Si esaminano i canoni 2816 e 2819 del Catechismo della Chiesa Cattolica
2816 Nel Nuovo Testamento la parola basileia può essere tradotta con «regalità» (nome astratto), «regno» (nome concreto) oppure «signoria» (nome d’azione). Il regno di Dio è prima di noi. Si è avvicinato nel Verbo
incarnato, viene annunciato in tutto il Vangelo, è venuto nella morte e risurrezione di Cristo. Il regno di Dio viene fin dalla santa Cena e nell’Eucaristia, esso è in mezzo a noi. Il Regno verrà nella gloria allorché Cristo lo consegnerà al Padre suo: « È anche possibile che il regno di Dio significhi Cristo in persona, lui che invochiamo con i nostri desideri tutti i giorni, lui di cui bramiamo affrettare la venuta con la nostra attesa. Come egli è la nostra risurrezione, perché in lui risuscitano, così può essere il regno di Dio, perché in lui regneremo »
Si analizzano del canone 2816 i concetti di regalità e signoria.
Cosa si intende per regalità di Cristo? Re è uno dei molteplici appellativi attribuiti a Cristo. Tale denominazione trae origine da differenti passaggi biblici. La Sacra Scrittura è strumento fondamentale, soprattutto per chi redige articoli di teologia affinché non prevalga l’esclusiva opinione personale. Gesù è quindi basileus ossia Re. È basileus ton laudaion quindi Re dei Giudei, basileus Israel ossia Re di Israele, basileus basileon vale a dire Re dei Re. In riferimento alla Sacra Scrittura come sopra citato, si ripropone il dialogo tra il Messia e Pilato concernente la questione della regalità, riportato dall’evangelista Gv.( 18, 37):
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Pilato rivolge a Cristo tale istanza. Gesù risponde tu lo hai detto, io lo sono e sono venuto per rendere testimonianza alla verità. La verità cosa è ? La verità è Cristo incarnazione di Dio. Anselmo d’Aosta dimostra in relazione alla verità l’esistenza di Dio mediante due prove: a priori e a posteriori.
- A priori: Dio è ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore. Suddetta concezione è presente nel credente, il quale a differenza dell’insipiens sa che Dio esiste. Il fedele però non ha una concezione di Dio esclusivamente intellettiva, la conoscenza del Sommo Bene mediante l’atto di fede, quindi attraverso la volontà diviene pratica. Dio di cui non si può pensare nulla di maggiore, per il credente è pertanto evento reale. Tale realtà si palese nella risolutezza di anelare al Regno di Dio che è spirituale, ma anche terreno. L’essere figli nel Figlio è la vocazione primaria a cui ogni soggetto è chiamato, tanto da affermare Chrsitus Vincit, Christus Regnat, Christus Imperat.
Christus Vincit: Cristo vince sul peccato
Christus Regnat: Cristo regna nonostante le leggi politiche del tempo, come quelle attuali contrastano Lui, essenza degli enti.
Christus Imperat: la legge di Dio è al di sopra delle leggi umane
- A posteriori: l’esistenza delle cose create chiosa Anselmo presuppone l’esistenza di un Sommo Principio. Gli enti non si originano dal nulla, ma da un progetto a posteriori, la cui fonte è l’amore. Dio crea il cosmo e soprattutto il fondamento di esso: l’uomo, affinché lo rappresenti nel mondo. Il modo attraverso il quale l’uomo può rappresentare Dio è l’intelletto, quale forma razionale dell’anima. L’anima è la forma del corpo, che consente all’uomo di agire, di scegliere in coscienza e di accedere alla verità, che è Dio mediante la ragione, in virtù della quale aderisce attivamente alla legge di Dio, vivendo secondo i suoi insegnamenti. L’uomo è libero nella sola adesione a Dio. Il contrario è il peccato, ovvero l’irrazionalità agente. Il peccato è l’allontanamento volontario da Dio che conduce al potenziale annientamento spirituale.
