
Colletta
Esulti di santa gioia la tua Chiesa, o Padre,
per il mistero che celebra in questa liturgia di lode,
poiché nel tuo Figlio asceso al cielo
la nostra umanità è innalzata accanto a te,
e noi, membra del suo corpo,
viviamo nella speranza di raggiungere Cristo,
nostro capo, nella gloria.
Commento artistico-spirituale al Vangelo dell’Ascensione Anno A 21 Maggio 2023
Di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg
L’ultimo saluto di Gesù ai discepoli avviene su un monte. Lo scrive l’evangelista nel brano di Vangelo che si proclama nelle Messe dell’Ascensione del Signore (Matteo 28,16-20). Il monte è per tutti i popoli il luogo che rappresenta l’incontro tra il cielo e la terra, simboleggia la salvezza e indica la vicinanza con Dio. Come l’ascendere si dice d’una scalata verso la vetta così raffigura pure il cammino verso Dio.
L’Ascensione, celebrata quaranta giorni dopo la Risurrezione, conclude la permanenza visibile di Gesù fra i discepoli, prelude alla Pentecoste e segna l’inizio della storia della Chiesa. La Chiesa infatti esiste proprio e solo per annunciare il Vangelo. Il vescovo di Cesarea, Eusebio (265-340), dà la prima testimonianza della festa dell’Ascensione che fino al 1977 in Italia è stata anche festa civile.
Gesù garantisce ai suoi e a noi che non si nasconde dietro le nubi o sparisce o va lontano oppure sarà assente ma promette che, grazie al ritorno dal Padre, Lui mediante il suo Spirito, è vivo tra noi in modo nuovo, più vicino che mai, presente ovunque e per sempre: «Io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (v. 20). Da allora la terra non è più lontana dal cielo.
Una terra segnata e graffiata da striature scure quella narrata da Luigi Pagano nella sua «Ascensione del Signore» (Lezionario domenicale e festivo, anno liturgico A, tra le pp. 276-277; tecnica mista su carta), a conferma delle situazioni in cui non di rado avvertiamo il peso delle realtà quotidiane che ci tiene ancorati in basso, intorpiditi dalla stanchezza, incerti nel dubbio. A nostro conforto, appena sopra, tra la nube, leggiamo il ritorno al Padre del Figlio, non solo quale Dio ma – lo confermano i piedi piagati d’amore – quale uomo che ha dato la vita per tutti. È l’invito a guardare in cielo, a tenere i cuori in alto (sursum corda), «rivolti al Signore» e, allo stesso tempo, a camminare sull’unica strada per arrivarci e per vivere intensamente ogni giorno: amarci gli uni gli altri, portando così a tutti la bella notizia del Vangelo.
Il venerabile don Antonio Seghezzi, morto a trentotto anni a Dachau (21.5.1945), nell’Ascensione del 1937 scriveva ai giovani: «Cielo sempre aperto. Il Padre e lo Spirito Santo continuano a discendere sulla terra e l’incontro col Figlio è il tema dominante nei discorsi di Gesù. Il Padre ha mostrato il suo volto e il cielo, da allora, è diventato una casa alla quale i cuori dei figliuoli pensano con inguaribile nostalgia. L’umanità sa finalmente che cosa è e dove cammina; sa che non è una carovana perpetuamente errante, ma che ha una casa e qualcuno che attende».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.