
Idealmente dall’eremo francescano delle Celle di Cortona, la Parola della Solennità dell’Ascensione (1 Maggio 2025 – Anno C) offre all’uomo una visione diversa del mondo e, spesso, anche della vita cristiana, della vita spirituale, non di rado poco conosciute.
Quante le domande! Quale relazione tra vita, sofferenza e sacrificio?
Quale relazione tra sacrificio, sacrifici e resurrezione? E quale rapporto tra Resurrezione e unione alle sofferenze di Cristo nelle nostre sofferenze? Che pensare della sofferenza dopo la Resurrezione di Cristo? Cosa ci attende? I santi e la Chiesa cosa dicono e vivono su questi temi di vita. E cosa ne pensano i teologi, che nella Chiesa sono sempre alla ricerca anche di nuove strade di comprensione?
La sofferenza di Cristo è dipinta su innumerevoli tavole, pale di altare, affreschi. Se ne parla in ogni libro di catechismo, nel Catechismo della Chiesa Cattolica; nelle vite dei santi, che si presentano quale libro aperto del dolore redento.
Ma cosa significa dolore redento? E cosa vorrebbe dire quell’espressione di San Giovanni Paolo II , la forza del dolore salvifico (Salvifici doloris virtutem …) così tante volte ricorrente nella sua Lettera Apostolica Salvifici Doloris? Egli stesso offrì tutte le sue sofferenze sul letto di malattia e portando la Sua croce per molti anni nel proprio corpo (cf Mt 16, 24-25).
Lo stesso Papa Francesco ha stupito i medici ed i fedeli per aver vissuto gli ultimi mesi di pontificato rendendo vivo nel suo corpo il Crocifisso. Perché tutto questo? Che significato avrebbe oggi, epoca della cura, della ricerca della guarigione a tutti i costi, fino a commettere gravi delitti e peccati pur di accaparrarsi un organo per sopravvivere?

In ricordo di santa Giuseppina Bakhita, la Giornata di preghiera e sensibilizzazione contro l’ignobile sfruttamento di esseri umani. Dalla prostituzione […] fino all’indicibile crimine del traffico di organi”. – Fonte Vatican News
QUI
Papa Francesco indica in San Giovanni Paolo II un chiaro esempio di vita e dottrina sulla sofferenza da cristiani.
Contemplanti le parole di Papa Benedetto XVI, che non scese dalla Croce, ma continuò a portarla in modo diverso, e che rivolse ai sacerdoti nella Lectio Divina di Giovedì, 18 febbraio 2010, commentando la Lettera agli Ebrei che sarà in gran parte oggetto del nostro video!

Chiaramente, benché i laici non siano sacerdoti in senso ministeriale, e non ricevano la partecipazione ai tre munera (docendi, regendi, sanctificandi) tuttavia, in forza del sacerdozio universale conferito dal Battesimo, anche le parole che il Santo Padre ha rivolte ai sacerdoti sono in proporzione applicabili a tutti i battezzati.
[…] Rendiamo questa realtà [il sacramento eucaristico nel sacerdozio] anche un fattore pratico della nostra vita: se è così, un sacerdote deve essere realmente un uomo di Dio, deve conoscere Dio da vicino, e lo conosce in comunione con Cristo. Dobbiamo allora vivere questa comunione e la celebrazione della Santa Messa, la preghiera del Breviario, tutta la preghiera personale, sono elementi dell’essere con Dio, dell’essere uomini di Dio. Il nostro essere, la nostra vita, il nostro cuore devono essere fissati in Dio, in questo punto dal quale non dobbiamo uscire, e ciò si realizza, si rafforza giorno per giorno, anche con brevi preghiere nelle quali ci ricolleghiamo con Dio e diventiamo sempre più uomini di Dio, che vivono nella sua comunione e possono così parlare di Dio e guidare a Dio. […]
[…] Certo il suo cuore è sempre fisso in Dio, vede sempre Dio, intimamente è sempre in colloquio con Lui, ma Egli porta, nello stesso tempo, tutto l’essere, tutta la sofferenza umana entra nella Passione. Parlando, vedendo gli uomini che sono piccoli, senza pastore, Egli soffre con loro e noi sacerdoti non possiamo ritirarci in un Elysium, ma siamo immersi nella passione di questo mondo e dobbiamo, con l’aiuto di Cristo e in comunione con Lui, cercare di trasformarlo, di portarlo verso Dio. […] la Lettera agli Ebrei dice che “offrì preghiere e suppliche”, “grida e lacrime” (5,7). E’ una traduzione giusta del verbo prospherein, che è una parola cultuale ed esprime l’atto dell’offerta dei doni umani a Dio, esprime proprio l’atto dell’offertorio, del sacrificio. Così, con questo termine cultuale applicato alle preghiere e lacrime di Cristo, dimostra che le lacrime di Cristo, l’angoscia del Monte degli Ulivi, il grido della Croce, tutta la sua sofferenza non sono una cosa accanto alla sua grande missione. Proprio in questo modo Egli offre il sacrificio, fa il sacerdote. La Lettera agli Ebrei con questo “offrì”, prospherein, ci dice: questa è la realizzazione del suo sacerdozio, così porta l’umanità a Dio, così si fa mediatore, così si fa sacerdote.
