MIO SIGNORE E MIO DIO! La forza del dolore salvifico perché da Cristo redento

Pietro Lorenzetti, Crocifissione, 1340s, 35.9 x 25.7 cm Metropolitan Museum, New York.

In questi giorni, e in queste ore, di grande sofferenza del Santo Padre Francesco, della Chiesa e degli uomini alla ricerca della Verità e del vero Amore, mi viene spontaneo ripensare a quel libro che scrissi con l’amico Marcello Giuliano, ormai qualche anno fa, dedicato al tema della sofferenza così come Gesù l’ha vissuta e la Chiesa nei secoli ha testimoniato, nella gente

semplice del suo popolo e nei Santi.

Scriveva nella presentazione Fr. Roberto Brandinelli OFM Conv., allora Vicario Provinciale:

«Mio Signore e mio Dio!» (Gv 20,28). Quanto densa è questa espressione dell’apostolo Tommaso, quanto profonda e capace di penetrare il mistero dell’Amore di Dio e l’esperienza che di questo amore può fare l’umana natura. Le pagine di questo libro ci parlano della passione di Gesù attingendo dall’esperienza dei santi e dalla storia dell’arte che del sacrificio del Cristo hanno saputo evidenziare aspetti diversi dello stesso evento che è all’origine della nostra redenzione. L’idea di scrivere questo libro su un argomento così importante per la vita di fede di ogni cristiano nasce dal desiderio di pubblicare il testo della meditazione che p. Gianmarco Arrigoni tenne il 14 settembre 2018, festa dell’ Esaltazione della Croce, a Radio Mater.

[Il testo allarga poi lo sguardo] al delicato tema della sofferenza, che, pur essendo sempre di grande attualità, in questo 2019 celebra la ricorrenza dei 35 anni dalla pubblicazione della Lettera Apostolica Salvifici Doloris, firmata l’11 febbraio da Papa Woytiła, oggi, San Giovanni Paolo II. Tutto il testo – che riporta a conclusione proprio la Salvifici Doloris – è come uno spartito musicale, che alterna parole ed immagini dove le une attingono alla spiritualità del Crocifisso maturata nell’ambito della teologia francescana, benedettina e domenicana, mentre le altre offrono una abbondanza di immagini, che spaziano dalla più antica raffigurazione del Volto di Cristo, risalente al VI sec. ...

Mi sembra bello rileggere insieme e riproporre alcune di quelle pagine allora pubblicate e riscoprire le parole e l’esempio che nei secoli la Chiesa annuncia.

Bartolomé Esteban Murillo, San Francesco abbraccia il Crocifisso, o/ t, 283×188 cm,  1668/1669, Museo de Bellas Artes, Siviglia.
 

questa festa. Essa giunge in occidente dalla chiesa d’ Oriente a partire dal VII sec. Inizialmente, commemorava il recupero della preziosa reliquia della Croce di Gesù da parte dell’Imperatore Eraclio nel 628 dopo il primo leggendario ritrovamento ad opera dell’Imperatrice Elena, madre dell’Imperatore Costantino, nel 327.

La festa dell’Esaltazione della S. Croce si celebrava in memoria delle parole profetiche del Divin Maestro: «Quando sarò innalzato da terra, trarrò tutto a me» (Gv 12, 32) e «quando avrete innalzato il Figlio dell’Uomo, allora conoscerete chi sono io» (Gv 8, 28).

Questa solennità fu poi celebrata ogni anno, premettendo alla festa quattro giorni di preparazione, e numerose turbe accorrevano a Gerusalemme in tale circostanza. Un anno vi si recò anche Maria Egiziaca, che ebbe la grazia della conversione, principio della sua santità.

«Attesa l’importanza religiosa della santa città -scrive il card. Schuster- questa festa si diffuse presto nel mondo cristiano, soprattutto orientale, tanto più che delle particelle della vera Croce fin dal quarto secolo venivano trasportate da Gerusalemme in molte altre chiese di Oriente e d’Occidente; e ci si teneva a riprodurre nelle principali città le cerimonie solenni del culto gerosolimitano verso la S. Croce, il vessillo trionfale della salute cristiana».

Papa Francesco bacia il crocifisso

Questa celebrazione è simbolo e compendio della religione cristiana. La Croce, chiamato anche “Albero della Vita”, è il segno con cui nel Battesimo veniamo configurati a Cristo nella morte e nella gloria ed è il segno che apparirà nel cielo per indicare la seconda venuta del Signore.

