
Pubblichiamo, di Mons. Tarcisio Tironi, una lettura artistico spirituale della “Crocifissione in un cimitero ebraico” di Giovanni Bellini
Ben ricordo l’emozionante curiosità che provai davanti alla tavola di Giovanni Bellini nella mostra «Antonello da Messina. L’opera completa» (Roma 2016). Condivido quanto scrisse G. C. F. Villa nella scheda del catalogo, definendo il capolavoro una «Meditazione sul sacrificio di Cristo e non una crocifissione narrativa in senso lato». Il «Crocifisso con cimitero ebraico» è infatti particolare per la collocazione dell’evento, per la forte carica simbolica, per il paesaggio esterno a una città reale e ideale nel contempo.
Nella mirabile architettura della composizione, ogni realtà creata è dentro l’abbraccio del Crocifisso, è
«irrorata» dal Suo sangue, obbligando a guardare attraverso di Lui ogni esistente grazie alla natura e all’uomo. A chi in preghiera contempla il Crocifisso, Bellini fa vedere gli effetti della morte di Cristo sul mondo, evidenziando il passaggio dall’Antico al Nuovo mondo, come un’autentica «nuova Creazione»: l’umanità e la storia ricostruiti a immagine di Dio, secondo il progetto iniziale, ritrovano centro e vita in Gesù Crocifisso. E l’artista dà concretezza a questa sorprendente notizia, attraverso numerosi simboli, studiati con precisione.
Colui che è inchiodato sulla croce, ben piantata per terra, con il suo sangue porta vita perfino in un cimitero dove tra teschi, ossa, lapidi, terra secca, l’autore pone accuratamente una lucertola che vive del sole, una colomba simbolo di pace, un alloro allegoria di vittoria, un erbario di oltre trenta specie, indicanti l’oblazione del Cristo. È l’affermazione che la vita donata per amore è sempre capace di ridare esistenza pure a quanto è morto e perduto. E non solo, ma il confronto tra questo (dipinto nella parte bassa della tavola) e il resto (paesaggio e città), conferma che la misura di tutto è il Crocifisso. Da Lui proviene l’energia creativa sia alle donne e agli uomini di campagna, dove accanto alle case si vedono i campi, il mulino e le macine, gli animali, un corso d’acqua, un sentiero sia alle persone abitanti la città che con suoi edifici civili e religiosi, raffigura la Gerusalemme Celeste. Tra le tante allusioni simboliche, compare anche il cielo azzurro dove, oltre le nuvole di un temporale, s’intravede il lontano chiarore, segnale della Risurrezione.
Nel giorno in cui facciamo annualmente memoria della sua morte (Giovanni 18,1-19,42), Cristo si propone come una lezione di umanità per credenti e non, segno di un Dio che non interviene dall’esterno ma, per amore, salva immergendosi nel nostro dolore e condividendolo con noi.
Lasciamoci guardare dal Crocifisso e uniamoci all’invocazione di Papa Francesco che, nell’emozionante serata di venerdì 27 marzo 2020, da solo in piazza S. Pietro, facendosi interprete dei dolori del mondo, implora: «Signore, benedici il mondo, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Non lasciarci in balia della tempesta».
don Tarcisio Tironi
direttore M.A.C.S.