Il presente ciclo di Catechesi fu preparato da Papa Francesco per l’Anno Giubilare della Speranza (Cf LEONE XIV UDIENZA GENERALE 21 Maggio 2025). Papa Leone lo fa proprio. Forse questa scelta vuole sottolineare la
continuità con il Magistero precedente. Precisiamo che della parabola Egli commenta solo il senso letterale nel suo significato antropologico, tralasciandone l’introduzione assolutamente teologica. L’intero brano lucano è Lc 10, 25-37. Nella prima parte, la risposta di Gesù è strettamente religiosa ed è anima dell’azione del samaritano. Di per sé, va letta nel contesto e non si può guardare al samaritano solo in senso umano in quanto, benché appartenente ad un popolo disprezzato dai Giudei, era però profondamente religioso. Il suo gesto oggi può essere visto in modo “laico”, ma solo se usiamo la nostra mentalità corrente per parlare all’uomo di oggi ancora non illuminato dalla fede. Papa Francesco, dato il suo orientamento fortemente antropologico, ha sottolineato ciò che oggi può risuonare inizialmente di più tra le corde dell’anima dell’uomo non credente. Tuttavia, la pericope evangelica ha la seguente premessa: “25 Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova: «Maestro, che devo fare per ereditare la vita eterna?». 26 Gesù gli disse: «Che cosa sta scritto nella Legge? Che cosa vi leggi?». 27 Costui rispose: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente e il prossimo tuo come te stesso». 28 E Gesù: «Hai risposto bene; fa’ questo e vivrai».” Ora, Papa Leone al momento assume le catechesi previste per tutto l’Anno Giubilare e pare non ritoccarle, quasi a sottolineare il desiderio di continuità con il predecessore, cosa molto importante. Ma potendo approfondire, non mancherebbe proprio di rifarsi ai vv26-28 perché basilari. Se amo Dio con tutto il cuore … e il prossimo, noto che prossimo nell’ottica di Gesù diviene colui che si fa prossimo per il malcapitato e rappresenta Dio che si china sull’umanità ferita. Dio è il modello più che il Samaritano. Tuttavia, Papa Leone, facendo suo il testo di Papa Francesco, non manca di dire che “Nel suo caso, il testo non precisa la direzione, ma dice solo che era in viaggio. La religiosità qui non c’entra. Questo samaritano si ferma semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto”, ma, ovviamente, con questo linguaggio si rivolge più agli uomini di buona volontà e non solo ai credenti (essere umani). Ma come trascurare, in quanto cristiani, i versetti che precedono e che sono anima della parabole? E come tralasciare, noi credenti, il senso teologico e non principalmente antropologico della parabola? Il senso antropologico è presente, ma come senso secondo. Diciamo che questa catechesi non è immediatamente comprensibile nella completezza del brano, ma solo nella seconda part della pericope. Vedremo se Mercoledì prossimo il Santo padre continuerà sullo stesso brano per la parte mancante o se passerà ad altra parabola.
Per la Redazione, Marcello Giuliano
LEONE XIV
UDIENZA GENERALE
Piazza San Pietro
Mercoledì, 28 maggio 2025
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Ciclo di Catechesi – Giubileo 2025. Gesù Cristo nostra speranza. II. La vita di Gesù. Le parabole. 7. Il samaritano. Passandogli accanto, vide e ne ebbe compassione (Lc 10,33b)
Cari fratelli e sorelle,
continuiamo a meditare su alcune parabole del Vangelo che sono un’occasione per cambiare prospettiva e aprirci alla speranza. La mancanza di speranza, a volte, è dovuta al fatto che ci fissiamo su un certo modo rigido e chiuso di vedere le cose, e le parabole ci aiutano a guardarle da un altro punto di vista.
Oggi vorrei parlarvi di una persona esperta, preparata, un dottore della Legge, che ha bisogno però di cambiare prospettiva, perché è concentrato su sé stesso e non si accorge degli altri (cfr Lc 10,25-37). Egli infatti interroga Gesù sul modo in cui si “eredita” la vita eterna, usando un’espressione che la intende come un diritto inequivocabile. Ma dietro questa domanda si nasconde forse proprio un bisogno di attenzione: l’unica parola su cui chiede spiegazioni a Gesù è il termine “prossimo”, che letteralmente vuol dire colui che è vicino.
