Riflessioni sul Sinodo: camminare con chi e in quale direzione?

Sinodo sulla Sinodalità – Ottobre 2023, Prima Sessione
Fonte Vatican News

La parola sinodo racchiude l’idea e il progetto di un percorso comune. Etimologicamente, deriva dal greco sin che significa “insieme” e odon, che vuol dire “cammino”. Evòca, quindi, un tragitto che sposta le persone verso una meta, percorrendo un preciso tracciato. Per il cristiano, la meta dovrebbe essere la salvezza e la strada è quella indicata da Gesù Cristo e, conformemente

a Lui, dalla Chiesa. Una strada, a volte erta e difficoltosa, che si snoda tra dirupi e boschi infidi e che si percorre tra tempeste e schiarite.

Siamo pellegrini in viaggio verso una meta sicura dove cerchiamo riparo, conforto, sostentamento e protezione.

Il Sinodo sulla sinodalità, recentemente concluso nella sua prima sessione, dovrebbe quindi essere un incontro che abbraccia, oltre ai Padri sinodali, tutti quei cristiani che condividono il medesimo tracciato e vogliono far conoscere la via sicura a chi brancola in sentieri pericolosi, rischiando di perdersi nel buio o di precipitare nei burroni. A chi ha perso la via o a chi crede di percorrere quella giusta, magari perché larga e liscia come un’autostrada. O anche a chi non sa che c’è una meta e vagabonda in cerca di falsi rifugi.

Il problema oggi è che le vie di Cristo e le vie indicate dalla Chiesa hanno perso di appeal e non sono certo le più seguite. Molti fratelli si perdono e si allontanano, seguendo altre indicazioni o addirittura diffidano di affiancarsi nel cammino cristiano. 

Questa situazione non è una novità: in molti secoli e in molti luoghi i cristiani sono stati minoranza, spesso anche infima. Ma allora la domanda che dobbiamo porci è: come fare per convincere e accompagnare chi si è perso ed è contento di perdersi? Qual è il mix di azioni e proposte virtuose per recuperare le pecorelle smarrite o quelle inselvatichite che non conoscono l’ovile?

Proviamo a valutare le strategie che si possono mettere in campo.

La croce sta ferma o deve girare? Un approfondimento…

Alcune delle parole d’ordine più inflazionate oggi nella pastorale della Chiesa sono dialogo, inclusione, misericordia, ascolto, discernimento, ecumenismo; a volte sono inserite in un’agenda che tende ad allinearsi un po’ troppo all’Agenda UE 2030 e ad altri percorsi ‘sinodali laici’ promossi dall’ONU e agenzie collegate.

Il risultato a cui mirano non pochi ‘approfondimenti’ teologici e pastorali è infatti il ribaltamento della dottrina, per conformarsi meglio alla mentalità del nostro tempo. In tal modo, però, viene sfigurato il tratto più caratteristico della cattolicità, che è l’universalità ed uniformità dei principi di fede (ma anche della liturgia) nel tempo e nello spazio. Una omogeneità che consente al cattolico di vivere la nostra fede in continuità e in unione con la Chiesa militante dei santi che ci hanno preceduto. 

Al contrario, una diversificazione, o una discontinuità dottrinale, con accomodamento subalterno allo spirito del nostro tempo, condurrebbe il gregge fuori dall’ovile, in pasto a famelici lupi.  La deriva delle confessioni protestanti nell’incessante adattamento alla mentalità comune ha provocato una fuga in massa dei fedeli che è tutta lì da vedere.

Insomma, abbiamo due opzioni da valutare (che non so in che misura siano state oggetto di analisi nel recente sinodo sulla sinodalità): rimanere saldi aggrappandoci ad una croce che sta ferma mentre il mondo gira, oppure, far girare la croce intorno al mondo e ai valori del mainstream. Dunque, seguire lo Spirito Santo o lo spirito dei tempi. Ognuno soffia dove vuole lui. Di certo però in direzioni abbastanza opposte.

Essere nel mondo, ma non del mondo. Vale ancora questo monito evangelico? E che significato ha, in concreto, nella vita quotidiana di un cristiano di oggi?

Modelli di coerenza nella Chiesa dei secoli passati

Forse, per capirlo occorre rifarsi ai cristiani dei primi secoli, allo stile di vita delle originarie comunità cristiane. Anche loro vivevano in un’epoca in cui erano emarginati e venivano derisi da una mentalità edonistica, fondata sul culto del piacere. A Roma la dissolutezza morale e sessuale della corte imperiale e dell’aristocrazia era dilagante. E la progressiva contrazione demografica, causata anche da bassa natalità e aborti, era un indice o una conseguenza di quel degrado di valori che portò alla dissoluzione dell’Impero.

Anche allora la folla era soggiogata e distolta dalla realtà e da riflessioni etiche. Le politiche sociali, che offrivano frequentemente al popolo per rabbonirlo panem et circensem, avevano questa funzione di ‘distrazione di massa’, un po’ come oggi veniamo distratti da comunicazioni social, eventi sportivi e da varie forme di intrattenimento.   

Trovo dunque un certo parallelismo tra la situazione dei cristiani delle prime comunità e quelli odierni: allo stesso modo derisi e osteggiati. Ma anche puniti e controllati. Un controllo che ai nostri tempi sta portando sempre più a censure, sanzioni e persecuzioni e che mette a rischio la libertà di opinione oltre che di fede. Anche in molti Paesi occidentali esprimere pensieri non allineati, per esempio in tema di gender o aborto, espone le persone ad una gogna mediatica e a dure condanne.

