Traditionis Custodes
Introibo
Il 16 luglio 2021 papa Francesco pubblica la Lettera Apostolica sotto forma di Motu Proprio Traditionis Custodes, che va a limitare la facoltà di celebrare l’Eucaristia secondo il rito Romano Antico. Nel tempo non poche sono state e ancora oggi lo sono le incomprensioni circa la forma straordinaria del rito, come anche le ingiurie nei confronti del Pontefice scomparso. Essere a servizio della verità sta anche a significare di voler perseguire la verità, senza quindi cedere a svariati generi di estremismi. Per ciò che concerne le contumelie nei confronti di papa Francesco è mancanza di carità fraterna da un versante, dall’altro è strumentalizzazione di una forma celebrativa, il cui intento è l’accrescimento della fede. È palese che il Pontificato di Jorge Mario Bergoglio è segnato da differenti ambiguità teologiche, ma per ciò che concerne l’ostracismo al Vetus Ordo Missae è da rintracciare la colpa anche nei suoi collaboratori, che hanno reso possibile una maggior protestantizzazione della Chiesa e del rito liturgico.
Contenuto di Traditionis Custodes: parte normativa
Art. 1. I libri liturgici promulgati dai santi Pontefici Paolo VI e Giovanni Paolo II, in conformità ai decreti del Concilio Vaticano II, sono l’unica espressione della lex orandi del Rito Romano.
Vige un errore, in quanto si nega che la Messa di san Pio V e la Messa riformata da san Paolo VI sono due espressioni del medesimo rito Romano.
Art. 2. Al vescovo diocesano, quale moderatore, promotore e custode di tutta la vita liturgica nella Chiesa particolare a lui affidata, spetta regolare le celebrazioni liturgiche nella propria diocesi. Pertanto, è sua esclusiva competenza autorizzare l’uso del Missale Romanum del 1962 nella diocesi, seguendo gli orientamenti dalla Sede Apostolica.
Il secondo articolo propone un ritorno alle norme imposte da san Giovanni Paolo II papa circa la celebrazione Eucaristica in rito Romano Antico, ossia è spettanza del Vescovo diocesano fornire l’autorizzazione o meno per suddetta celebrazione. È atto borioso, in quanto in quattordici anni dalla promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI non si sono verificati casi di opposizione alla riforma liturgica, promossa dal Concilio Vaticano II.
Art. 3. Il vescovo, nelle diocesi in cui finora vi è la presenza di uno o più gruppi che celebrano secondo il Messale antecedente alla riforma del 1970:
§ 1. accerti che tali gruppi non escludano la validità e la legittimità della riforma liturgica, dei dettati del Concilio Vaticano II e del Magistero dei Sommi Pontefici;
§ 2. indichi uno o più luoghi dove i fedeli aderenti a questi gruppi possano radunarsi per la celebrazione eucaristica (non però nelle chiese parrocchiali e senza erigere nuove parrocchie personali);
§ 3. stabilisca nel luogo indicato i giorni in cui sono consentite le celebrazioni eucaristiche con l’uso del Messale Romano promulgato da san Giovanni XXIII nel 1962. In queste celebrazioni le letture siano proclamate in lingua vernacola, usando le traduzioni della sacra Scrittura per l’uso liturgico, approvate dalle rispettive Conferenze Episcopali;
§ 4. nomini un sacerdote che, come delegato del vescovo, sia incaricato delle celebrazioni e della cura pastorale di tali gruppi di fedeli. Il sacerdote sia idoneo a tale incarico, sia competente in ordine all’utilizzo del Missale Romanum antecedente alla riforma del 1970, abbia una conoscenza della lingua latina tale che gli consenta di comprendere pienamente le rubriche e i testi liturgici, sia animato da una viva carità pastorale e da un senso di comunione ecclesiale. È infatti necessario che il sacerdote incaricato abbia a cuore non solo la dignitosa celebrazione della liturgia, ma la cura pastorale e spirituale dei fedeli;
§ 5. proceda, nelle parrocchie personali canonicamente erette a beneficio di questi fedeli, a una congrua verifica in ordine alla effettiva utilità per la crescita spirituale e valuti se mantenerle o meno;
§ 6. avrà cura di non autorizzare la costituzione di nuovi gruppi.
