“Chiunque sarà stato morso e guarderà il serpente, resterà in vita”

Mosè crea il serpente di bronzo, miniatura, Grande Monastero di Vatopaidi, Ottateuco, manoscritto di 469 fogli su pergamena, vol. II, traduzione greca delle Scritture ebraiche

«In quei giorni, il popolo non sopportò il viaggio. Il popolo disse contro Dio e contro Mosè: “Perché ci avete fatto salire dall’Egitto per farci morire in questo deserto? Perché qui non c’è né pane né acqua e siamo nauseati di questo cibo così leggero”. Allora il Signore mandò fra il popolo serpenti brucianti i quali mordevano la gente, e un gran numero d’Israeliti morì. Il popolo venne da Mosè e disse: “Abbiamo peccato, perché abbiamo parlato contro il Signore e contro di te; supplica il Signore che allontani da noi questi serpenti”. Mosè pregò per il popolo. Il Signore disse a Mosè: “Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque sarà stato morso e lo guarderà, resterà in vita”. Mosè allora fece un serpente di bronzo e lo mise sopra l’asta; quando un serpente aveva morso qualcuno, se questi guardava il serpente di bronzo, restava in vita» (Numeri 21, 4-9).

Lungo il cammino nel deserto verso la terra promessa, gli israeliti incontrarono molti serpenti velenosi, a causa della loro sfiducia in Dio. Mosè pregò Dio per il popolo. Il comando divino fu immediatamente messo in pratica dal patriarca che preparò l’immagine d’un serpente di rame da appendere in cima all’asta. E subito, secondo la parola del Signore, i morsi dei serpenti furono vinti. Le parole di Gesù a Nicodemo («E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo») spiegano la scelta di questo testo come prima lettura nella festa dell’Esaltazione della Santa Croce (14 settembre).

La miniatura «Mosè crea il serpente di bronzo» è una delle 160 immagini dell’«Ottateuco», un manoscritto di 469 fogli su pergamena che costituisce il secondo volume dei primi otto libri della traduzione greca delle Scritture ebraiche. Il «Codice 602» che li contiene (redatto a Costantinopoli, fine XIII secolo), è custodito nel Grande Monastero di Vatopaidi, dedicato dall’inizio (972) all’Annunciazione, uno dei venti monasteri della Chiesa ortodossa del Monte Athos. Sulla destra della scena, un giovane Mosè, con l’aiuto di una fune, sta collocando su un tronco l’immagine a forma di serpente; sulla sinistra, si vedono in basso, alcuni ebrei vittime dei serpenti e, sopra, altri che, in piedi, stanno guardando la raffigurazione e testimoniano così d’essere stati guariti dal morso velenoso.
Simone Weil nell’«Attesa di Dio» (1949) scrive: «Tutti gli uomini, qualsiasi cosa stiano facendo, dovunque si trovino, dovrebbero poter tenere lo sguardo fisso, per tutta la durata del giorno, sul Serpente di bronzo. Lo sguardo è la sola forza efficace in questo ambito della trascendenza, poiché è lo sguardo che fa discendere Dio fino a noi. E quando Dio è disceso fino a noi, ci solleva, ci dà le ali».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.

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Author: Libertà e Persona

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