diventare dominanti. Morris, come molti altri storici israeliani, ricorda il doppio gioco dei sionisti, Herzl e Gurion compresi: in pubblico bisognava dire che la convivenza sarebbe stata pacifica, che nessuno voleva scacciare i palestinesi dalla loro terra, che anzi il loro arrivo avrebbe arricchito tutti, in privato dicevano che la convivenza a lungo andare sarebbe stata impossibile. La conquista doveva dunque avvenire gradualmente tramite 1) acquisto di terreni, 2) immigrazione crescente e infine 3) presa di tutto il potere con la forza, con ” trasferimento ” degli autoctoni altrove.

L’ obiettivo, scriveva uno di loro, “è rafforzarsi il più possibile, conquistare il paese di nascosto, a poco a poco… di soppiatto, senza rumore… “, poi “gli ebrei si alzeranno e armi alla mano, se necessario, si proclameranno padroni della loro antica terra”, tutta ( p. 68).

Già i primi coloni, scrive Morris a p. 64, “costruivano case e piantavano vigne senza autorizzazione. Spesso violavano le consuetudini in un modo che gli arabi trovavano insultante, quando negavano con la forza l’ uso di pascoli considerati da tempo comuni”. In più non di rado ” cacciavano i fittavoli arabi e le loro famiglie”.

“Verrà il momento, scriveva un altro sionista, in cui la nostra gente in Palestina sarà tanto cresciuta da spingere la popolazione indigena in misura sempre maggiore ad andarsene, anche se questa non si lascerà cacciare facilmente”.

La lettura di Morris, come quella di molti altri storici israeliani, davvero encomiabili per competenza e correttezza, mette in luce un altro fatto: “la vera radice della violenza tra arabi ed ebrei era nelle dispute sulla proprietà e i confini dei terreni”, nulla centrando la religione islamica per i primi ( in un’ epoca in cui il sentimento religioso lasciava progressivamente spazio a quello nazionale) , né per i secondi, che avevano da tempo rinnegato la religione dei padri e per questo erano visti, da altri ebrei, come traditori e sacrileghi.

Passando all’ oggi, è evidente che la storia dimostra la falsità del ritornello “Hamas non riconosce Israele”, essendo chiarissimo il progetto sionista sin dal principio : furono i coloni sionisti a non riconoscere alcun diritto agli indigeni, un secolo prima del pur deprecabile Hamas.

Ed è pure evidente che con la scusa di Gaza, resa volontariamente un luogo invivibile, Netanyahu vuole portare a compimento il progetto secolare, prendendosi anche la Cisgiordania, arrivando così a realizzare il sogno di fine Ottocento di cancellare la presenza degli indigeni dalla Palestina.

Infine, mutatis mutandis, il progetto sionista fa pensare a quanto molti islamici pensano di fare con l’ Europa: diventare piano piano dominanti demograficamente e poi…

In fondo tra sionismo e integralismo islamico vi sono molti punti in comune: il primato della forza e della vendetta, tra gli altri…

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