La glorificazione di Cristo passa attraverso il tormento della Croce. L’infamante supplizio, riservato agli schiavi, diviene gloria eterna. Cristo si sottomette volontariamente all’umiliante condizione di schiavo. Il cristiano, accogliendo il messaggio evangelico presentato dagli Apostoli, accoglie Cristo crocifisso portando quotidianamente la propria Croce; sopportando ingiurie e sofferenze come Gesù. Il fedele di Cristo viene crocifisso con Lui e partecipa così alla gloria del Risorto.

Per tutti noi cristiani grande è la lezione della Santa Croce. La Passione del Signore è un evento troppo alto e incandescente perché si possa trattare con le nostre povere parole. Ci vorrebbero qui a parlare i grandi innamorati di Cristo, i grandi contemplativi, i mistici e poeti come Jacopone da Todi, per balbettare qualcosa così che la fede si converta in amore, e l’amore in invocazione.

Io mi limiterò a commentare con voi, carissimi fratelli e sorelle, l’Esaltazione della Croce per quello che mi riesce. Alcuni momenti della passione di Gesù il cui protagonista è la sua Parola.

Gesù è già inchiodato sulla Croce. Non c’è che da attendere il momento della morte.

Può dire ancora qualcosa un uomo che oramai è solo? Solo come colui, che si trovi a guardare in faccia alla morte.

L’evangelista Giovanni riporta questa espressione di Gesù: Ho sete! … Disse questa parola 28per adempiere la Scrittura … 30E dopo aver ricevuto l’aceto, … chinato il capo, spirò.

Quale coraggio ha avuto questo Evangelista, che riporta questa Parola! Perché mettere sulle labbra di Gesù un lamento così, come di creatura fragile, colpita da sofferenza cieca, senza più difesa e dignità? Quasi a dire:

Vedete, è lo stesso Gesù che, presso il pozzo di Sicar, aveva promesso alla donna samaritana un’acqua viva, zampillante per la vita eterna. Lo stesso Gesù che a Gerusalemme, nell’ultimo giorno della festa della Capanne, aveva esclamato ad alta voce: Chi ha sete venga a me (Gv 7, 37).

Bene, quel Gesù, che, venuto per placare la sete degli altri, è lui ora a patire, adesso ha sete!

Dobbiamo essere grati all’Evangelista Giovanni di non aver cancellato questa Parola che vale più di un trattato di teologia sull’umanità di Gesù.

Il Verbo di Dio, incarnandosi, ha conosciuto anche la nostra sete. Quella che fa ardere le labbra e quella che fa soffrire il cuore. È la sete.

La seconda sete, che è la sete dell’insoddisfazione, dei progetti mancati, dei sogni non realizzati, di tante speranze deluse, è la sete di questa nostra povera vita, che di fronte alla morte avverte un senso doloroso di incompiutezza perché i desideri e le attese erano sconfinati.

Ho sete! ripete Gesù, ma sua non è la sete ripetuta dal Salmo sul servo sofferente. È arido come un coccio il mio palato, la mia lingua si è incollata alla gola (Sal 22, 16). Non è più la sete che sarebbe stata placata, come nel Sal 68: quando avevo sete, mi hanno dato aceto.

Beato Angelico, Crocifissione, Messale Gerli 54, 1426 – 1428 ca., Biblioteca Braidense, Milano.

Oggi Gesù ha sete del nostro amore. Contemplare la Croce, vuol dire contemplare l’amore vero. Gesù è tormentato dal desiderio di noi. Come scrisse la mistica inglese Beata Giuliana Di Norvich, lo stesso desiderio e la stessa sete che Gesù aveva sulla Croce li ha ancora e li avrà ancora fino a quando l’ultima anima, che dev’essere salvata, non sarà entrata nella sua beatitudine. La brama e la sete spirituale di Cristo dura e durerà sino alla fine del mondo.

Dall’alto della Croce, ricorda anche Giovanni unico tra gli evangelisti, Gesù si rivolge innanzitutto a Maria e le dice Donna, ecco il tuo figlio (Gv 19, 26). Gesù ora non chiede per sé compassione, non domanda consolazione. A sua volta non offre né consolazione, né compassione, non parla di sé stesso, non chiede di essere confortato, ma come ogni figlio nel dolore, è come se dicesse a Maria: – Deponi un po’ il tuo dolore, riapri la tua capacità di andare incontro, di stare accanto. Di innestarti non più sulla mia, ma su un’altra vita. Ecco un altro figlio.

Cristo porta Sua Madre e ciascuno di noi a vivere non un dolore chiuso, ma a dimenticarsi, a uscire dalla sconfitta del dolore totale. Rendi, cioè, questo dolore periferico alla tua vita e cerca un altro centro, un altro figlio.

