ALL’ORIGINE DELLA CRISI DI FEDE VI E’ LA CRISI LITURGICA

Sovente di si parla di crisi di fede, ma cosa è fattivamente codesta crisi e soprattutto da cosa è originata? Gli anni Sessanta del Novecento hanno segnato importanti mutamenti per l’intero contesto socio culturale e religioso. In riferimento a quest’ultimo si celebrò il Concilio Ecumenico Vaticano II il cui scopo fu un dialogo maggiore con la cultura, senza dimenticare il primato della Rivelazione. Al Concilio si devono numerosi interventi per una comprensione maggiore della fede, tra i molti la riforma liturgica. La liturgia è l’esperienza completa della relazione tra credente e creatore. Non esiste Cristianesimo senza Celebrazione Eucaristica e orazioni liturgiche a essa affini.

RIFORMA DEL RITO ROMANO

Dalla promulgazione del Vetus Ordo Missae avvenuta nel 1570 ad opera di papa Pio V non vi sono stati sostanziali modifiche al Messale ed ai riti a esso affini, ma sul finire degli anni Cinquanta del secolo scorso si avvertì la necessità di riformare la liturgia, per una maggior comprensione del rito e inclusione dell’assemblea.

La liturgia è anzitempo comprensione? La liturgia non può essere ridotta ad una mera questione linguistica. Essa eccede sia la lingua vernacola, che vetusta, dacché a sostenerla è la Ruah e non la volontà umana. La liturgia è in primo luogo azione trinitaria che rende liturgo ogni partecipante.

Azione trinitaria quale significanza? Nella liturgia il Padre è adorato come la sorgente, il culmine e fine della creazione, la cui correlazione è la salvezza. Il Figlio ha permesso di conoscere – per azione dello Spirito – il Padre e il luogo per eccellenza ove si conosce e si incontra sempre più Dio è la liturgia, in particolare l’Eucaristia prototipo dell’azione sacra, sempre sostenuta dall’evento trinitario, senza il quale nulla potrebbe accadere.

In virtù della dimensione trinitaria, la liturgia è una benedizione, ma non nel senso etimologico del termine. La benedizione, come ben si redige nel Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 1078, è un’azione divina che dà la vita e di cui il Padre è la sorgente. La sua benedizione è insieme parola e dono. Riferito all’uomo, questo termine significherà l’adorazione e la consegna di sé al proprio Creatore nell’azione di grazie. La benedizione è azione di vita preposta dalla sorgente che è il Padre. In tal frangente nella dimensione della grammatica dell’umano è la consegna del sé alla trascendenza divina. È il sé che si dischiude all’alterità; fonte e culmine di grazia. Si evince che la liturgia è benedizione divina, ove la parola donata diviene corpo spezzato per molti.

Come agisce la Trinità nella liturgia? Cristo nella vita terrena ha dimostrato come adorare il Padre e la liturgia è la modalità massima, ove a condurre l’azione vi è sempre la Trinità Santissima. Lo Spirito Santo è presente da sempre, prima ancora della venuta di Cristo: esso nelle azioni liturgiche era attivo anche se sconosciuto. Si pensi alla preghiera dei Salmi che avveniva nelle Sinagoghe altro non era che l’annuncio del Messia e di quanto si sarebbe compiuto nella Chiesa. Sorge corretta l’istanza: vi è univocità tra la liturgia ebraica e quella cristiana? Vi sono elementi comunicanti, ma anche sostanziali differenze.

Gli elementi analogici sono codesti:

1. La liturgia ebraica è la berakah acciocché azione di lode e benedizione a Dio, come lo è anche la preghiera cristiana.

2. La liturgia ebraica è esperienza comunitaria, ove i membri della Sinagoga partecipano attivamente alla preghiera, così come i cristiani riuniti in Chiesa.

3. La liturgia ebraica è osservanza attiva della Torah.

La preghiera cristiana è interazione alla vita di Cristo. Elementi differenti:

1. La Pesach è memoria del passaggio dalla schiavitù dell’Egitto alla Terra Promessa. La Pasqua cristiana è la ristrutturazione definitiva dell’alleanza antica che non è più misterica, ma causa efficiente.