Ma ritorniamo al comportamento della Chiesa primitiva: qual era considerata in quei tempi la modalità migliore per confrontarsi con i pagani? Assimilarsi a loro, confrontarsi dialogando, mimetizzarsi nelle manifestazioni di fede, annacquare i propri valori? Insomma, aprirsi e adeguarsi alla mentalità dominante oppure distinguersi e professare la propria fede con coerenza, anche in contrapposizione ad usi e costumi correnti?

Lo stesso dilemma si ripropose in varie altre epoche di degrado e corruzione della fede. Pensiamo, per esempio, all’epoca di San Francesco: anche allora il cristiano avrebbe avuto vita più facile se avesse accettato la logica del mondo e la tentazione era enorme anche per il clero (che anzi ne era invischiato, anche per effetto delle sconsiderate aperture ai laici; cioè alle potenti famiglie che imponevano cardinali non consacrati e anche Papi e che avevano portato la loro mentalità secolare nel sacro recinto).

Il mainstream dei tempi di san Francesco, penetrato anche nel clero, normalizzava la simonia, l’ostentazione del censo, dello sfarzo e della potenza. La casta dei ricchi di allora dettava legge come gli oligarchi che ci dominano oggi e imponeva i loro codici etici e condotte spregiudicate, in spregio al cristianesimo. Sarebbe stato più facile, quindi, per san Francesco conformarsi al ‘politicamente corretto’ di quei tempi, visto poi che la sua famiglia era dalla parte giusta.

Ecco, senza approfondire… pardon, ho un’allergia a questo termine piuttosto infido… dicevo, senza voler spiegare e dando per conosciuto l’atteggiamento dei primi cristiani e di San Francesco nell’affrontare la mentalità dominante del loro mondo, proviamo a interrogarci su questo punto: la coerenza ai propri modelli di fede, in contrasto con lo spirito dei tempi, il non volersi mettere al passo con una società che procedeva su quei passi verso un burrone, fu forse una strategia sbagliata? 

Chiesa e mondo oggi

Ora come allora, nel contrasto che vede i cristiani minacciati e surclassati, anche nel clero, da potenze invincibili che vogliono imporre modelli di male e peccato spacciati come virtuosi, l’opzione rimane uguale: cedere alle lusinghe e adeguarsi ai ricatti o rimanere fedeli a Gesù Cristo? 

Ebbene, confrontarsi con il mondo non vuol dire cedere, ma mantenere la fede senza annacquarla. 

Per fare qualche esempio: se il Catechismo dice che gli atti omosessuali sono intrinsecamente disordinati, contrari alla legge naturale e in nessun caso possono essere approvati (CCC 2357), se Gesù Cristo ha detto ‘non osi l’uomo separare ciò che Dio ha unito’,  se la Chiesa sulla questione del sacerdozio riservato solo agli uomini si è uniformata ad una precisa scelta di Gesù (che ben poteva disporre diversamente nella elezione degli Apostoli, in linea con il suo rispetto e la promozione delle donne che incontrava) e se su tali questioni la Chiesa si è sempre espressa con fermezza e costanza massime, nessun ‘approfondimento’ può ribaltare questi punti, spacciandolo come una miglior comprensione dottrinale.

Non si possono accettare interpretazioni contrarie al Vangelo e alle parole e scelte di Gesù Cristo come se Lui – Poverino – non potesse capire bene perché succube dalla mentalità del suo tempo. Mentre i teologi di oggi sarebbero molto più avanti e più aperti di Lui…

Un’ultima considerazione sulle strategie più utili nel confronto dei cristiani con ‘il mondo secolare’. Quale spazio e quale fiducia riservare al dialogo? 

Il dialogo può certamente creare ponti, amicizie e smussare fraintendimenti. È utile e necessario in molti contesti. Ma in un’ottica di salvezza, occorre prudenza (direi discernimento, se non avessi una certa allergia anche a questa parola totem, molto abusata nel linguaggio clericale ed invocata per giustificare gli stessi risultati dell’approfondimento). Se diventa sterile e fine a sé stesso, il dialogo non serve. Gesù, infatti, non disse ai suoi apostoli e discepoli ‘Andate e dialogate’ bensì ‘andate e predicate il Vangelo’. Il dialogo su temi religiosi con i non credenti è utile nella misura in cui può fornire spunti di riflessione agli interlocutori, senza remore di proselitismo (quasi come se una proposta di evangelizzazione fosse un crimine). Se, invece, l’approdo del dialogo fosse la perdita di qualche principio di fede cristiana o la concessione di soluzioni di compromesso ‘per trovarsi a metà strada’, non vedo a cosa servirebbe. 

Il dialogo può essere molto utile se si inserisce in un cammino sinodale o se lo favorisce. Cioè, se il percorso comune degli interlocutori mira ad una meta di salvezza: non ad una meta imprecisata che prima o poi rischia di condurre tutti in un burrone.

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Author: Roberto Allieri

Nato a Pavia nel 1962, sposato e padre di quattro figli, risiede in provincia di Bergamo. Una formazione di stampo razionalista: liceo scientifico, laurea in giurisprudenza all’Università di Pavia e impiego per oltre trent’anni in primario istituto bancario. L’assidua frequentazione di templi del pensiero pragmatico e utilitarista ha favorito l’esigenza di porre la ragione al servizio della ragionevolezza e della verità. Da qui sono seguite esperienze nel volontariato pro-life, promozione di opere di culto, studi di materie in ambito bioetico, con numerose testimonianze e incontri per divulgare una cultura aperta alla vita, ancorata alla fede e alla famiglia. Collabora al Blog Oltre il giardino QUI Vedi tutti gli articoli di Roberto Allieri

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