Dal mio diario Facebook di oggi 11 Aprile 2023
Maria Maddalena, quanto ridevi nella tua adolescenza, quanta esagerata allegria c’era allora! Poi però tornavi a casa e sentivi premere al fondo quella immedicabile insoddisfazione.
Quindi arrivò quel giorno in cui piangesti a lungo sui piedi di quell’Uomo e vi versasti unguento profumato. E quella sera tornasti a casa col cuore colmo di una inimmaginabile pace.
Hai pianto dolcemente ancora. E una mattina hai pianto amaramente trovando il sepolcro vuoto (vangelo di oggi, nell’Ottava di Pasqua):
In quel tempo, Maria stava all’esterno, vicino al sepolcro, e piangeva. mentre piangeva, si chinò verso il sepolcro e vide due angeli in bianche vesti, seduti l’uno dalla parte del capo e l’altro dei piedi, dove era stato posto il corpo di Gesù. ed essi le dissero: «donna, perché piangi?». rispose loro: «hanno portato via il mio signore e non so dove l’hanno posto».
detto questo, si voltò indietro e vide Gesù, in piedi; ma non sapeva che fosse Gesù. le disse Gesù: «donna, perché piangi? chi cerchi?». ella, pensando che fosse il custode del giardino, gli disse: «Signore, se l’hai
portato via tu, dimmi dove l’hai posto e io andrò a prenderlo». Gesù le disse: «Maria!». ella si voltò e gli disse in ebraico: «Rabbunì!» – che significa: «Maestro!». Gesù le disse: «Non mi trattenere…». Noli me tangere.
La Maddalena e le sue lacrime: quanti artisti le hanno plasticamente raffigurate!
Stravedo per il Beato Angelico che fissa l’attimo successivo, quello in cui “il giardiniere” (con tanto di zappa poggiata in spalla) si gira e la chiama per nome. Inconfondibile voce: sei Tu, sei il mio Maestro teneramente amato! E proprio io – la peccatrice sulla bocca di tutti – sono la prima a vederti risorto!
La Maddalene, gli Undici, i discepoli di Emmaus; una storia che arriva su su lungo i secoli fino a me, che oggi vado a raccontarla (ancora una volta attraverso il mio Giotto) ad un gruppo di giovani di Salò. “Una storia nella storia, che porta la salvezza di tutta la storia”.
Una storia profondamente lieta, non epidermicamente allegra.
Ripensando con occhi nuovi, e guardando la vicenda di Gesù con gli occhi di lei, non posso non ripercorrere i giorni da Giovedì Santo al Lunedì dell’Angelo. Poiché la Pasqua, con tutto il peso della sua Croce e la leggerezza della sua luce, non è finita. Tutto è nel cuore …
Giovedì Santo. La Lavanda dei piedi, che paradossale gusto!
Don Paolo Prosperi sta parlando del lavoro a tanti giovani. Il successo nella professione, la “performance”, la visibilità, insomma il piacere per la raggiunta “gloria” come è oggi concepita da quasi tutti.
Ad un certo punto don Paolo mi prende per mano e mi conduce all’immedesimazione in ciò che accadde in quell’attimo:
«Mentre cenavano»: in Giovanni è sempre nei dettagli, nei particolari in apparenza marginali, che traluce ciò che è più grande. Così qui: non prima della cena né dopo la cena Gesù si alza per lavare i piedi ai suoi, bensì durante la cena – che sembra assurdo, insensato. Ma come? Ti alzi a lavare i piedi ai tuoi nel mezzo del banchetto? «Sì, lo voglio fare nel mezzo del banchetto». Perché? Ma è ovvio! Per dire ai suoi che per lui, per l’uomo Gesù, lavare i piedi ai suoi è un piacere, un’azione che prova gusto nel fare, come prova gusto nel bersi una coppa di buon vino. […] Il Signore, a un certo punto della cena, è a tal punto dominato dal pensiero che la Sua ora è ormai giunta, l’ora in cui deve portare a compimento l’opera che il Padre gli ha affidato, prima di tornare da Lui, che è come se non riuscisse più a starsene lì seduto, sdraiato. Deve dire ai suoi ciò che sta per fare. Anzi, più che dire deve fare un gesto, un gesto che sia come il simbolo di quel che sta per fare – che è la sua più grande opera, l’opera che gli darà il potere su tutto l’universo, che è la morte di croce (!). E quale è questo gesto? «Si alzò da tavola» –
immaginiamocelo, questo Gesù, che s’erge alto, tutto cosciente della sua regale missione – si alzò da tavola e…e cosa fa? «Si spogliò delle sue vesti, si cinse un asciugamano attorno alla vita e si mise a lavare i piedi ai suoi discepoli». Oibò: come stanno insieme l’immagine di questo Gesù che s’alza col piglio d’un sovrano che sembrava stesse per fare chissà cosa ed il gesto da schiavo che poi fa? Stanno insieme perché questo vuol dire per Gesù avere «tutto nelle mani», (Gv 13,3): usare le sue mani “venerande” per lavare i piedi ai suoi.