Per questo Gesù racconta una parabola che è un cammino per trasformare quella domanda, per passare dal chi mi vuole bene? al chi ha voluto bene? La prima è una domanda immatura, la seconda è la domanda dell’adulto che ha compreso il senso della sua vita. La prima domanda è quella che pronunciamo quando ci mettiamo nell’angolo e aspettiamo, la seconda è quella che ci spinge a metterci in cammino.
La parabola che Gesù racconta ha, infatti, come scenario proprio una strada, ed è una strada difficile e impervia, come la vita. È la strada percorsa da un uomo che scende da Gerusalemme, la città sul monte, a Gerico, la città sotto il livello del mare. È un’immagine che già prelude a ciò che potrebbe succedere: accade infatti che quell’uomo viene assalito, bastonato, derubato e lasciato mezzo morto. È l’esperienza che capita quando le situazioni, le persone, a volte persino quelli di cui ci siamo fidati, ci tolgono tutto e ci lasciano in mezzo alla strada.
La vita però è fatta di incontri, e in questi incontri veniamo fuori per quello che siamo. Ci troviamo davanti all’altro, davanti alla sua fragilità e alla sua debolezza e possiamo decidere cosa fare: prendercene cura o fare finta di niente. Un sacerdote e un levita scendono per quella medesima strada. Sono persone che prestano servizio nel Tempio di Gerusalemme, che abitano nello spazio sacro. Eppure, la pratica del culto non porta automaticamente ad essere compassionevoli. Infatti, prima che una questione religiosa, la compassione è una questione di umanità! Prima di essere credenti, siamo chiamati a essere umani.
Possiamo immaginare che, dopo essere rimasti a lungo a Gerusalemme, quel sacerdote e quel levita abbiano fretta di tornare a casa. È proprio la fretta, così presente nella nostra vita, che molte volte ci impedisce di provare compassione. Chi pensa che il proprio viaggio debba avere la priorità, non è disposto a fermarsi per un altro.
Ma ecco che arriva qualcuno che effettivamente è capace di fermarsi: è un samaritano, uno quindi che appartiene a un popolo disprezzato (cfr 2Re 17). Nel suo caso, il testo non precisa la direzione, ma dice solo che era in viaggio. La religiosità qui non c’entra. Questo samaritano si ferma semplicemente perché è un uomo davanti a un altro uomo che ha bisogno di aiuto.
La compassione si esprime attraverso gesti concreti. L’evangelista Luca indugia sulle azioni del samaritano, che noi chiamiamo “buono”, ma che nel testo è semplicemente una persona: il samaritano si fa vicino, perché se vuoi aiutare qualcuno non puoi pensare di tenerti a distanza, ti devi coinvolgere, sporcare, forse contaminare; gli fascia le ferite dopo averle pulite con olio e vino; lo carica sulla sua cavalcatura, cioè se ne fa carico, perché si aiuta veramente se si è disposti a sentire il peso del dolore dell’altro; lo porta in un albergo dove spende dei soldi, “due denari”, più o meno due giornate di lavoro; e si impegna a tornare ed eventualmente a pagare ancora, perché l’altro non è un pacco da consegnare, ma qualcuno di cui prendersi cura.
Cari fratelli e sorelle, quando anche noi saremo capaci di interrompere il nostro viaggio e di avere compassione? Quando avremo capito che quell’uomo ferito lungo la strada rappresenta ognuno di noi. E allora la memoria di tutte le volte in cui Gesù si è fermato per prendersi cura di noi ci renderà più capaci di compassione.
Preghiamo, dunque, affinché possiamo crescere in umanità, così che le nostre relazioni siano più vere e più ricche di compassione. Chiediamo al Cuore di Cristo la grazia di avere sempre di più i suoi stessi sentimenti.
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