Noi contempliamo la Vergine addolorata che stava presso la Croce e dice, infatti, rivolgendosi a Giovanni: Ecco tua madre! Il testamento di Gesù è universale, non solo domestico. Una Madre è data a tutti i discepoli di tutti i tempi, dono fra i doni. Prendere Maria come Madre è un principio stabilito da Gesù stesso, non inventato dai Cristiani devoti. Dalla Croce, Gesù dice ad ogni discepolo: Guarda, è tua madre! Non semplicemente, Ecco tua madre!, ma, Guarda tua madre, rivolgile gli occhi, tieni fisso lo sguardo, contempla quell’immagine per diventare come Lei!

Cari fratelli e sorelle in questa festa dell’esaltazione della Croce di Gesù, siamo tutti chiamati a guardare in alto il Crocifisso e, guardando il Crocifisso, non ci dobbiamo soffermare semplicemente a vedere in lui il male che ha ricevuto: le percosse, i chiodi, le ferite; ma dobbiamo saper vedere in Lui quella croce che, in Lui, è amore. Amore che ha donato la vita per noi. E perché? Perché l’uomo diventa ciò che contempla, diventa ciò che ama, come auspicava l’Apostolo Paolo, quando si guarda Gesù, noi tutti, a viso scoperto, riflettendo come in uno specchio la gloria del Signore, veniamo trasformati in quella medesima immagine (Cf 2Cor 3, 18).

Siamo così all’ultima Parola riportata nel Vangelo di Giovanni quando, Gesù, dopo aver ricevuto l’aceto, disse: Tutto è compiuto! (Gv 19, 30). Il grido di Gesù non significa solo che tutto è finito e che ora Lui morirà. È un grido di trionfo, poiché significa: è completato. Ciò che Lui dice letteralmente è, “è reso perfetto”. All’inizio dell’ultima cena Giovanni ci ricorda che avendo amato i suoi, che erano nel mondo, li amò sino alla fine. Sulla Croce vediamo appunto la perfezione dell’Amore.

Gesù ha detto la sua ultima Parola sulla Croce. Vi è silenzio, ora. Dobbiamo attendere la Risurrezione per rompere il silenzio della tomba. Ora riposa.

Ebbene! Dio ci ha creati in modo tale che potessimo condividere quel riposo e Lui potesse riposare in noi. Quel riposo non è l’assenza di attività, è un ritorno a casa. Lo aveva detto Gesù stesso: Se uno mi ama osserverà la mia Parola” e il Padre mio lo amerà e noi verremo a Lui e prenderemo dimora presso di Lui (Gv 14,23).

S. Ambrogio, nel suo commento sui sei giorni della creazione1, ritiene il riposo di Gesù sulla Croce come completamento del riposo di Dio nella creazione. Ce lo ricordava San Giovanni Paolo II nell’Esortazione Apostolica Operosam diem, indirizzata al Card. Carlo Maria Martini nel XVI centenario della nascita al Cielo di Sant’Ambrogio da Milano:

Cristo Redentore è anzi già velatamente significato nell’opera stessa della creazione, in quel riposo che Dio si concede dopo aver creato l’uomo. «A questo punto Dio si è riposato, avendo un essere cui rimettere i peccati. O forse già allora si preannunciò il mistero della futura passione del Signore, col quale si rivelò che Cristo avrebbe riposato nell’uomo, egli che predestinava a se stesso un corpo umano per la redenzione dell’uomo»2. Il riposo di Dio prefigurava quello di Cristo in croce, nella morte redentrice; e la passione del Signore veniva così a collocarsi dall’inizio, in un progetto di universale misericordia, come il senso e il fine della creazione stessa.

Il completamento del riposo di Dio nel settimo giorno della creazione. Che bellezza! Dio, infatti, per un disegno misterioso e mirabile, le cui ragioni appartengono al suo insondabile segreto, quando decide di creare, vuole esprimere di sé, come prerogativa ultima e compiuta, la sua misericordia. Crea l’uomo per essere misericordioso. Senza dubbio, non crea l’uomo peccatore, o perché pecchi, ma certamente la passione del Signore, il riposo di Cristo nella morte redentiva, rappresenta il senso della creazione prefigurato dal riposo di Dio al termine dei sei giorni.