Ecco: la rivoluzione cristiana, la rivoluzione che Cristo introduce nel modo di concepire non solo il lavoro inteso come professione, ma ogni azione, è tutta qui, in questo cambiamento di prospettiva per cui un’azione che agli occhi del mondo sembra umiliante, mortificante, si riempie di gloria, di grandezza e perciò di gusto – un gusto che è imparagonabilmente superiore anche al più grande successo professionale.
Ecco il testo integrale. Davvero una “lectio magistralis” QUI
Venerdì Santo
Un Uomo crocifisso, sorgente di luce: “In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini; la luce splende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno vinta” (Gv 1). Il “San Giovannino” di Raffaello stringe in mano il
cartiglio in buona parte arrotolato: sappiamo che vi è scritto “Ecco l’agnello di Dio”, però leggiamo solo la parola “DEI”, cioè “di Dio”. Ma la sorpresa è in ciò che indica con l’altra mano: non appena una crocettina formata dall’intersezione di due pezzi di canna annodati, ma la sagoma di Cristo crocifisso, l’Agnello immolato che ha già lo splendore di luce del Risorto.
Passano meno di cinquant’anni e Tintoretto attornia il Crocifisso con una luce sfolgorante: a fatica leggiamo INRI e quasi non vediamo il braccio trasversale della croce, di cui scorgiamo bene solo gli estremi ove sono inchiodate le mani.
Da mezzogiorno alle tre c’era quel grande buio sul Golgota, ma il genio dei due pittori ci guida a riconoscere la luce che splende nelle tenebre.
E questa luce ha deciso di chiamare dei poveracci come noi per riverberarla come indici “in-segnanti”. Che entusiasmante sfida!
Sabato Santo, Dio è morto
DIO È MORTO. Per Nietzsche questa è la TRAGICA nichilistica verità per 365 giorni all’anno. Tragica esistenzialmente, ma tragica anche per le sue conseguenze storiche, perché “la morte di Dio porta con sé fatalmente la morte dell’uomo” (Giovanni Paolo II). E lo vediamo bene, in questo nostro 2023…
DIO È MORTO: oggi, Sabato Santo, questo è vero per me, per noi. Silenzio della liturgia, silenzio del cuore che oggi balbetta: Credo, credo che sei morto e addirittura sei “sceso agl’inferi”. Cosa significa questo? L’arte, in particolare l’arte bizantina, ci mostra Lui che scende all’inferno, ne butta giù la porta schiacciando un diavolone e mettendo in fuga gli altri ridicoli demoni.
Cinquecento anni fa Holbein ha dipinto un claustrofobico Cristo morto chiuso nel sepolcro, quasi insopportabile a vedersi, maciullato iperrealisticamente: “inferi”, luoghi inferiori, che stanno sotto, sottoterra. Mi viene ancora in mente Giovanni Paolo II che volle vedere “The Passion” in Vaticano assieme a Mel Gibson e alla fine commentò: “Le cose sono andate esattamente così”.
Una brutta storia, oggi; una storia di fronte alla quale stare in attonito silenzio.
Una storia DRAMMATICA, ma non tragica; una storia che dimora sulla soglia della “Divina COMMEDIA”: l’esplosione di luce nell’imminente Notte Santa.