2. La liturgia cristiana si fonda sui Sacramenti, in particolare sull’Eucaristia presenza reale di Cristo. La celebrazione della Santa Messa è memoriale della salvezza, ove lo Spirito Santo che in essa è presente fa comprendere l’effettività del mistero cristico.

3. Il primo modo con cui lo Spirito agisce è la parola, quale risposta consapevole dell’esperienza di fede. La parola dispiega il senso dell’epiclesi ove, per invocazione e azione pneumatica chi si nutre della specie Eucaristica, diviene speranza viva e attiva per sé e la comunità, purché scevra dal peccato mortale. La parola, assumendo l’estensione carnale, diviene univo nutrimento salvifico.

IL FIGLIO

La domenica, quale Pasqua del Signore, non è un semplice memoriale, oppure una mera esecuzione di riti. Essa è l’ingresso hic et nunc nell’eternità, per rappresentanza ministeriale, quale garanzia di successione apostolica per i vescovi e collaborazione con essi per i presbiteri. Non vi può essere celebrazione Eucaristica completa senza sacerdote. Per completa si ribadisce che solo un sacerdote o il vescovo può celebrare la Santa Messa. In casi particolari, ad esempio per assenza di chierici, un laico può proferire le letture e amministrare la comunione, ma nulla di più. L’Eucaristia è sostanzialmente la particolare partecipazione alla vita di Cristo. Codesta è quindi forma matura di fede e di vita. Il Figlio come ricorda il Catechismo della Chiesa Cattolica è presente anzitutto nel sacerdote quale suo rappresentante ed ovviamente nelle specie eucaristiche. Avviene così la glorificazione della Chiesa e allo stesso modo dell’uomo che presente in essa loda e adora il Signore.

L’ASSEMBLEA E’ LITURGA?

Il Catechismo della Chiesa Cattolica al numero 1188 chiosa:

Per realizzare un’opera così grande [la dispensazione o comunicazione della sua opera di salvezza] Cristo è sempre presente nella sua Chiesa, in modo speciale nelle azioni liturgiche. È presente nel sacrificio della Messa sia nella persona del ministro, “egli che, offertosi una volta sulla croce, offre ancora se stesso per il ministero dei sacerdoti”, sia soprattutto sotto le specie eucaristiche. È presente con la sua virtù nei sacramenti, di modo che quando uno battezza è Cristo stesso che battezza. È presente nella sua Parola, giacché è lui che parla quando nella Chiesa si legge la Sacra Scrittura. È presente, infine, quando la Chiesa prega e loda, lui che ha promesso: “Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, là sono io, in mezzo a loro” (Mt 18,20).1

1Concilio Vaticano II, Cost. Sacrosanctum Concilium, 7: AAS 56 (1964) 100-10

L’assemblea è liturga, ma non va confusa tale caratteristica con il sostituirsi al sacerdote. I partecipanti in unione con il celebrante, in virtù del sacerdozio comune, partecipano al Divin Sacrificio, ma non possono proferire o sostituirsi agli atti e preci proprie del ministro celebrante. L’assemblea è chiamata a partecipare compiendo gesti composti e consapevoli, come per esempio l’inginocchiarsi. L’inginocchiarsi è atto di chi riconosce il creatore come l’archè del mondo. Chi si inginocchia accetta la sua condizione creaturale, pronunciando anche con il corpo il sì umile che proferì Maria alla presenza dell’Angelo. Inginocchiarsi è lasciarsi condurre dallo Spirito Santo alla santità. Si pensi alle molte ore che il Santo Curato d’Ars trascorreva inginocchiato dinnanzi al Santissimo. Inginocchiarsi significa abbandonarsi allo sguardo di Cristo e contemporaneamente guardare Lui che è fonte di ogni bene. Chi non ripone i suoi occhi in Cristo incorre nel tentativo di cedere al relativismo, quindi di lasciarsi portare “qua e là” da qualsiasi vento di dottrina. Chi crede in Cristo ha ben chiara la struttura della sua esistenza: Dio. Un cristiano dalla fede adulta, non cede all’appannaggio delle mode, ma ricorda che Cristo è sempre lo stesso ieri, oggi e domani. Ecco anche l’importanza dell’adorazione eucaristica e della prostrazione, proprio come fecero i Santi Magi alla grotta di Betlemme.

