Leggo questo titolo su “Open” (QUI) come su Avvenire (QUI). Apprezzo la spontaneità con la quale il giovane Giona e il Santo Padre hanno interloquito su un tema così delicato che ormai è pasto quotidiano della stampa.
“Open” presenta questo dialogo senza esprimere una propria posizione, anche se, dato il modo diffuso di
affrontare il tema, il Papa potrebbe fare la figura di colui che è arretrato culturalmente e moralmente, o che non rispetterebbe la persona nella sua integrità e autodeterminazione, o che non riconoscerebbe i diritti della persona, o non so a quali altri ‘pre-giudizi’ pensare.
Ora, il Papa, nel suo desiderio di essere vicino “a tutti, a tutti”, come ama ripetere, ascolta, accoglie la domanda, accoglie la persona e risponde …
Che Giona sia stato contento di ricevere ascolto e risposta dal Santo Padre è bello e significa anche il desiderio, da parte sua, di essere preso in considerazione e di avvertire di essersi sentito preso in considerazione. Che sia rimasto scontento del contenuto della risposta del Papa non mi stupisce, visto il presupposto culturale sul quale regge tutta la visione umanistica odierna.
Giona aveva già raccontato la sua storia, insieme a quella di altre persone transgender, nel libro “Figli di un dio minore. Le persone transgender e la loro dignità” (San Paolo 2022) in cui aveva rivelato come “nella comunità lgbt non è facile dirsi credenti. In quei contesti prevale molto spesso l’ateismo o addirittura l’anticlericalismo”, come riferisce Avvenire (QUI).
A Giona direi, se lo incontrassi. «Se il Papa ti ha risposto, è perché al Papa e alla Chiesa sta a cuora il bene spirituale di ciascuno, anche il tuo. Ma devi chiederti se a te, in questo momento, stia a cuore ciò che la Chiesa pensa dell’uomo, del progetto di Dio per l’uomo che è suo creatore; se sei disposto a porti delle domande sulla vita, su Dio e su te stesso. Attento a non lasciarti ingannare dal solo desiderio di sentirti accettato. Perché sentirsi accettato è importante; essere accettato è importante, ma sempre nella verità su di sé, sulla vita, su Dio».
Tanti anni fa vivevo importanti momenti di fede in una grande istituto per portatori di handicap. Uno di loro, alla Messa domenicale e quotidiana, partecipava con grande costanza ed entusiasmo. Non poteva però camminare. Un giorno, e poi più volte, mi chiese: «Perché Gesù non mi fa camminare?» Sai quanto ne soffriva? Penso proprio di sì; lo si può in qualche modo immaginare anche se la sofferenza di ciascuno è veramente nota solo a Dio.
Gesù non lo fece camminare, nonostante il suo grande desiderio. Dio si sarà dimenticato di Lui? Io so che quel ragazzo, nonostante tutto, non si dimenticò di Gesù.
Bello il coraggio di Giona, di esporsi, forse sentendosi rappresentante non solo di sé stesso, ma anche di quanti, in un modo o nell’altro, vivono situazioni analoghe alla sua. Ma se la Chiesa è una comunità di fratelli convocata da Dio, e non da nostre idee, e non si regge sui nostri modi di pensare o di sentire, allora è necessario disporsi ad aprire la mente e il cuore e la propria vita, in una parola, alla domanda di Dio. Dio in Gesù ha mostrato che il fine della vita non è questa terra vissuta come unico e supremo orizzonte, ma la Gloria di Dio! Per scoprirlo e viverlo occorre uscire da noi stessi ed entrare nel Suo cuore.
Sarebbe impietoso e ingiusto andare oltre su questa riflessione non conoscendo Giona che, come riferisce Open, porta in cuore una sofferenza, un conflitto, fra come si sente e il desiderio di essere in pace con Dio.
Ma, domando a tutti: Dio ci chiede di sentirci in pace con Lui o di essere in ascolto di Lui, della sua Volontà, del suo Amore esigente per essere in pace con Lui?
Non mi stupisco della reazione più che legittima di Giona, che non accetta che esista la realtà del peccato e nemmeno dell’errore, visto che nella Chiesa stessa se ne ha una idea alquanto vaga e, talvolta, nessuna. Perché pretendere da Giona un atteggiamento diverso?
Caro Giona, se stessi parlando direttamente con te, ti direi:
«Inizia, o continua, il tuo cammino di conversione sapendo che tutti noi, ogni cristiano, sono chiamati a convertirsi e a riconoscere il peccato che è in loro.
Siamo peccatori chiamati a conversione. Questo il primo passo del Vangelo! Ciao, Giona».
Giona, riferisce Avvenire, è in contatto da tempo con sacerdoti che lo aiutano in questo cammino difficile.