Scrive, infatti, il Santo:

… ringrazio il Signore Dio nostro che ha creato un’opera così meravigliosa nella quale trovare il suo riposo. Creò il cielo e non leggo che si sia riposato, creò la terra e non leggo che si sia riposato, creò il sole, la luna, le stelle e non leggo nemmeno allora che si sia riposato, ma leggo che ha creato l’uomo e che a questo punto si sia riposato, avendo un essere a cui rimettere i peccati o, forse, già allora si preannunciò il mistero della futura passione del Signore col quale il Cristo rivelò che avrebbe riposato nell’uomo. Ha anticipato per sé stesso quel sonno della morte corporale, che un giorno avrebbe preso per redimere l’umanità. Ascoltate ciò che egli stesso affermò. Io dormii e riposai e mi levai perché il Signore mi ha accolto.

Infatti, lo stesso Creatore si riposò.

San Giovanni Paolo II, Crocifisso di San Marcello al Corso, 1370-1379 circa, Roma, San Marcello al Corso

Penso che tutti noi in questo giorno, anche le persone malate e sofferenti, che non possono camminare abbiano nella loro camera, nella loro casa, anche negli ospedali, una Croce e avranno guardato questa Croce. Essi hanno adorato la Croce, ma quando Gesù torna nel Sacramento dell’Eucaristia, a prendere riposo dentro di noi, quali altre invocazioni potremmo dire a Lui?

«Corpo di Cristo che sei stato sulla Croce, salvami. / Sangue di Cristo, inebriami. /Acqua del costato di Cristo, lavami. / Passione di Cristo, confortami. / Oh buon Gesù, entro le tue piaghe, nascondimi».

Icona doppia, Crocifissone e Resurrezione, (recto), 1280-1290,
Monastero di S. Caterina d’Alessandria del Monte Sinai 120.5 x 68 cm.

Il 23 aprile del 1905 la Beata Elisabetta della Trinità in una lettera alla sorella Margherita scriveva:

«Durante questa grande settimana (parliamo della Settimana Santa) ho portato dappertutto la tua anima insieme con la mia, soprattutto la notte del giovedì Santo e poiché non potevi andare tu da Lui, gli ho detto di venire Lui da te. Nel silenzio della preghiera ripetevo piano piano alla mia Margherita queste parole: che il Padre Lacordaire rivolgeva a Maddalena allorché essa cercava il Maestro nel mattino della Risurrezione. Non lo domandate più a nessuno sulla terra, a nessuno nel cielo, perché Lui è la vostra anima e la vostra anima è Lui»3.

Come suor Elisabetta nel monastero delle Carmelitane scalze di Digione, così anche noi in questa giornata rivivendo il momento della morte di Gesù sulla Croce e la sua Passione, lo abbiamo adorato. Siamo venuti a Lui, lo abbiamo contemplato e abbiamo sentito nel nostro cuore, come rivolta a ciascuno di noi, una voce: non preoccuparti: sono Risorto e sono sempre con te!

Ricordiamo che Gesù si è ritrovato a misurarsi con le leggi che governavano in modo ineluttabile il destino di ogni persona. Sono i quattro grandi limiti contro i quali viene ad urtare l’esistenza di ogni uomo: la sofferenza, l’assurdità, la solitudine, la morte.

Proprio in questo giorno, a un mese dal disastro che colpì la città di Genova4, abbiamo forse tutti pensato e ci siamo soffermati: perché queste quarantatré morti improvvise? Perché questo disastro, questa assurdità?

Facendosi uomo, il Figlio di Dio ha infatti assunto i lati tenebrosi dell’umanità. Se è vero che ogni morte è preparata e segnata dall’esperienza del dolore, dell’assurdità e della solitudine, ancor più quella di Gesù. Non va dimenticato che Gesù non è morto di malattia, o per qualche incidente, ma al termine di un processo in cui Lui, che era l’innocenza più pura, è stato giudicato colpevole, poi torturato e crocifisso.

Quando c’è una morte e soprattutto una morte violenta siamo soliti domandarci: Di chi è la colpa? È colpa degli uomini o è anche colpa di Dio?

Per quanto riguarda Gesù noi conosciamo gli uomini che hanno preparato, voluto e deciso la sua morte sulla Croce e i Vangeli raccontano il duplice processo religioso e politico, conclusosi con una duplice condanna.