Di notevole importanza, come già misero in evidenza i predecessori di papa Francesco, la capacità di vigilare sui gruppi avvalentesi del rito tridentino, affinché siano in circolarità con gli aggiornamenti proposti dal Vaticano II e con il Magistero della Chiesa. Denigrante però la possibilità di non poter officiare il rito nelle parrocchie ed anche non poter costituire ulteriori gruppi che chiedono la forma vetusta del rito. Il Vetus Ordo Missae è un arricchimento per la fede di ognuno. Chi volontariamente ha mosso il Pontefice in tale direzione di scelta è stato mosso da uno spirito di superbia.
Art. 4. I presbiteri ordinati dopo la pubblicazione del presente Motu proprio, che intendono celebrare con il Missale Romanum del 1962, devono inoltrare formale richiesta al Vescovo diocesano il quale prima di concedere l’autorizzazione consulterà la Sede Apostolica.
Art. 5. I presbiteri, i quali già celebrano secondo il Missale Romanum del 1962, richiederanno al Vescovo diocesano l’autorizzazione per continuare ad avvalersi della facoltà.
Gli articoli 4 e 5 pongono questioni particolari: anzitempo la richieste dell’autorizzazione alla Sede Apostolica da parte dei sacerdoti che fanno richiesta di celebrare la Messa Tridentina, se la loro ordinazione presbiterale è avvenuta dopo la promulgazione del Motu Proprio Traditionis Custodes. In tal frangente non ci si preoccupa della cura pastorale, ma si propone una sola visione giuridica della questione. Sarebbe stato opportuno indicare la volontà di formare liturgicamente i presbiteri che vogliono celebrare secondo il rito di san Pio V. Una preparazione che può avvenire nella sola relazione con i sacerdoti, che da tempo celebrano secondo tale Messale. Inoltre non vi sarebbe dovuta essere nemmeno la facoltà, da parte della Santa Sede, di designare, quindi dare l’approvazione al novello sacerdote. Sarebbe piuttosto stato opportuno la sola elezione da parte del Vescovo diocesano, il quale conosce i propri presbiteri e vigila su possibili derive. Tale proposta è atto di sfiducia e annichilimento, che limita lo sviluppo e la crescita spirituale dei fedeli tutti. Si evince che l’unica preoccupazione è stata il solo ridimensionamento del rito, ove una volta venuto meno il ministro incaricato, per innumerevoli motivazioni, tale forma celebrativa si possa accantonare. Inoltre è incomprensibile il motivo per cui i sacerdoti che si sono avvalsi del Messale 1962 debbano chiedere al Vescovo l’autorizzazione, per poter proseguire le celebrazioni secondo il Vetus Ordo Missae.
Art. 6. Gli Istituti di vita consacrata e le Società di vita apostolica, a suo tempo eretti dalla Pontificia Commissione Ecclesia Dei, passano sotto la competenza della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica.
Art. 7. La Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti e la Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, per le materie di loro competenza, eserciteranno l’autorità della Santa Sede, vigilando sull’osservanza di queste disposizioni.
I seguenti articoli, essendo chiari, non hanno bisogno di particolari esplicitazioni.
Art. 8. Le norme, istruzioni, concessioni e consuetudini precedenti, che risultino non conformi con quanto disposto dal presente Motu Proprio, sono abrogate.
È limitativo non poter conferire gli ulteriori Sacramenti quali la Riconciliazione, la Confermazione, il Matrimonio e l’Ordine come consentiva il Motu Proprio Summorum Pontificum di papa Benedetto XVI. Nella Chiesa cattolica vigono differenti liturgie con riti e peculiarità dissimili. Per esempio il rito ambrosiano non è coincidente al rito Romano, ma coesiste alla pari del suddetto da secoli.
Da chi è stata proposta Traditionis Custodes?
