Il 21 Marzo 2011 moriva il compianto e ben noto e amato Direttore de La Civiltà Cattolica Padre Giuseppe De Rosa. Un uomo che diresse per numerosi anni la prestigiosa rivista dei Padri Gesuiti nella cui redazione era entrato nel 1958, sessantacinque anni fa.
Così la News dei Padri Gesuiti lo presentò il 21 Marzo 2011:
Si può affermare senza timore di smentita che sia stato il più fecondo scrittore di tutta la storia della Civiltà Cattolica con i suoi articoli di argomento molto vario: filosofia e teologia, attualità sociale e politica, spiritualità e morale…Per molti anni curò la “cronaca italiana” quindicinale, sull’attualità della vita del Paese. Ma per un lungo periodo sono stati nella massima parte suoi anche gli autorevoli “editoriali” non firmati della rivista. Né mancavano note, discussioni di libri o recensioni. Numerosi anche i suoi libri, in particolare quelli di carattere teologico-spirituale, da cui traspariva l’intensità e la profondità della sua vita religiosa e del suo spirito sacerdotale. (Nota completa QUI).
Padre Giuseppe De Rosa non amava apparire, e, appunto, scriveva tanti editoriali senza firmarli nemmeno.
Conservo con vera venerazione il suo libretto, piccolo e densissimo di amore a Cristo Uomo Dio morto e Risorto che pubblicò nel 1972 per l’Editrice Stella Mattutina (Roma) “Cristo è veramente Risorto”, preoccupato per le derive teologiche che intendevano “depistare” la fede in Gesù Risorto.
Stupisce che in così pochi anni dalla Sua morte chi gli succede si abbandoni, in una pubblica intervista, come in quella a il Fatto quotidiano del 20 agosto c.a., ad una così avveniristica interpretazione della Persona di Gesù, Dio-Uomo, così apposta a quella che ci presentano la Gaudium et Spes e gli Apostoli Paolo e Pietro:
«Il Figlio di Dio […] ha lavorato con mani d’uomo, ha pensato con mente d’uomo, ha agito con volontà d’uomo, ha amato con cuore d’uomo. Nascendo da Maria Vergine, egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché nel peccato» (Concilio Vaticano II, Cost. past. Gaudium et spes, 22: AAS 58 (1966) 1042-1043.)
e
21 Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore, perché noi potessimo diventare per mezzo di lui giustizia di Dio. (2Cor 5, 21).
“Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca… Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.” (1 Pt 2,22.24).
Bene scrive La Nuova Bussola Quotidiana QUI che le ipotesi per cui Padre Spadaro ha voluto vedere nel Gesù della Pericope evangelica di Mt 15, 21-28 un peccatore, perfino spietato, verso la povera Cananea possono essere due.
Lasciamo al lettore scoprirle e leggere la relazione sull’intervista rilasciata al Fatto quotidiano, ma teniamo a ricordare a Padre Spadaro che il suo desiderio di ricerca teologica va espresso sulle riviste scientifiche, teologiche, spazio adeguato per la ricerca, e non su giornali di dominio pubblico, portando alla Chiesa solo dolore e sconcerto.
Quale fretta ha Padre Spadaro di demolire la lettura che di quella pagina evangelica la Chiesa ha sempre fatto? E perché contraddire non solo il Concilio, ma gli stessi San Paolo e San Pietro nello spiegare che Gesù si è fatto non simile al peccatore, ma esso stesso peccato, peccando?
Perché taluni teologi interpretano 2Cor 5, 21 come «Dio lo ha fatto peccato» nel senso vero e proprio di peccatore?
Essi si rifanno a controverse interpretazioni del passo in questione sulle quali biblisti e teologi ancora discutono e fanno bene.
Ma un conto è la sede teologica, di chi ha strumenti per capire e un conto un’intervista di valore non scientifico, ma quasi parenetico e catechetico. Questo modo di agire non sembra corretto nella Chiesa di Cristo, ma pare essere diventato di moda.
Chi volesse approfondire, potrà consultare un Commentario Biblico. Ma nessuno potrà negare quanto segue, ricordando che le Scritture si interpretano prima di tutto con le Scritture e l’Apostolo Pietro così scrive e annuncia:
“Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca… Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.” (1 Pt 2, 22.24).