DA COSA E’ ORIGINATA ALLORA LA CRISI DI FEDE?

Ogni forma liturgica, anzitempo la celebrazione dei Divini Misteri, non è un assemblea sociale ove si esalta la predominanza dell’io e di realtà socio-culturali. Essa è l’alfa e l’omega, santificazione del popolo riunito. La lingua vernacola, l’adduzione di nuovi canti per una maggior comprensione, non deve glissare nella perdita dell’essenza: Cristo Gesù. L’Eucaristia è azione per eccellenza missionaria, perché intimo incontro con il logos, che sana le piaghe dell’umanità. Lui il è il buon samaritano che sul legno della croce si è caricato dell’umanità viandante, permettendo così a tale umanità di divenire riflesso trinitario nella storia.

Papa Benedetto XVI all’inizio del ministero petrino affermò:

Non vi è nulla di più bello che conoscere Lui e comunicare a agli altri l’amicizia con Lui. Il compito del pastore, del pescatore di uomini può spesso apparire faticoso, ma è bello e grande, perché in definitiva è un servizio alla gioia di Dio che vuol fare il suo ingresso nel mondo.

Si evince che il fulcro della liturgia è Cristo e taluni adattamenti pastorali volti a includere ogni partecipante, nella esclusiva antologia umana, quasi si fosse ad un plebiscito, altro non sono che forme di presenzialismo. La maggior inclusione dell’assemblea come affermò la Costituzione Sacrosanctum Concilium non sta a indicare la volontà di desacralizzare la celebrazione e in conseguenza cedere a derive liturgiche. Uno dei molteplici obbiettivi della liturgia è sentirsi pervasi dallo Spirito e quindi dalla gioia. Se non è così, si è celebrato un semplice rito che, perpetrato nel tempo, può condurre i credenti a derive, in primis l’ateismo. Molti credenti, che poi si sono dichiarati atei, hanno compiuto suddetta scelta proprio perché nelle celebrazioni non incontravano Dio ma esclusivamente la personalizzazione ritualistica del celebrante e dei suoi più affini collaboratori.

QUALI SONO LE DERIVE LITURGICHE?

Oscar Cullman, famoso teologo protestante, criticò l’eccessiva dispersione e protestantizzazione della Chiesa. Egli mise in luce che il problema attuale della Chiesa non è la secolarizzazione, ma l’incapacità ed anche la vergogna da parte di taluni di voler annunciare il Vangelo. Nel colloquio che egli ebbe con don Giussani mise in risalto che la Chiesa si è vergognata di Cristo. Si cede così all’orizzontalità teologica, ove il sacerdote più che un annunciatore del Kerygma diviene un ministro quasi sociale, la cui fede è intrisa di esclusive scelte civiche. Ne fu un esempio la Teologia della Liberazione che lo stesso papa Francesco al tempo denunciò, dacché minacciosa allo sviluppo e all’integrità della fede della Chiesa. Derive più manifeste si hanno nelle modalità celebrative. La liturgia non è spettacolarizzazione o creatività momentanea, ma ancora una volta attualizzazione del mistero pasquale, fondamento della fede. Oggi spesso si assiste all’oblio del mistero di salvezza, perché il più delle volte vi è una scarsa o lacunosa formazione teologica dei ministri. La teologia, quale scienza religiosa, ha fondamento nella Rivelazione che si attua primariamente nell’Eucaristia. Se tale essenza non è il monito della teologia, le derive saranno sempre maggiori. Si va sempre più verso la frammentazione liturgica e la costituzione di liturgie soggettiviste, che nulla hanno in relazione con l’intervento di aggiornamento richiesto e proposto dal Concilio Ecumenico Vaticano II.

