“Messainlatino.it” intervista Mons. Nicola Bux sul controverso Motu Proprio “Traditionis Custodes” 

Cosa è successo? Veramente Papa Francesco avrebbe falsificato i risultati del questionario rivolto ai vescovi circa la pastorale legata al Vetus Ordo? Veramente, nel Motu Proprio, sarebbe propalata una bugia? Ovvero, si renderebbe noto il parere dei vescovi falsificandolo?

Il Motu proprio Testimonis Custodes, a detta di taluni commentatori, non sarebbe legittimo perché in opposizione alla soddisfazione espressa dalla maggioranza dei vescovi.

Ora, non mi risulta che il Santo Padre avesse rese note le risposte dei vescovi al sondaggio loro rivolto circa la messa secondo il rito straordinario, come denominato nel Motu proprio di Papa Bendetto XVI circa il rito straordinario (cf Summorum Pontificum. Ma si dimentica che

  1. Il Papa può rendere pubblici i risultati di una consultazione dei vescovi oppure no.
  2. Il Papa può decidere in modo difforme dal parere dei Vescovi.

Il Motu proprio di Papa Francesco non dice che i vescovi pensassero di limitare il Vetus Ordo, ma, testuali parole (cf Traditionis Custodes):

“Ora, considerati gli auspici formulati dall’episcopato e ascoltato il parere della Congregazione per la Dottrina della Fede, desidero, con questa Lettera Apostolica, proseguire ancor più nella costante ricerca della comunione ecclesiale. Perciò, ho ritenuto opportuno stabilire quanto segue:…”. (Da Traditionis Custodes)

Il Santo Padre, dunque, non ha mentito; ha deciso in piena libertà, sentiti i vescovi e la Congregazione per la Dottrina delle Fede. Non ha detto che questi la pensassero come lui, né l’opposto. Ha agito secondo il proprio pensiero ed impulso, come spesso ha fatto anche in altre circostanze.

Certo, secondo posso arguire dall’articolo di Diane Montagna, le preoccupazioni di alcuni vescovi agli occhi di Papa Francesco sono risultate prevalenti e, visto che probabilmente Egli non era molto interessato al Vetus Ordo, come altri prelati, ha preferito correre comunque ai ripari, trascurando anche l’abbondanza di buoni risultati portati dal Summorum Pontificum.

Per questo, non posso condividere talune espressioni della giornalista quali: “la motivazione addotta per l’imposizione della Traditionis Custodes … solleva seri dubbi sulla sua credibilità.” , oppure, “Ha detto [il Papa] ai vescovi che era “costretto” dalle loro “richieste” a revocare …”. Costretto dalle richieste di alcuni, potremmo precisare, ma richiesto sì.

La giornalista aggiunge: “

Tuttavia, ciò che rivela la valutazione complessiva del Vaticano è che le “lacune”, le “divergenze” e i “disaccordi” derivano più da un livello di ignoranza, pregiudizio e resistenza di una minoranza di vescovi al Summorum Pontificum che da problemi originati dagli aderenti alla tradizionale liturgia romana. Ma, come lo stesso articolo riporta, alla fine non sono pochi i vescovi indifferenti al Vetus Ordo (America latina) o anche contrari, benché minoranza. I testi sono comunque riportati in modo completo in calce all’articolo della Montagna (“ESCLUSIVA: Il rapporto ufficiale del Vaticano rivela le gravi crepe nei fondamenti della Traditionis Custodes” QUI).

Questa è altra questione. Io stesso non ritengo che Traditionis Custodes sia stata un’opportuna decisione, ma il Papa si è mosso in libertà non rendendo noti i risultati delle due consultazioni. Risultati che sono stati resi poi noti da un’inchiesta della giornalista Diane Montagna, con un articolo sul rapporto ufficiale del Vaticano, la valutazione complessiva del Vaticano, sulla consultazione dei vescovi che avrebbe “spinto” Papa Francesco a revocare Summorum Pontificum, la lettera apostolica di Benedetto XVI del 2007 che liberalizzava il Vetus ordo.

Ciò che è di rilievo è che Papa Francesco parrebbe non aver apprezzato i frutti spirituali prodotti dall’adozione del Vetus Ordo anche in merito alle vocazioni, preoccupandosi invece dei problemi in situazioni minoritarie. D’altro canto, il Papa era profondamente convinto che l’adozione del Vetus Ordo diventasse negativa per l’assunzione di determinati comportamenti attribuiti a taluni gruppi che lo praticano, giungendo a dire che l’unica forma liturgica del rito romano sia …

In questo Art. 1 non risulta chiaro se per “libri liturgici promulgati” si intendano solo i libri della liturgia rinnovata o anche quelli del rito straordinario, perché i due Suoi predecessori riconoscevano la forma straordinaria come legittima ed espressione dell’unica lex orandi, come detto all’Art. 1 di Summorum Pontificum:

Siamo, infatti, di fronte a “due usi dell’unico rito romano” (Papa Benedetto).