San Massimo il Confessore, nella sua interpretazione del Monte degli Ulivi, dell’angoscia espressa proprio nella preghiera di Gesù, “non la mia, ma la tua volontà”, ha descritto questo processo, che Cristo porta in sé come vero uomo, con la natura, la volontà umana; in questo atto – “non la mia, ma la tua volontà” – Gesù riassume tutto il processo della sua vita, del portare, cioè, la vita naturale umana alla vita divina e in questo modo trasformare l’uomo: divinizzazione dell’uomo e così redenzione dell’uomo, perché la volontà di Dio non è una volontà tirannica, non è una volontà che sta fuori del nostro essere, ma è proprio la volontà creatrice, è proprio il luogo dove troviamo la nostra vera identità. […] Continuando la lettura, segue una frase difficile da interpretare. L’Autore della Lettera agli Ebrei dice che Gesù ha pregato fortemente, con grida e lacrime, Dio che poteva salvarlo dalla morte, e, per il suo pieno abbandono, venne esaudito (cfr 5,7). Qui vorremmo dire: “No, non è vero, non è stato esaudito, è morto”. Gesù ha pregato di essere liberato dalla morte, ma non è stato liberato, è morto in modo molto crudele. Perciò il grande teologo liberale Harnack ha detto: “Qui manca un no”, deve essere scritto: “Non è stato esaudito” e Bultmann ha accettato questa interpretazione. Però questa è una soluzione che non è esegesi, ma è una violenza al testo. In nessuno dei manoscritti appare “non”, ma “è stato esaudito”; quindi dobbiamo imparare a capire che cosa significhi questo “essere esaudito”, nonostante la Croce. […] La preghiera di Gesù è stata esaudita, nel senso che realmente la sua morte diventa vita, diventa il luogo da dove redime l’uomo, da dove attira l’uomo a sé. Se la risposta divina in Giovanni dice: “ti glorificherò”, significa che questa gloria trascende e attraversa tutta la storia sempre e di nuovo: dalla tua Croce, presente nell’Eucaristia, trasforma la morte in gloria. Questa è la grande promessa che si realizza nella Santa Eucaristia, che apre sempre di nuovo il cielo. Essere servitore dell’Eucaristia è, quindi, profondità del mistero sacerdotale. […] la vera Gerusalemme, il Salem di Dio, è il Corpo di Cristo, l’Eucaristia è la pace di Dio con l’uomo. Sappiamo che san Giovanni, nel Prologo, chiama l’umanità di Gesù “la tenda di Dio”, eskenosen en hemin (Gv 1,14). […] Qui è la vera Gerusalemme, al medesimo tempo, celeste e terrestre, la tenda, che è il Corpo di Dio, che come Corpo risorto rimane sempre Corpo e abbraccia l’umanità e, nello stesso tempo, essendo Corpo risorto, ci unisce con Dio. Tutto questo si realizza sempre di nuovo nell’Eucaristia. E noi da sacerdoti siamo chiamati ad essere ministri di questo grande Mistero, nel Sacramento e nella vita. Preghiamo il Signore che ci faccia capire sempre meglio questo Mistero, di vivere sempre meglio questo Mistero e così offrire il nostro aiuto affinché il mondo si apra a Dio, affinché il mondo sia redento.
dal Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica
281. In quale modo la Chiesa partecipa al sacrificio eucaristico?
1368-1372 1414
Nell’Eucaristia, il sacrificio di Cristo diviene pure il sacrificio delle membra del suo Corpo. La vita dei fedeli, la loro lode, la loro sofferenza, la loro preghiera, il loro lavoro sono uniti a quelli di Cristo. In quanto sacrificio, l’Eucaristia viene anche offerta per tutti i fedeli vivi e defunti, in riparazione dei peccati di tutti gli uomini e per ottenere da Dio benefici spirituali e temporali. Anche la Chiesa del cielo è unita nell’offerta di Cristo.
314. Quale significato ha la compassione di Gesù verso gli ammalati?
1503-1505
La compassione di Gesù verso gli ammalati e le sue numerose guarigioni di infermi sono un chiaro segno che con lui è venuto il Regno di Dio e quindi la vittoria sul peccato, sulla sofferenza e sulla morte. Con la sua passione e morte, egli dà nuovo senso alla sofferenza, la quale, se unita alla sua, può diventare mezzo di purificazione e di salvezza per noi e per gli altri.
Crediamo che il rifermento alle semplici parole del Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica possa essere un valido appoggio alla nostra comune riflessione di Fede.
Views: 8