C’è da chiedersi, ora, che parte abbia avuto Dio in questa tragedia. Si tratta di una morte voluta da Dio? Non si può ignorare la Parola di Cristo riportata dai Vangeli di Matteo e Marco Dio mio, Dio mio! Perché mi hai abbandonato? (Mc 15, 34). È la Parola terribile che sale dal fondo della desolazione umana quando Dio tace e non è possibile avvertirne la presenza. Dov’è lo stupore delle folle? La gioia delle Beatitudini? La gratitudine della samaritana e dell’adultera? L’intimità della casa di Betania e dell’ultima cena? Dov’è Dio? In quel momento in cui potrebbe insinuarsi il dubbio dell’assurdità di tutto, anche delle parole dette? Dei miracoli compiuti, dei gesti di misericordia?

In realtà non è Dio che uccide suo figlio? Caifa e Pilato non fanno la volontà di Dio uccidendo Gesù. Quando si parla del sacrificio della Croce, cari fratelli e sorelle, non bisogna mai dimenticare che il Dio della Bibbia si è sempre presentato come categoricamente contrario ai sacrifici umani che invece venivano praticati nei culti dei popoli vicini.

Icona doppia, Crocifissone e Resurrezione, particolare

La sera del venerdì Santo, certamente, Dio si compiace, non però della morte di Gesù, ma del modo con cui Gesù accetta di morire. Senza fuggire e senza rivoltarsi. Dio sta dalla parte di Gesù, che agonizza. Rivelandosi non come un dio impassibile, indifferente e persino crudele, ma come Dio Crocifisso, debole e silenzioso. Dio si dona totalmente nel cuore della miseria umana.

A questo punto si è tentati di dire che la morte di Gesù è stata voluta da Gesù stesso e dalla Verità: non che amasse la sofferenza e il martirio, ma ha saputo accettare la morte quando questa è venuta a suggellare una vita tutta consumata nella passione di donare.

Voleva creare un mondo nuovo. Per questo frequentava i pubblicani, rovesciava le barriere sociali e religiose. Proclamava “Beati i poveri”. Non ammetteva ipocrisie e compromessi. Si permetteva persino di relativizzare la legge assegnando un valore prioritario alla persona e al cuore dell’uomo.

Perché Gesù è stato ucciso? Era troppo vivo, troppo libero per non risultare estremamente pericoloso. Ma, proprio perché era straordinariamente libero e vivo, ha fatto in modo che la morte non fosse una fatalità, ma un gesto supremo di amore. Gesù accetta la Croce come il compimento di quel cammino che doveva portarlo ad amare solo come Dio sa amare. Anche sulla Croce continua ad amare donando e perdonando.

Icona doppia della Crocifissone e Resurrezione, particolare

«Ecco la tua madre!» dice a Giovanni. Gesù dona tutto, anche ciò che ha di più caro. Ora non ha più nulla. Non gli rimane più nulla. Eppure sente di avere tutto.

Abbiamo già ricordato pocanzi il grido dello sconforto estremo Dio mio, Dio mio. Perché mi hai abbandonato? C’è tanto dolore, ma in quel Dio mio c’è anche un’incrollabile fiducia e al Padre si consegna nel momento supremo. E dopo aver ricevuto l’aceto, Gesù disse: Tutto è compiuto! E, chinato il capo, spirò. Queste parole hanno un senso immediato e direi ovvio, ma esse hanno anche un senso profondo. Reclinando il capo, Gesù ha detto il suo ultimo “Sì” all’amore. Spirando, è diventato il datore dello Spirito Santo. Con la sua morte, lo Spirito Santo entra nelle vene indurite di questa umanità. Contemplare la Croce dovrebbe essere, soprattutto in questo giorno, e nella vita di ogni giorno, nella vita di ogni cristiano, un’immersione dolorosa e dolcissima. Dentro il mistero del pensare Dio, del sentire Dio, dell’operare di Dio, dell’amare di Dio, quale c’è stato rivelato da Gesù. Immersione dolorosa, se si pensa alla nostra povertà morale. Immersione dolcissima, se si pensa all’amore di Dio per tutti.

Isacco il Siro, monaco e scrittore del VII secolo, scrive che il Calvario è il luogo dove Dio dice all’uomo non ti amo perché sei buono, ma ti amo tanto che alla fine anche tu diventerai buono.

Da chi altro potrei andare per avere la gioia di essere salvato? Io guardo sotto di me. Tu sei in ginocchio davanti a me, cinto con il grembiule e con il catino. Se non ti lavo i piedi non avrai parte con me. Se guardo davanti a me, tu mi vieni incontro con il pane e il calice e se volessi defilarmi sento che dici se non mangi la carne del figlio dell’uomo e non bevi il suo sangue, non avrai la vita in te. Se guardo in alto mi colpisce il tuo sguardo sulla Croce e se volessi dire: No,

Girolamo del Pacchia, Stimmate di S. Caterina da Siena, sec. XV-XVI 28.6 × 41.3 cm, J. Paul Getty Museum, Los Angeles.