COSA AFFERMA LA SACROSANCTUM CONCILIUM? SI RIPORTANO ALCUNI ELEMENTI

Il 4 dicembre 1963 venne all’unanimità approvata la Costituzione sulla liturgia. Suddetta costituzione ha messo in risalto che il “Mistero Pasquale” è il centro della cristianità. Il tempo quale costante umana è sempre nuovo, perché è la risurrezione di Cristo che lo rinnova. Spesso questo aspetto è eluso. La domenica è definita erroneamente fine settimana, quando essa è il primo giorno da cui scaturisce ogni parvenza, anche quella umana. La domenica è per antonomasia il giorno della festa. Oggi la festa si è mutata in gioconda forma di lassismo ed oziosità. Non si è più capaci di fermarsi per dedicare a Dio il tempo dovuto. La domenica è divenuta giorno per il consumo, ove si erode l’anima prima ancora della sussistenza economica.

Il secondo aspetto che pone la Sacrosanctum Concilium è l’intelligibilità. Intelligibilità non significa banalità del rito. L’adozione della lingua materna non sta a indicare la pronta comprensione delle epistole, così come dei gesti a seguire, bensì la volontà coscienziosa di riporsi in spirito e corpo dinnanzi al Re dei Re. Certamente è doverosa la formazione del celebrante, il quale fornisce una corretta ermeneutica esegetica oltre a dover essere in toto fedele alla Tradizione Apostolica.

La Sacrosanctum Concilium sostanzialmente mette in risalto il cristocentrismo liturgico, anticipo della liturgia celeste, la quale richiede un costante cammino di conversione. Attraverso la penitenza si contrastano i vizi capitali, predisponendo la ragione e la volontà a comprendere quanto Cristo ha compiuto e comandato, incitando così al compimento delle varie opere di pietà, carità e popolarità, affinché risplenda nel mondo la luce e la gloria del Padre. La volontà di semplificare il rito, così come di riporre l’attenzione sulla fattività conviviale dell’Ultima Cena, non sta a indicare la volontà di protestantizzare la celebrazione.

Gesù nell’Ultima Cena affermò: “Fate questo in memoria di me” e non “Fate quello che volete”. Fate questo in memoria di me è l’evento salvifico sacrificale, reso vivo nella celebrazione che, se cede a errori, sminuisce tale e sublime valore. Chi compie ciò che vuole è come lo stolto, che costruisce la sua casa sulla sabbia. Il Novus Ordi Missae in riferimento, pur ridimensionando l’atto sacrificale, non lo elude. La natura sacrifico-sacramentale resta. Se nel tempo dovesse essere convocato un nuovo Concilio non vedo la necessità di un ulteriore riforma liturgica, ma piuttosto una corretta attuazione dell’attuale, anche in circolarità con il rito antiquus che, seppur differente nei gesti, è sempre il Messale Romano. L’invenzione non è l’esito dello Spirito, ma di un adattamento alle istanze. Tra dialogo e adattamento vige una sostanziale differenza. La fede non si impone, tuttavia nemmeno adatta. Se si adattasse si ridurrebbe a esclusività naturale, scindendosi dal soprannaturale.

Se questo articolo ti è piaciuto, condividilo.

Autore: Emanuele Sinese

Emanuele Sinese è nato a Napoli il 24 Novembre 1991 e da anni vive a Bergamo. Ha frequentato l’Istituto di Scienze Religiose in Bergamo, conseguendo nel 2017 la Laurea triennale con la tesi Il mistero eucaristico in San Pio da Pietrelcina. Nel 2019 ha ottenuto la Laurea magistrale con la tesi La celebrazione eucaristica secondo il rito di San Pio V.  È insegnante specialista di Religione. Da ottobre 2024 prosegue gli studi presso l'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum. Attualmente è anche coordinatore per la formazione teologica di alcuni docenti di religione.