L’affermazione che si trova in 2 Cor 5,21:
“Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo fece peccato in nostro favore, perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”
secondo la consolidata interpretazione della Chiesa sta a significare che Dio ha trattato Gesù Cristo come se fosse stato il più grande peccatore di questo mondo. Anzi come se avesse compiuto tutti i peccati degli uomini. La sua passione e tutta la sua vita ce ne danno esempio.
Pertanto, come se fosse il peccato in persona. E proprio per questo, sulla croce Gesù ha espiato al posto di tutti noi: “perché in lui noi potessimo diventare giustizia di Dio”.
Quest’espressione di san Paolo è particolarmente potente e sta a ricordare che Cristo ha compiuto una perfetta espiazione o soddisfazione dei nostri peccati.
L’ha potuta compiere per la perfetta solidarietà che egli ha voluto avere con tutto il genere umano.
I teologi, ma anche il Magistero della Chiesa, danno a quest’espiazione un nome particolare. La chiamano soddisfazione vicaria, e cioè, fatta al posto nostro.
Egli non commise mai peccato
Proprio questo tema della soddisfazione vicaria non va bene a determinati teologi da tempo, in quanto Dio, che è Padre, non potrebbe pretendere una soddisfazione dall’uomo e nemmeno dal Figlio. Ma, mentre questo modo teologico di spiegare la Parola potrebbe essere oggetto di discussione teologica, ferme e chiare restano le due parole degli Apostoli:
Egli non conobbe il peccato, nel senso che non lo commise mai! (cf Amici domenicani QUI)
Ma se noi affermassimo che Gesù commise peccati, allora potremmo giustificare i nostri peccati, la nostra non voglia di cambiare, di convertirci.
Padre Spadaro, poi, nel caso volesse invocare il pensiero di Papa Farncesco, non lo facia, poiché il Santo Padre ha confermato il significato pastorale di Gesù come peccato, come in queste sue omelie.
Fatto peccato fatto maledizione
“Come” quello che è tutto peccato
E ancora Papa Francesco all’Angelus del 19 Gennaio 2020 diceva
Il Battista non può trattenere l’impellente desiderio di rendere testimonianza a Gesù e dichiara: «Io ho visto e ho testimoniato» (v. 34). Giovanni ha visto qualcosa di sconvolgente, cioè il Figlio amato di Dio solidale con i peccatori; e lo Spirito Santo gli ha fatto comprendere la novità inaudita, un vero ribaltamento. Infatti, mentre in tutte le religioni è l’uomo che offre e sacrifica qualcosa a Dio, nell’evento Gesù è Dio che offre il proprio Figlio per la salvezza dell’umanità. Giovanni manifesta il suo stupore e il suo consenso a questa novità portata da Gesù, mediante un’espressione pregnante che noi ripetiamo ogni volta nella Messa: «Ecco l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!» (Gv 1, 29).
La testimonianza di Giovanni Battista ci invita a ripartire sempre di nuovo nel nostro cammino di fede: ripartire da Gesù Cristo, Agnello pieno di misericordia che il Padre ha dato per noi. Lasciarci nuovamente sorprendere dalla scelta di Dio di stare dalla nostra parte, di farsi solidale con noi peccatori, e di salvare il mondo dal male facendosene carico totalmente. (QUI)
Il peccato che ricade sul Giusto
Questo concetto del peccato che ricade sul giusto non è presente solo in San Paolo. Lo si trova già nell’Antico Testamento. In Isaia si legge: “Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti” (Is 53,6).
Il beato Padre Girotti, martire domenicano e insigne biblista, commenta: “L’innocente è stato punito al posto del colpevole perché il colpevole diventasse innocente”.
Lo si trova anche in san Pietro, dicevamo e lo ripetiamo:
“Egli non commise peccato e non si trovò inganno sulla sua bocca… Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce, perché, non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia; dalle sue piaghe siete stati guariti.” (1 Pt 2,22.24).
Gesù non commise alcun peccato né nelle opere né nelle parole. Ma ha portato, e cioè ha espiato, nel suo corpo tutti i nostri peccati perché noi potessimo possedere la vita divina.