Signore … , allora mi toccherà sentire: Via da me, Satana avversario. Tu mi vuoi fuorviare! Tu esigi che approviamo il tuo dolore, che diciamo di “sì” a questo orrore che ti procuriamo, che ti abbiamo procurato e che ancora ti procureremo. Perché tu vuoi inevitabilmente accoglierci nella tua passione. Tu ci stai talmente addosso che a noi non resta altra via d’uscita, ma tu non vi sei costretto perché tu sei, appunto, l’Amore.

Dal giorno in cui «il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14) Egli è qui, è qui come il primo giorno. È qui tra noi come il giorno della sua morte.

Guardando la Croce, guardiamo quest’atto d’amore e ci vengono in mente le parole di Gesù: non c’è amore più grande di colui che dà la vita per i suoi amici. Sì, Gesù è qui ancora oggi, e, ogni volta che contempliamo la Croce, dobbiamo dire: Grazie Gesù perché sei qui in eterno e qui tra noi proprio come il primo giorno. In eterno tutti i giorni. È qui tra noi in tutti i giorni della sua eternità. Il suo corpo, il suo medesimo corpo pende dalla medesima Croce. I suoi occhi, i suoi medesimi occhi tremano per le medesime lacrime. Il suo sangue, il suo medesimo sangue sgorga dalle medesime piaghe. Il suo cuore, il suo medesimo cuore sanguina del medesimo amore5. Così diceva Péguy ne Il mistero della carità di Giovanna d’Arco. Con queste espressioni intrise di speranza, Charles Péguy rispondeva a quei cristiani, che, turbati dalle tragedie che sconvolgono il mondo, rimproveravano a Gesù la sua prolungata assenza, dicendogli, come Marta e Maria alla morte del fratello Lazzaro: Se tu fossi stato qui!


Signore, se tu fossi stato qui mio fratello non sarebbe morto! (Gv 11, 21.32). C’è stato però un tempo in cui questa divina presenza tra noi è venuta meno. Furono le ore che trascorsero dal pomeriggio del venerdì della sua Passione a tutto il giorno e la notte del sabato che chiamiamo Santo. Per quella dolorosa sua assenza, noi, unendoci al compianto della liturgia, torniamo a ripetere durante queste ore: si è allontanato il nostro Pastore, la fonte di acqua viva alla cui morte si è oscurato il sole6. Come lo è sempre per noi, anche per Lui la solitudine fu il prezzo immancabile di quell’ora suprema, che già ricorderete, nell’Orto degli Ulivi lo aveva portato ad esclamare: la mia anima è triste fino alla morte, restate qui e vegliate con me (Mc 14, 34) e poi, sulla croce, ancora Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? (Mt 27, 46). Perché il morire conduce la persona alla soglia della più profonda separazione dall’origine della vita e quindi alla lacerazione più grande.

Si muore soli e la solitudine è e resta il prezzo dell’ora suprema. Per questo, Gesù grida dalla croce: Padre, nelle tue mani consegno il mio Spirito (Lc 23, 46).

Muore anche Lui nel grido che evoca quello della lacerazione iniziale, annuncio di nascita non meno dell’altro. Nella vicenda del Figlio dell’uomo, però, l’abbandono si unì alla comunione con colui che l’aveva abbandonato per cui l’abbandonato si abbandona a sua volta, accettando in obbedienza all’amore del Padre. Così si espresse il 6 gennaio del 2001 il ricordato S. Giovanni Paolo II. E’ l’ora nona di quel venerdì di parasceve che avrebbe dovuto trattenere Padre David Maria Turoldo dal contestare il silenzio di Dio:

Quando tu non c’eri lassù, quando non un eco risponde al suo alto grido. In questo giorno tutti noi volgiamo in silenzio come quel silenzio che ha coperto tutta la terra. Ogni volta che guardiamo la Croce rimaniamo in silenzio.

È la preghiera più bella, più grande. Gesù sente tutto, vede tutto. Grande silenzio. Oh sì, quel giorno e quella notte. Fu la notte più notte di tutte le notti; più profonda di tutta la terra, sgorgata dal Santo Sepolcro.

Bartolomé Esteban Murillo, San Francesco abbraccia il Crocifisso, o/ t, 283×188 cm,  1668/1669, Museo de Bellas Artes, Siviglia.

