Il contagio della vita

Crepuscolo Foto originale

Quando un prof può tracciare nuove rotte e nuovi sentieri da percorrere insieme ai suoi studenti per guidarli e poi lasciarli pian piano a scoprire che “scuola” non è solo un luogo, ma un modo di essere e che valgono non solo perché studenti, ma in quanto persone che, oggi, svolgono il mestiere di apprendere e di apprendere sbagliando nel luogo a questo deputato. Domani, per loro, il tempo della raccolta, alla quale al seminatore non sarà dato di assistere.

– Uff, sbuffava Sophie quel pomeriggio mentre ciondolava perplessa lungo il Corso del suo quartiere. Sornioni, i raggi del sole già tradivano l’imminente arrivo dell’autunno così che una molle luce settembrina carezzava la

strada come un respiro leggero.

– Uff, ripeté la ragazza. – Il nuovo prof di Filosofia, bah, quantomeno bizzarro. Con tutte le materie che già incombono ci manda a passeggio per la città. 

– Uscite, ci dice – osservate le persone, fatelo con lentezza e gentilezza. Poi ne parleremo insieme.

E aggiunge: – Resta inteso che la “tavoletta risucchia pensieri” non vi farà compagnia. Ci vediamo la prossima volta ragazzi.

– Ma che significa! Forse è un po’ strano perché insegna Filosofia, azzardò la ragazza. – Iniziamo bene… concluse.

  Un passo dopo l’altro, una vetrina dopo l’altra. 

– No, ma non era questo il compito. In automatico cercò il telefono nella tasca dei jeans. 

– Cavolo, la “tavoletta dei Sumeri”! L’ho lasciata a casa. Ne ha chiara immagine, là sulla scrivania e le manca: un’assenza fisica, le manca la vita contenuta in quel piccolo oggetto piatto. 

Tutta la sua vita.  

– Avrei potuto fregarmene della raccomandazione, che noia. Qual era l’altra indicazione? Ah, guardare le persone negli occhi. Mi prenderanno per una fuori di testa. Va be’, mi tocca, se no cosa gli racconto al prof in classe.

Le vetrine continuavano ad accompagnarla, simili a un guardrail, tuttavia Sophie si sforzava di concentrarsi sulle figure che si manifestavano di fronte a lei. Raddrizzò la schiena e, il mento sollevato, preparò l’arco e scoccò lo sguardo. Centro. Dritto negli occhi di una signora di mezz’età con una sportina un po’ lisa appesa al braccio. La signora ricambiò, abbozzando un materno sorriso.

– Che figura! Avrà pensato che sono un po’ suonata. Chissà i miei compagni… Be’, ormai siamo in ballo, balliamo.

Sophie si preparò nuovamente, ma parecchie occhiate restarono inespresse poiché molte persone-monadi a due gambe non erano sintonizzate sulle frequenze della vita, ma su quelle di un mondo virtuale parallelo e camminavano a testa bassa, la capacità di sollevare lo sguardo pressoché dimenticata.

– Mamma mia, pensò Sophie, – anch’io sono così alienata quando cammino in compagnia del mio telefono? Che paura!

Alcuni dardi, per fortuna, andarono a segno: la bambina con le codine che, piegata la testolina di lato, alzò lo sguardo largo e curioso su di lei; il nonnino che incassò, avido, i giovani occhi pensando probabilmente ai suoi nipoti; un cagnolino che, accortosi dell’occhiata avrebbe voluto farle le feste.

– Be’, sorrise in maniera discreta assaporando il momento – non è poi così male. Ogni tanto si può fare.

L’arco era di nuovo teso, la sua vita si preparava a sfiorarne una sconosciuta.

– Pronta Sophie? La giovane incalzava sé stessa: – Si va.

Eh, no. Questa volta mancò l’aggancio.

– Ho sbagliato la mira? Pensò la ragazza. 

Si trovò di fronte uno sguardo “di sbieco”, un’occhiata sulle “ventitré”. Non riusciva a indovinare i pensieri di quell’uomo che aveva le finestre dell’anima serrate.

Si avvicinò per cercare di intravedere qualcuno attraverso quei vetri appannati e coperti di polvere. 

– Attenta Sophie, non troppo, le raccomandava una voce interiore.

– D’accordo, quanto basta, la tranquillizzò la giovane temeraria.

“Quanto basta” fu sufficiente e un barlume di energia balenò tra una ragnatela e l’altra. Gli occhi dell’uomo si raddrizzarono nello sforzo di far entrare nel loro campo visivo la sagoma importuna. 

Un attimo di titubanza e fu ormai troppo tardi per un repentino dietro front.

– Non più di così! Il monito più imperioso: – Potrebbe contagiarti con una qualche strana malattia. Sophie scrutò la figura dalle sembianze umane: 

– Quale malattia fa crescere barba e capelli a dismisura, così ispidi e incolti. Non ho sentito parlare di malattie che riducono gli abiti a brandelli e lasciano con un’unica scarpa bucata. Non mi pare di conoscere malattie che offuscano lo sguardo, spengono la parola e fiaccano la dignità di un essere umano.

Sophie non resse il peso di quegli occhi, distolse i suoi e si allontanò come inseguita da una tempesta che in verità la travolgeva dal profondo.

Voleva restare da sola, sola con sé stessa e, appena giunta a casa, si chiuse in camera sua. 

Quella sera il telefono rimase, dimenticato, dove l’aveva posato prima di uscire.

Il tenero e tiepido crepuscolo catturò Sophie che spalancò la finestra e, col mento tra le mani, si lasciò rapire dalla bellezza immensa del cielo. Uno spicchio di Luna già faceva capolino dai tetti e lei si sorprese a pensare tra le note della sua musica, che mai aveva visto qualcosa di più bello. Provava una strana, struggente emozione, quasi una febbre dell’anima e capì di essere malata. Era stata contagiata dalla malattia della Vita.



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Author: Francesca Bronzetti

Insegnante specialista di Religione Cattolica nei licei e di Teologia alla Università Cattolica del sacro Cuore di Milano.