A ROMA IL “CRISTO DEPOSTO DEL MAESTRO CARLO PREVITALI 7 Marzo 2025.

Il Cristo deposto ci aiuta a capire che l’avvenimento della morte di Cristo è la vicenda di ogni persona. Nessuno piange il Nazareno appena tolto dalla croce. Colpisce la solitudine e l’isolamento. Il bronzo mostra un corpo adagiato su una tavola, con la testa cadente, in abbandono sulla terra e, lì accanto, la corona di spine.

La figura del Cristo, modellata distesa e a grandezza naturale, appare

emaciata, marcata dalle ferite al costato, alle mani e ai piedi, con la bocca semiaperta, quasi a segnare l’ultimo estremo atto dell’agonia di quando il Re dei Giudei era crocifisso sull’albero, come certificano i tre chiodi.

Lasciamoci sorprendere dall’«energia» di questa statua di Carlo Previtali, che diventa il perenne inno alla risurrezione.

Il cristiano non mette tra parentesi la morte di Cristo, ma la comprende come l’obbedienza ad un dono onnipotente in amore che apre alla vita senza fine.

Nella Lumen fidei, la prima enciclica (29.06.2013) di papa Francesco, troviamo un aiuto per riflettere sul Cristo deposto:

«… è proprio nella contemplazione della morte di Gesù che la fede si rafforza e riceve una luce sfolgorante, quando essa si rivela come fede nel suo amore incrollabile per noi, che è capace di entrare nella morte per salvarci. In questo amore, che non si è sottratto alla morte per manifestare quanto mi ama, è possibile credere; la sua totalità vince ogni sospetto e ci permette di affidarci pienamente a Cristo» (16).

In questo luogo, infatti, i cristiani hanno proclamato da subito la certezza che il morire, grazie a Gesù Cristo morto e risorto, non è andare nel nulla, ma un terminare nell’amore. Da qui la scelta libera di «affidarsi» nella fede a Dio Padre, di mettersi disponibili come Gesù che sa giungere fino alla morte per rigenerare la vita.

Attraverso il dono di questa esperienza alle Catacombe, sento in me il desiderio di riprendere con coraggio il cammino della vita, tra la gente, in compagnia del Cristo che continua a sostenerci con il cibo della Parola e con il Pane eucaristico.

Canta e cammina. Germoglia così una speranza nuova per l’umanità.

Anche nella morte, Cristo parla ancora. O, per essere più precisi, poiché è morto, non smetterà di parlare. Ecco un cadavere che è stato piuttosto loquace per quasi venti secoli. Ma ciò che dice sembra sempre meno udibile. Si dedica al mistero. Pronti ad accettare il suo amore,

Cristo è il simbolo stesso di tutta l’umanità, di questo nostro diventare uomini in Lui e attraverso di Lui.

Questa statua dice che la dialettica è apertura verso la realtà che mi trascende: non c’è un finito; e anche tutto ciò che è finito nella pietra e nella vita non finisce mai; appare un senso di oltrepassamento: finalmente si sa che qui non finisce tutto.

A lasciarvi prendere dal movimento dell’opera d’arte: la stupenda valorizzazione dell’uomo, la splendida valorizzazione. Insieme si coglie un’umile, devota dedicazione al mistero: affidandoci, noi, morendo, diventiamo capaci di vivere. Questo mistero può darci una vita che però non è qui: è al di là. Tutto è al di là. Noi accogliamo questa vita nella fede, nell’obbedienza difficile, come un dono che ci verrà fatto.

Questa statua è un inno alla resurrezione. Però, questo inno attraversa il movimento del vivere come un morire obbediente, pronto ad accettare doni ulteriori: questo è il modo in cui il cristianesimo guarda la vita di tutti. Non è scavalcando, o mettendo tra parentesi la morte di Cristo, che il cristiano vede la risurrezione, ma è approfondendo il solco di questa morte come obbedienza al Padre, il quale dona un’esperienza di vita sempre nuova.
In questo approfondimento della morte, come obbedienza ad un dono, il cristiano intuisce cosa vuol dire risorgere, un risorgere dopo, un risorgere al di là. Questo risorgere è nella libertà che s’affida ad un amore onnipotente.

In questo approfondimento della morte, come obbedienza ad un dono, il cristiano intuisce cosa vuol dire risorgere, un risorgere dopo, un risorgere al di là. Questo risorgere è nella libertà che s’affida ad un amore onnipotente.

Lasciamoci commuovere, lasciamoci sorprendere nel movimento di questa statua; pensiamo alla stupenda bellezza che rievoca il parto e la morte; pensiamo all’uomo ed alla donna, a tutte le realtà sublimi che qui vengono raccontate, con una purezza che ti sconcerta e che ti fa innamorare dell’umanità, del cuore,

Tutti amori integrati e sublimati nell’amore che è obbedienza a Dio da parte dell’uomo e dono infinito di Dio all’umanità.