Ecco, cari fratelli e sorelle il filosofo Friedrich Nietzsche diceva: Dio è morto! E oggi il nichilismo, un processo che promuove e accelera la distruzione degli ideali tradizionali per rendere possibile l’affermazione di nuovi valori, sembra quasi inevitabile. Compenetra di sé sempre più anche ceti sociali che da loro stessi non si pongono domande filosofiche. Lo dimostra anche la diffusione della droga, ma soprattutto una cultura nella quale viviamo, definita da tutti i Vescovi, una cultura del nulla, nichilista, del piacere. Sempre più estesa e con tratti sempre più manifesti di un’anti-religione.

Ecco, di fronte a tutto questo, mentre noi contempliamo la Croce cuore a cuore e gridiamo … dove se ne è andato Dio? Quante volte ahimè, il Signore è morto anche nelle nostre anime e noi abbiamo rotolato sul sepolcro del nostro cuore la pietra dell’indifferenza e così, spesso accecati, siamo piombati nell’oscurità. Condannati ad una vita infelice e senza speranza. È proprio lì, in quella fessura del nostro carcere, che Dio è pronto, nella sua misericordia, a far balenare adesso la sua luce.

Lasciamo, allora, che il Risorto, come in quell’alba semi notturna della Risurrezione, penetri a fondo le nostre anime e le ricrei nella luce, perché la Luce che brilla nelle tenebre consumi le tenebre del nostro Spirito.

Icona doppia, Crocifissone e Resurrezione, (recto), 1280-1290, Monastero di S. Caterina d’Alessandria del Monte Sinai 120.5 x 68 cm.

Fratello e sorella che mi ascolti, chiunque tu sia, non disperare mai del perdono di Dio per quanto siano gravi i tuoi peccati, poiché il Signore,

come scriveva ai suoi fedeli l’Apostolo Pietro nella sua seconda lettera usa pazienza verso di voi, non volendo che alcuno perisca, ma che tutti abbiano modo di pentirsi (2Pt 3, 9).

Cristo è morto anche per te e ti accorgerai, quando verrai ad adorare il legno della Croce, che Gesù non solo ti aspetta, ma tiene il capo inchinato per baciarti.

Ha le braccia distese per abbracciarti; le mani aperte per remunerarti; il corpo disteso per presentarlo tutto a te. I piedi inchiodati per restare al suo posto. Il petto squarciato per introdurvi te. La voce del cuore! Cosa dice ora questa voce del cuore? Dobbiamo anche noi domandarci quale eco arriva a Dio dal nostro cuore? Quale risposta diamo alle parole con cui l’Apostolo ci ricorda l’amore che Gesù aveva avuto per Lui, come lo ha per ognuno di noi e per ogni cristiano? Mi ha amato e ha dato sé stesso per me. Eravamo ancora bambini quando ci è stato insegnato che amore con amor si paga.

Ecco! Ai piedi dell’ Albero della Vita, che oggi come ogni giorno contempliamo senza vergogna, non ci scandalizziamo perché da quei rami dipende il prezzo della nostra libertà7. L’anima nostra potrà cantare tutto il suo amore a Gesù che vuole farla sua sposa per l’eternità.

Oh Gesù, che hai giustificato il pubblicano, che hai avuto pietà della cananea, e hai aperto le porte del Paradiso al ladrone, dischiudi le viscere del tuo amore. Accoglimi come la peccatrice, che nell’atto di afferrare i tuoi piedi immacolati, riceve il perdono dei suoi peccati. È, infatti, al mio Crocifisso che io mi rivolgo. La sua Croce è la mia

Icona doppia, Crocifissone e Resurrezione, (recto) 1280-1290, particolare.  

gloria, la mia fronte reca il suo segno. Lo Spirito ne gioisce, la vita ne riceve orientamento e grazie ad essa anche la morte è oggetto di amore.

Ricordo, in questa Solennità dell’esaltazione della Croce, alcune parole che non sono mie, ma di Monsignor Tonino Bello. Tutti ricordiamo questo Vescovo perché è aperta la causa di beatificazione. Visse in maniera egregia e stupenda la sua missione di Vescovo e di Pastore. Dice:

Dietro la Croce c’è un posto vuoto. Per noi sperimentare significa lasciarci inchiodare sul retro della Croce. C’è Gesù dall’altra parte. Anche se non potremo schiodare le mani, anche se avremo l’impressione dell’impotenza, non c’è da aver paura perché basta dargli una voce, una parola. Tanto, Lui sente, sta inchiodato dall’altra parte. Il Paradiso è questo.