Chiaramente, Papa Francesco era preoccupato, forse più di quanto fosse necessario, di ciò che poi è ben espresso all’art. 3 di Traditionis Custodes:

Lo stesso Mons. Nicola Bux, al numero 4 dell’intervista con il Dottor Casalini, riconosce l’esistenza del problema in taluni gruppi.

Mi sembra, però, inappropriata la domanda numero 7 dell’intervista del Dottor Casalini, laddove parla di “motivazioni false” che sarebbero state addotte da Papa Francesco, perché nel testo del Motu Proprio non se ne dà riscontro in nessun modo.

1. Monsignore, lei descrive la riforma liturgica postconciliare come un chiaro allontanamento dalle intenzioni autentiche del Concilio Vaticano II e della Sacrosanctum Concilium. Secondo lei, quale fu l’errore più grave nell’attuazione concreta della riforma liturgica?

Mettere al primo posto la partecipazione dei fedeli – diventata un ‘diritto’ – invece che i diritti di Dio, che con la sua Presenza rende possibile a noi di entrare in rapporto con Lui: questo è il culto divino: coltivare la relazione con il Signore. La liturgia è ‘sacra’ per questo, altrimenti è solo liturgia, ossia atto pubblico, incline all’esibizione, allo spettacolo, all’intrattenimento: come si dice in America: litur-teinement.

2. Lei afferma che “la liturgia è divenuta un campo di battaglia”. Ritiene che questo conflitto sia destinato a durare oppure vede segnali di un possibile ritorno alla pace liturgica della Chiesa?

L’art.22c della Costituzione Liturgica del Vaticano II, ammonisce: nessuno assolutamente, anche se sacerdote, osi aggiungere, togliere o mutare alcunché. Ecco dobbiamo abbandonare l’idea che la sacra liturgia sia a nostra disposizione: no, essa viene dall’alto e va semplicemente servita; non “animata”, perché è lo Spirito Santo che l’anima, non noi. Si deve approntare un “codice liturgico”, previsto già nei lavori della riforma pre-conciliare, con precise sanzioni per chiunque lo trasgredisca. Ne ha scritto lo studioso Daniele Nigro, in I diritti di Dio, Sugarco 2012, con prefazione del card.Burke. Non sono senza peccato i fautori delle deformazioni nel Novus Ordo, ma anche quelli del Vetus che non si attengono all’ultima edizione del Messale Romano del 1962, come prescritto dal Motu Proprio Summorum Pontificum di Benedetto XVI. Solo osservando l’ordine viene la pace, anche liturgica.

3. Nel testo si parla della presenza reale di Cristo in termini dogmatici tradizionali: “vera, reale, sostanziale”. Qual è oggi, a suo avviso, il pericolo più grave per la fede dei fedeli nei confronti di questo mistero centrale dell’Eucaristia?

Non è solo un pericolo ma una realtà diffusa, la riduzione del Sacramento – Santissimo – ad un simbolo conviviale, ad un cibo comune; esso, anzi Egli, il Signore, è il “farmaco dell’immortalità”, e va adorato prima di essere manducato. I farmaci più delicati non si prendono, ma si ricevono con ogni precauzione: questa modalità è essenziale per la fede nell’Eucaristia, è più importante di una catechesi sulla Comunione. 

4. Lei cita le parole di Benedetto XVI: “ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande”. Come risponde a chi sostiene che la liturgia tradizionale è diventata ormai un simbolo di opposizione ideologica al Papa e al Concilio?

La strumentalizzazione di singoli e gruppi c’è, ma non è prevalente. Invece è in atto la rinascita del Sacro – che è la Presenza del Signore – nei cuori (adorazione, Comunione in bocca, silenzio, vocazioni…). Basta visitare i tanti paesi del mondo dove è stato attuato con prudenza dai vescovi il Motu Proprio di Benedetto XVI. La pazienza della carità nell’obbedienza alla Chiesa hanno prevalso.

5. Nel libro si legge della “Messa spezzatino”, frutto della frammentazione linguistica e simbolica della liturgia attuale. Quali misure pratiche suggerirebbe per restituire alla Messa la sua coerenza interna e il senso del sacro?