La regalità di Cristo è anche politica? L’enciclica Quo Primas redatta da Papa Pio XI e promulgata l’11 dicembre 1925 oltre ad esaminare gli aspetti teologici, propone una riflessione sulla questione tra fede e politica. L’uomo ha un fine unico, ordinato su due livelli tra loro collegati: quello naturale e quello soprannaturale. Il livello naturale, che in tal frangente riguarda il bene comune temporale, non può sussistere con le esclusive forze naturali, giacché l’esistenza è sottoposta alla caducità del peccato. Ecco quindi la necessità che l’uomo si lasci purificare dalla luce della fede, affinché non muti la legge naturale, che è poi divina. La questione dello Stato confessionale si attua solo se la religione e la politica si identificano, oppure se si scindono. Nel primo caso la politica assurge a sé il modello religioso, cedendo a estremismi. Nel secondo invece la religione viene strumentalizzata e di conseguenza ridotta a garanzia morale come proponeva Kant fondatore dell’Illuminismo.
Si analizza il tema della signoria di Cristo.
La signoria di Cristo è la conoscenza profonda di Lui che è resa possibile solo dall’azione pneumatologica. Di Cristo si possono avere due conoscenze: oggettiva e soggettiva. Oggettiva riguarda l’essere di Cristo quindi la sua missione e il mistero della morte e risurrezione. Soggettiva: chi è Cristo in sé. Nelle lettere paoline prevale esclusivamente la dimensione oggettiva, quindi l’opera redentrice di Gesù a favore dell’umanità. In Giovanni evangelista prevale invece la dimensione soggettiva. Cristo dall’evangelista è presentato come il Logos e in particolare come una cosa sola con il Padre( si legga Gv. 10, 30).
La dimensione oggettiva ha prevalso in particolar modo per la risoluzione delle accese controversie dogmatiche (arianesimo, donatismo ecc.) ove lo Spirito Santo è il garante della Tradizione Apostolica. Sant’ Ireneo chiosava che lo Spirito di Dio consente di predicare la verità contrastando così le false dottrine. Sostenere l’opposto, sarebbe come afferma Tertulliano dire che lo Spirito Santo sarebbe venuto meno al proprio ufficio. Lo Spirito Santo è il garante dell’ortodossia cristologica, infatti in tutti i Concili il Magistero ha ribadito di essere sempre stato illuminato dallo Spirito Santo.
La dimensione soggettiva è certamente pregnante, ma ha dato adito a differenti interpretazioni di Cristo; si pensi alla Riforma Protestante, ma anche alla Teologia della Liberazione ove la dottrina viene reputata un aggravio, ed è invece fondamentale la liberazione del soggetto dai soli mali umani. In successione però anche la conoscenza oggettiva è stata deturpata, in particolare nel XVIII secolo con la ricerca del Gesù storico. In questa fase lo Spirito Santo è volontariamente eluso e sostituito con la sola ragione umana, scissa così dal soprannaturale. Il Gesù storico propone una ricerca cristologica al di fuori della Chiesa riducendo così il Messia a un solo personaggio storico. Cosa serve quindi? Un ritorno ai Padri della Chiesa che indicano con semplicità, ma anche con rigore biblico teologico, i canali per giungere alla comprensione di Cristo(Sacra Scrittura, Sacramenti, ascesi). Vi è bisogno di onorare la Trinità che è poi impressa nel battezzato affinché come afferma San Paolo si possa proclamare Cristo come il Signore. Nella Prima Lettera ai Corinzi(12,3) afferma:
Perciò vi faccio sapere che nessuno, parlando per lo Spirito di Dio, dice: «Gesù è anatema!» e nessuno può dire: «Gesù è il Signore!» se non per lo Spirito Santo.
2819 « Il regno di Dio […] è giustizia, pace e gioia nello Spirito Santo » (Rm 14,17). Gli ultimi tempi, nei quali siamo, sono i tempi dell’effusione dello Spirito Santo. Pertanto è ingaggiato un combattimento decisivo tra « la carne » e lo Spirito:
« Solo un cuore puro può dire senza trepidazione alcuna: “Venga il tuo regno”. Bisogna essere stati alla scuola di Paolo per dire: “Non regni più dunque il peccato nel nostro corpo mortale” (Rm 6,12). Colui che nelle azioni, nei pensieri, nelle parole si conserva puro, può dire a Dio: “Venga il tuo regno!”
Del canone 2819 si analizzano i seguenti temi: giustizia, pace e gioia.