Questo concetto è ripreso anche da san Tommaso D’Aquino, il quale afferma che “Cristo accettando la passione per carità e per obbedienza offrì a Dio un bene superiore a quello richiesto per compensare tutte le offese del genere umano. Primo, per la grandezza della carità con la quale volle soffrire.
Secondo, per la nobiltà della sua vita, che era la vita dell’uomo Dio, e che egli offriva come soddisfazione.
Terzo, per l’universalità delle sue sofferenze e per la grandezza dei dolori accettati, di cui sopra abbiamo parlato.
Perciò, la passione di Cristo non solo fu sufficiente per i peccati del genere umano, ma addirittura sovrabbondante, secondo le parole di S. Giovanni: “Egli è propiziazione per i nostri peccati, e non soltanto per i nostri, ma anche per quelli di tutto il mondo” (1 Gv 2,2)” (Somma teologica, III, 48, 2).
Ecco, poi, come Papa Francesco commentava all’Angelus del 20 Agosto 2017 la pericope della Cananea:
Il Vangelo di oggi (Mt 15,21-28) ci presenta un singolare esempio di fede nell’incontro di Gesù con una donna cananea, una straniera rispetto ai giudei. La scena si svolge mentre Egli è in cammino verso le città di Tiro e Sidone, a nord-ovest della Galilea: è qui che la donna implora Gesù di guarire sua figlia la quale- dice il Vangelo – «è molto tormentata da un demonio» (v. 22). Il Signore, in un primo momento, sembra non ascoltare questo grido di dolore, tanto da suscitare l’intervento dei discepoli che intercedono per lei. L’apparente distacco di Gesù non scoraggia questa madre, che insiste nella sua invocazione.
La forza interiore di questa donna, che permette di superare ogni ostacolo, va ricercata nel suo amore materno e nella fiducia che Gesù può esaudire la sua richiesta. E questo mi fa pensare alla forza delle donne. Con la loro fortezza sono capaci di ottenere cose grandi. Ne abbiamo conosciute tante! Possiamo dire che è l’amore che muove la fede e la fede, da parte sua, diventa il premio dell’amore. L’amore struggente verso la propria figlia la induce «a gridare: “Pietà di me, Signore, figlio di Davide!”» (v. 22). E la fede perseverante in Gesù le consente di non scoraggiarsi neanche di fronte al suo iniziale rifiuto; così la donna «si prostrò davanti a lui dicendo: “Signore, aiutami!”» (v. 25).
Alla fine, davanti a tanta perseveranza, Gesù rimane ammirato, quasi stupito, dalla fede di una donna pagana. Pertanto, acconsente dicendo: «“Donna, grande è la tua fede! Avvenga per te come desideri”. E da quell’istante sua figlia fu guarita» (v. 28). Questa umile donna viene indicata da Gesù come esempio di fede incrollabile. La sua insistenza nell’invocare l’intervento di Cristo è per noi stimolo a non scoraggiarci, a non disperare quando siamo oppressi dalle dure prove della vita. Il Signore non si volta dall’altra parte davanti alle nostre necessità e, se a volte sembra insensibile alle richieste di aiuto, è per mettere alla prova e irrobustire la nostra fede.Noi dobbiamo continuare a gridare come questa donna: “Signore, aiutami! Signore, aiutami!”. Così, con perseveranza e coraggio. E questo è il coraggio che ci vuole nella preghiera.
Questo episodio evangelico ci aiuta a capire che tutti abbiamo bisogno di crescere nella fede e fortificare la nostra fiducia in Gesù. Egli può aiutarci a ritrovare la via, quando abbiamo smarrito la bussola del nostro cammino; quando la strada non appare più pianeggiante ma aspra e ardua; quando è faticoso essere fedeli ai nostri impegni. È importante alimentare ogni giorno la nostra fede, con l’ascolto attento della Parola di Dio, con la celebrazione dei Sacramenti, con la preghiera personale come “grido” verso di Lui – “Signore, aiutami!” –, e con atteggiamenti concreti di carità verso il prossimo. … (QUI)
Abbiamo molti motivi per amare Gesù Cristo.
Ma questo, di essersi sostituito – Lui innocente – al posto nostro per espiare i peccati e guadagnarci la vita divina per tutta l’eternità è certamente uno dei più grandi.
Ma … noi amiamo Gesù, il deposito della Fede che ci ha lasciato nella Chiesa?
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