Il 7 Gennaio 2024, Il Sole 24 Ore, a soli due anni dalla morte suicida dello scrittore e registra Vitaliano Trevisan, proponeva una riflessione sulla sua dolorosa fatica di vivere per la quale aveva cercato instancabilmente una buona ragione per perseverarvi, nonostante tutto e nonostante il suo grande successo artistico e buone amicizie. Eppure, Trevisan non aveva
trovato un motivo sufficiente per vivere ancora e preferì porre fine alla sua sofferenza esistenziale.
La malattia di vivere
Oggi, possiamo parlare di una “malattia”, che malattia non è, a meno che la si intenda malattia dell’anima priva di un senso che la motivi (Vedi la Logoterapia di Viktor Frankl). Possiamo parlare di incapacità di conoscere la propria anima nella sua natura. Conoscere la natura dell’anima equivale a conoscere il senso della propria esistenza.
Parlammo del tema della vita e della morte proprio poco prima del Natale 2024. Che senso poteva avere parlare della morte, del morire, del senso della vita proprio in vicinanza del Natale, della nascita suggestiva e consolante di un bimbo indifeso, che, per chi crede, è anche Figlio di Dio, autore della vita?
Una riflessione antropologica
La riflessione, condotta in termini strettamente antropologici, ci dà l’opportunità di un’esperienza introspettiva unica quanto inattesa e necessaria. Per questo oggi propongo questa conversazione che ha perso nulla del suo significato ed attualità.