GIUSTIZIA:
La giustizia di Dio oltre a essere un attributo proprio di Dio è la seconda delle quattro virtù Cardinali. Il sostantivo giustizia compare almeno duecento volte nel Nuovo Testamento. Nella Torah il concetto di giustizia è riportato in Levitico 19, 36; in Deuteronomio 25, 1; nei Salmi 1, 6; in Proverbi 8, 20. Nella Torah il senso di giustizia consta nel compimento della relazione verso Dio che si attua mediante l’ascolto dei profeti e l’applicazione della Legge, oltre che nella giusta regolazione dei rapporti verso il prossimo. Il Re deve infatti essere giusto con il suo popolo, il giudice con le parti in causa, i sacerdoti verso i fedeli, gli uomini con le famiglie,i capi tribù con le comunità e tutti costoro che formano il popolo eletto, devono essere giusti nei confronti di Dio.
PACE:
Come si costruisce la pace? Essa si edifica ricercando l’ordine voluto da Dio quindi nell’indagine, ma anche nell’accettazione vera della carità, dell’amore e della giustizia. Il contrario della pace è la violenza, nelle sue forme differenti e mai è giustificabile se non per legittima difesa. Il Magistero della Chiesa annuncia con convinzione che la violenza è male ed è indegna dell’uomo. La violenza è una menzogna perché in contrapposizione alla verità. Dio non abita nel cuore dei violenti, amenochè essi si convertano dal proprio stato di sopraffazione. La guerra è la massima e la più grave espressione di violenza. La guerra è un flagello, una inutile strage, un’avventura senza ritorno. La pace implica però anche la legittima difesa in quanto se l’aggressione non può essere rimediata mediante il confronto, essa è lecita, fermo restando che la risposta armata non deve divenire la condizione per soggiogare un popolo, ma bensì per difendere l’incolumità e i confini.
La pace nella liturgia eucaristica
Lo scambio di pace tra i fedeli è il gesto più antico presente nella celebrazione dei Divini Misteri. Nel II secolo l’apologista Giustino attesta nella celebrazione, l’uso di scambiarsi la pace mediante il bacio. Tale rito era collocato dopo la preghiera dei fedeli e prima della liturgia eucaristica quindi nel frangente in cui le specie terrene, divengono per azione pneumatica specie soprannaturali(suddetta usanza è presente oggi nel rito Ambrosiano). Tale gesto compiuto durante la liturgia ha radice biblica, con precisione in Mt 5, 23 – 24:
Se tu dunque stai per presentare la tua offerta all’altare, e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualcosa contro di te, lascia lì la tua offerta davanti all’altare e va’ prima a riconciliarti con tuo fratello; poi torna e presenta la tua offerta.
Il gesto di pace non è atto intimistico, ma una reciproca riconciliazione. Esso infatti è stato collocato nel IV secolo nella liturgia tra la recita o canto del Padre Nostro e la comunione. La pericope rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori, indica che l’Eucaristia deve essere integralmente un rapporto con il Signore.
GIOIA:
Per un cristiano la vera gioia è la fede. Papa Benedetto XVI in riferimento, affermò che il mondo e la vita non provengono dal caso, ma dalla ragione eterna e dall’amore eterno, che Gesù mediante l’incarnazione, ma anche la morte e risurrezione ha manifestato. Un ruolo fondante evidentemente lo occupa lo Spirito Santo che dona la Parola di verità e illumina il cuore dei credenti. Si arguisce che la reale gioia non è effimera, ma sublime e si manifesta nella misura in cui ci si arrende a Cristo. Non sono sufficienti le sole realtà materiali, perché l’uomo per essere gioioso deve anelare a Dio. Deve obbedire alla sua legge e allora sarà fattivamente libero, oltre che lieto. Sant’Agostino nelle Confessioni(1, 1. 5) afferma: <<Signore, tu ci hai fatti per te, e il nostro cuore non trova riposo finché non riposa in te>>. La gioia deriva da Dio e si manifesta nella relazione filiale. Come affermava Santa Teresa d’Avila “Dio solo basta!” Lui è la sola gioia che nessuno può togliere all’uomo. San Paolo VI papa nell’Esortazione Apostolica Gaudete in Domino ricorda all’uomo post contemporaneo, sempre più relativizzato ed in cerca del senso del sé, che la reale gioia non la donano le esclusive agiatezze economiche e materiali, ma l’annuncio kerygmatico che anche in circostanze di afflizione e desolazione, mai abbandona l’uomo, ma bensì lo nobilita, perché associato alla passione di Cristo se codesto, l’uomo ha la volontà di offrire i propri strazi a Dio.
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