È questa medesima circostanza ad illuminare profeticamente i temi del nascere e del morire contemplati nell’opera d’arte: la riflessione raggiunge la qualità di una comunicazione di fede.

L’effetto degli occhi e della bocca aperti è stato descritto dal critico d’arte Michel Onfray dicendo che “lo spettatore vede Cristo che vede: egli può anche pensare cosa la morte abbia in serbo per lui, dal momento che Cristo fissa il paradiso, mentre la sua anima già si vi si trova. Nessuno però si è preso la briga di chiudere bocca e occhi al Cristo-uomo. O meglio Holbein vuole dirci che, anche nella morte, Cristo ci parla.”

Ma guardate il suo volto. Questo cadavere non sembra poi così morto. La bocca aperta, potresti riuscire a sentire, almeno in senso virtuale, l’ultimo respiro; potresti intuire la presenza dello Spirito Santo.

Anche nella morte, Cristo parla ancora. O, per essere più precisi, poiché è morto, non smetterà di parlare. Ecco un cadavere che è stato piuttosto loquace per quasi venti secoli. Ma ciò che dice sembra sempre meno udibile. Preuve au doigt et à l’oeil – prova tangibile, visibile.

Potremmo dunque trovarci in presenza del momento in cui il primo soffio di una nuova vita sta animando il corpo di Cristo?

Un soggetto religioso molto significativo e molto intenso..

Tuttavia, la rappresentazione a grandezza naturale di Cristo rende la scena incredibilmente intima e immediata, costringendoci a confrontarci con la realtà della morte e del sacrificio.

non abbia voluto includerci direttamente, includere proprio noi – umani, estranei, spettatori –  in questo momento cruciale della vita del Cristo. Avendo come solo intermediario, come sola suggestione e indottrinamento pittorico e teologico la nostra stessa capacità di immaginare la morte siamo indotti a immergerci nell’orrore di quella cesura che è il trapasso o a sognare un aldilà invisibile.

Il corpo, disteso, appare in più punti emaciato, con la bocca semiaperta a segnare l’ultimo estremo atto dell’agonia è un esempio calzante del crudo realismo misto a pietà. La figura di Cristo è a grandezza naturale, deposta che sottolinea la sofferenza di Cristo.

Ecco, allora, perché sono così preziose le parole di don Luigi Giussani, contenute nel manifesto di Pasqua proposto quest’anno da Comunione e Liberazione: “la Pasqua è il mistero principale, il mistero grande della vita cristiana! È per Colui che è tra noi che ognuno di noi riprende, ognuno di noi ricomincia, ognuno di noi rinasce, ognuno di noi risorge”.

Spiace per Holbein, ma quella da lui dipinta non è l’ultima parola.

Nell’enciclica Lumen fidei, papa Francesco cita questo dipinto come spunto di riflessione per contemplare la morte di Gesù Cristo e così capire il dono di amore nel mistero della passione.

Di questo dipinto ne parla anche Papa Francesco nell’Enciclica Lumen fidei, riferendosi pure lui alla frase del romanzo di Dostoevskij. Nella durezza e nel modo crudo di raffigurare la morte la fede viene rafforzata in relazione all’amore per l’uomo mostrato da Gesù Cristo.

Al n. 16 afferma che

«La prova massima dell’affidabilità dell’amore di Cristo si trova nella sua morte per l’uomo. Se dare la vita per gli amici è la massima prova di amore (cfr Gv 15,13), Gesù ha offerto la sua per tutti, anche per coloro che erano nemici, per trasformare il cuore. Ecco perché gli evangelisti hanno situato nell’ora della Croce il momento culminante dello sguardo di fede, perché in quell’ora risplende l’altezza e l’ampiezza dell’amore divino. San Giovanni collocherà qui la sua testimonianza solenne quando, insieme alla Madre di Gesù, contemplò Colui che hanno trafitto (cfr Gv 19,37): «Chi ha visto ne dà testimonianza e la sua testimonianza è vera; egli sa che dice il vero, perché anche voi crediate» (Gv 19,35). F. M. Dostoevskij, nella sua opera L’Idiota, fa dire al protagonista, il principe Myskin, alla vista del dipinto di Cristo morto nel sepolcro, opera di Hans Holbein il Giovane: «Quel quadro potrebbe anche far perdere la fede a qualcuno».

Il dipinto rappresenta infatti, in modo molto crudo, gli effetti distruttivi della morte sul corpo di Cristo.

E tuttavia, è proprio nella contemplazione della morte di Gesù che la fede si rafforza e riceve una luce sfolgorante, quando essa si rivela come fede nel suo amore incrollabile per noi, che è capace di entrare nella morte per salvarci. In questo amore, che non si è sottratto alla morte per manifestare quanto mi ama, è possibile credere; la sua totalità vince ogni sospetto e ci permette di affidarci pienamente a Cristo.»»

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Author: Libertà e Persona

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