S. Agostino commenta quella parte del Vangelo in cui Gesù dice al ladro pentito:

L’unico del Vangelo che ora può chiamare Gesù per nome: Gesù, ricordati di me. Mentre tutti gli altri lo chiamano “Maestro, Signore, Figlio di Davide”.

L’unico che lo chiama per nome è il ladro. Gesù, ricordati di me. Ebbene, alla supplica del ladro Gesù risponde:

Oggi sarai con me in Paradiso!

Ora, siccome i dotti e i curiosi si sono chiesti come faccia Gesù a dire Oggi sarai con me in Paradiso se è risuscitato e salito al cielo tre giorni dopo? S. Agostino ha risposto:

Il Paradiso sai cos’è? Stare con Lui significa stare in Paradiso. Non importa che questo Eden celeste sia formato da un legno. L’importante è stare con Lui.

Ecco il significato della Croce, della sofferenza, del martirio e della testimonianza.


[1] LITURGIA DEL SABATO SANTO, Ufficio delle Letture, Rito Romano.

[2] Nel monastero di Santa Caterina d’Alessandra, sul Sinai, in quel gran tesoro di duemila icone, ve n’è una del 1280-1290, che, sul davanti (recto), la Crocifissione di Cristo e, sul retro (verso), reca la Resurrezione, precisamente la Discesa agli Inferi. Nel dolore non s’immagina la Resurrezione, ma nella gloria la Croce è segno di salvezza.


  1. Cf  AMBROGIO, Exaemeron, Sei giorni della creazione, Città Nuova, Roma 1979. ↩︎
  2. AMBROGIO, Exaemeron, Sei Giorni della Creazione, VI, 10, 76: SAERMO 1. ↩︎
  3. Beata Elisabetta della Trinità, Scritti, Postulazione Generale dei Padri Carmelitani Scalzi, Roma 1988, Lettera 193, 342-343. ↩︎
  4. Alle ore 11.36 del 14 Agosto 2018 a Genova crollavano oltre 200 metri di carreggiata del viadotto sull’A 10, che collega le riviere di Ponente e Levante. ↩︎
  5. Charles Péguy, Il mistero della Carità di Santa Giovanna d’Arco, Jaca Book 1993, 48. ↩︎
  6. LITURGIA DEL SABATO SANTO, Ufficio delle Letture, Rito Romano. ↩︎
  7. Nel monastero di Santa Caterina d’Alessandra, sul Sinai, in quel gran tesoro di duemila icone, ve n’è una del 1280-1290, che, sul davanti (recto), la Crocifissione di Cristo e, sul retro (verso), reca la Resurrezione, precisamente la Discesa agli Inferi. Nel dolore non s’immagina la Resurrezione, ma nella gloria la Croce è segno di salvezza.  ↩︎

Autore: Padre Gianmarco Arrigoni O.F.M. Conv.

Padre Gianmarco Arrigoni, nato a Mozzo (BG) nel 1957, è religioso e sacerdote dell’O.F.M. Conventuali. Dopo aver seguito gli studi classici nel Seminario San Francesco di Brescia, ed aver conseguito il Baccelierato in Teologia presso l’Istituto Teologico S. Antonio Dottore, a Padova nel 1982, nel 1983 è stato ordinato sacerdote. Ha frequentato, poi, il biennio di Liturgia Pastorale presso l’Istituto Santa Giustina di Padova. Dal 1984 ha rivestito incarichi di governo e formazione dei Seminaristi in Spagna. Dal 1994 è stato Parroco a Valdobbiadene (TV) e a Boccadasse (Ge). Ha collaborato con P. Francesco Ridella, esorcista della Diocesi di Genova dal 2007 al 2009. Successivamente, è stato Parroco e Guardiano al Santuario S. Francesco in Rivotorto di Assisi. Dal Dicembre 2018 è Parroco e Guardiano al Santuario di S. Antonio di Padova in Como dove, mensilmente, presiede l’Adorazione Eucaristica con una presenza assidua degli ammalati. Dal 14 Settembre 2018 alla Primavera del 2023 ha condotto a Radio Mater l’Adorazione Eucaristica dalla Cappellina della Sede radiofonica di Albavilla (Co) dettandone la mensile meditazione. Con Marcello Giuliano ha pubblicato, per Mimep-Docete, Mio Signore Mio Dio (Gv 20, 28). La forza del dolore salvifico. Percorsi nella santità e nell’arte, 2020; Non è qui, è risorto! Una ricerca tra storia e Spirito, Marzo 2023. Sempre con Marcello Giuliano sta preparando un libro di testimonianze su guarigioni fisiche e spirituali, anticipazione della resurrezione degli uomini in Cristo.