Il Sommo Pontefice nello svolgimento del Ministero Petrino si affida anche ai Cardinali, in particolare alle Eminenze che ricoprono il ruolo di prefetti presso i Dicasteri Vaticani, il cui compito è il collaborare, consigliare il Sommo Pontefice in materia di fede. In relazione alle restrizioni circa il Vetus Ordo Missae, si sono espressi a favore di esse i Cardinali Arthur Roche e Francesco Coccopalmerio. I seguenti porporati sono stati mossi dalle consecutive motivazioni:
- 1. Traditionis Custodes è un atto di amore verso la Chiesa.
- 2. Esso mira a preservare l’unità della liturgia romana.
Affermare che è un atto di amore è una risoluzione semplicista, tipica dell’attuale cultura la quale, abusando del sostantivo amore, mira a includere le istanze di ciascuno, ove però prevale la maggioranza. Si riduce così la Chiesa ad una democrazia, ove si agisce e decide non in riferimento alla Rivelazione, ma al volere dei singoli. Il Vetus Ordo Missae è parte integrante della fede, come lo sono i molteplici riti liturgici presenti nella Madre Chiesa. Su questi ultimi mai si è espresso un parere disonorevole, non vi è quindi motivazione per compierlo verso il rito di san Pio V.
Unità della Chiesa: la celebrazione tridentina non ha alcuna unione con la Fraternità di San Pio X.
Lo stesso Benedetto XVI mise in evidenza che la sua decisione fu mossa dall’intento di valorizzare una forma liturgica, che ha forgiato per secoli la fede di molti. Nell’attuale contesto ecclesiologico, inoltre, la possibile minaccia di uno scisma è dettata da posizioni morali ed etiche in contrasto con la Rivelazione, che anche nella Chiesa talune volte sembra attecchire. Ricordo inoltre che lo scisma lefebvriano si originò oltre che dalla non accettazione del Concilio Ecumenico Vaticano II anche dall’ordinazione episcopale di quattro vescovi ad opera di Marcel Lefebvre senza l’approvazione della Santa Sede. Si comprende che lo scisma lefebvriano non ha avuto origine dalla riforma liturgica, anche se essa ha certamente influito sull’operato di Marcel Lefebvre.
Cardinali con riserve
Corretto l’apporto del Cardinale Gherard Muller ex Prefetto del Dicastero per la Dottrina della Fede, il quale ha messo in risalto l’esclusivo provvedimento giuridico che Traditionis Custodes ha in sè e non dogmatico verso il Vetus Ordo Missae. Appropriata anche la posizione del Cardinale Raymond Burke che definisce il Motu Proprio di papa Francesco una limitazione nei confronti dei fedeli. È grazie anche al rito Romano Antico se in molti vi è stato un riavvicinamento alla fede. Chi è alla ricerca di Cristo chiede alla Chiesa una celebrazione Eucaristica ove traspaia l’essenza dell’esperienza di fede e non l’ego, elemento che spesso nel Novus Ordo è sovvertito, per interpretazioni personali dell’Eucaristia.
Quali atteggiamenti attuare?
Ogni battezzato come più volte redatto è chiamato a obbedire al Vicario di Cristo. L’attuale Pontefice Leone XIV non si è espresso circa la questione liturgica vetusta. La Chiesa continua quindi secondo l’impostazione proposta da Traditionis Custodes. Richiamo quindi i fedeli tutti ad attuare la carità. Non bisogna seguire le differenti correnti giornalistiche, le quali strumentalizzano la fede, ma il Vangelo. È nel Vangelo che si trova la propria ragione di essere. Per quanto concerne le restrizioni della Messa secondo il rito di san Pio V, di cui io stesso ne sono estimatore e fautore, richiamo coloro che se ne avvalgono a confidare nella virtù teologale che è la speranza. Riporre in Dio le proprie attese, affinché coloro che nella Chiesa pensano di servire la verità, opponendosi a essa, vengano illuminati. La limitazione del rito antico è segno di una prova, che concorre alla Pasqua personale, ove un dì dinanzi alla maestà divina ogni lacrima verrà asciugata. Come ben chiosava San Paolo, si completano in noi le sofferenze che mancano alla croce di Cristo.