Soprattutto lo sguardo a Gesù Cristo, che nelle Liturgie orientali è dato dal volgersi a Oriente, donde Egli è venuto, viene e verrà. E’ la dimensione cosmica ed escatologica o definitiva del culto divino. L’orientamento del sacerdote ad Deum, alla Croce, specialmente dall’Offertorio alla Comunione è decisivo per restituire alla liturgia la dimensione verticale perduta. L’orientamento è più importante della lingua latina, ma questa, è importante per la percezione del ‘sacro’ nel culto, specialmente nella Preghiera Eucaristica e nelle altre preghiere sacerdotali.

6. Quale è stata, secondo lei, la mens di Francesco in Traditionis Custodes?

Una contraddizione in se stessa: aveva lodato il mistero nelle liturgie orientali e poi non ha voluto accorgersi che il rito romano antico, il più grande dei riti latini nella Chiesa, parallelo a quello bizantino in Oriente, risponde alla crisi della fede in Occidente: con l’impulso all’evangelizzazione – ferma le sette in America Latina – la conversione dei giovani, i battesimi degli adulti, la rinascita della famiglia aperta alla vita, della vita religiosa e delle vocazioni. Papa Francesco è stato vittima del suo “anticlericalismo”.

7. Perché, secondo lei, Francesco ha messo delle motivazioni false per far uscire Traditionis Custodes?

Un pregiudizio ideologico, un problema psichiatrico? A Buenos Aires sanno. La sua volontà era legge e i cortigiani si trovano sempre, non così i collaboratori.

3 domande sull’Appello finale:

1. Nel suo Appello chiede che si torni a celebrare la Messa Tradizionale senza restrizioni, come sostanzialmente previsto dal Motu Proprio Summorum Pontificum. Cosa risponde a chi teme che questo possa minare l’autorità del Papa o creare divisioni nella Chiesa?

La Chiesa è circumdata varietate: grazie allo Spirito Santo esistono tanti riti, quindi di cosa avere paura. Mi pare che papa Leone abbia questa visione. L’autorità del Papa e del Vescovo sta proprio nel favorire i carismi e nel farne sintesi per l’unica missione della Chiesa, o no?

2. Nel testo si dice che “la Chiesa cattolica non è una monarchia assoluta”. In che modo la sua proposta si armonizza con il principio di obbedienza gerarchica che caratterizza la Chiesa?

Sono sessant’anni che il rito romano antico sopravvive a tutti i tentativi di sopprimerlo: applichiamo il principio di Gamaliele: se fosse opera umana non sarebbe già scomparso? E se il Signore ne stesse facendo lo strumento per la riforma della Sua Chiesa?

3. Lei fa riferimento alla sinodalità come principio invocato ma non rispettato. In che senso ritiene che la trasparenza e la collegialità siano state tradite nella gestione liturgica e dottrinale attuale?”

La sinodalità è lo stile della collegialità, è la mise en route delle quattro note della Chiesa, una, santa, cattolica e apostolica: quindi è a queste sottomessa; è un modo di esercitare l’autorità, non l’unico, perché, attenzione: l’ultima parola c’è l’ha il sacerdote nella comunità, il vescovo nella diocesi, il papa nella Chiesa universale, altrimenti questa diventa un’assemblea parlamentare. Chi ha concepito Traditionis Custodes e annessi, non ha attuato la sinodalità, non solo, ha falsificato quella manifestata dai Vescovi nelle risposte al Questionario. A proposito di “peccati contro la sinodalità”: si faccia mea culpa e si ritorni pian piano allo status quo ante. La Chiesa intera ne trarrà giovamento.

Dal sito di Diane Montagne

QUI

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Author: Marcello Giuliano

Nato a Brescia nel 1957, vive a Romano di Lombardia (BG). Dopo aver conseguito il Baccelierato in Teologia nel 1984 presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma e il Diploma di Educatore Professionale nel 2001, ha lavorato numerosi anni nel sociale. Insegnante di Religione Cattolica nella Scuola Primaria in Provincia e Diocesi di Bergamo, collabora ai cammini di discernimento per persone separate, divorziate, risposate ed è formatore per gli Insegnanti di religione Cattolica per conto della stessa Diocesi. Scrive sulle riviste online Libertà & Persona e Agorà Irc prevalentemente con articoli inerenti la lettura simbolica dell’arte ed il campo educativo. Per Mimep-Docete ha pubblicato Dalla vita alla fede, dalla fede alla vita. Camminando con le famiglie ferite (2017); In collaborazione con Padre Gianmarco Arrigoni, O. F. M. Conv., ha curato il libro Mio Signore e mio Dio! (Gv 20, 28). La forza del dolore salvifico. Percorsi nella Santità e nell’arte, (2020). Ancora con Padre Gianmarco Arrigoni O. F. M. Conv., Non è qui, è Risorto! Mimep-Docete, Marzo 2024.