(P.S. chi può digiti su Google “tre meditazioni sul Sabato Santo di Joseph Ratzinger”, dettate nel 1967, e mediti la prima: un profetico approfondimento teologico sulla “morte di Dio” QUI).
Non dimentichiamo che Joseph Ratzinger nacque il 16 Aprile 1927, Sabato Santo!
Quel 15 ottobre 2022
Papa Francesco ci aveva implorato: “RIMANGA VIVO IL CARISMA, AFFINCHÉ LA VITA CRISTIANA CONSERVI SEMPRE IL FASCINO DEL PRIMO INCONTRO. NON DIMENTICATEVI MAI DI QUELLA PRIMA GALILEA DELLA CHIAMATA, DI QUELLA PRIMA GALILEA DELL’INCONTRO. SEMPRE TORNARE LÌ, A QUELLA PRIMA GALILEA CHE OGNUNO DI NOI HA VISSUTO”.
Questa sera, nell’omelia del Sabato Santo, il Papa ha ripreso e svolto questo tema, con commovente insistenza. E ne ha approfondito le ragioni. Ecco come:
«Fratelli e sorelle, ci domandiamo oggi: che cosa significa andare in Galilea? Due cose: da una parte uscire dalla chiusura del cenacolo per andare nella regione abitata dalle genti (cfr Mt 4,15), uscire dal nascondimento per aprirsi alla missione, evadere dalla paura per camminare verso il futuro. E dall’altra parte – e questo è molto bello –, significa ritornare alle origini, perché proprio in Galilea tutto era iniziato. Lì il Signore aveva incontrato e chiamato per la prima volta i discepoli. Dunque andare in Galilea è tornare alla grazia originaria, è riacquistare la memoria che rigenera la speranza, la “memoria del futuro” con la quale siamo stati segnati dal Risorto.
Ecco allora che cosa fa la Pasqua del Signore: ci spinge ad andare avanti, a uscire dal senso di sconfitta, a rotolare via la pietra dei sepolcri in cui spesso confiniamo la speranza, a guardare con fiducia al futuro, perché Cristo è risorto e ha cambiato la direzione della storia; ma, per fare questo, la Pasqua del Signore ci riporta al nostro passato di grazia, ci fa riandare in Galilea, là dov’è iniziata la nostra storia d’amore con Gesù, dove è stata la prima chiamata. Ci chiede, cioè, di rivivere quel momento, quella situazione, quell’esperienza in cui abbiamo incontrato il Signore, abbiamo sperimentato il suo amore e abbiamo ricevuto uno sguardo nuovo e luminoso su noi stessi, sulla realtà, sul mistero della vita. Fratelli e sorelle, per risorgere, per ricominciare, per riprendere il cammino, abbiamo sempre bisogno di ritornare in Galilea, cioè di riandare non a un Gesù astratto, ideale, ma alla memoria viva, alla memoria concreta e palpitante del primo incontro con Lui. Sì, per camminare dobbiamo ricordare; per avere speranza dobbiamo nutrire la memoria. E questo è l’invito: ricorda e cammina! Se recuperi il primo amore, lo stupore e la gioia dell’incontro con Dio, andrai avanti. Ricorda e cammina.
Ricorda la tua Galilea e cammina verso la tua Galilea. È il “luogo” nel quale hai conosciuto Gesù di persona, dove per te Egli non è rimasto un personaggio storico come altri, ma è divenuto la persona della vita: non un Dio lontano, ma il Dio vicino, che ti conosce più di ogni altro e ti ama più di chiunque altro. Fratello, sorella, fai memoria della Galilea, della tua Galilea: della tua chiamata, di quella Parola di Dio che in un preciso momento ha parlato proprio a te; di quell’esperienza forte nello Spirito, della più grande gioia del perdono provata dopo quella Confessione, di quel momento intenso e indimenticabile di preghiera, di quella luce che si è accesa dentro e ha trasformato la tua vita, di quell’incontro, di quel pellegrinaggio… Ognuno sa dov’è la propria Galilea, ciascuno di noi conosce il proprio luogo di risurrezione interiore, quello iniziale, quello fondante, quello che ha cambiato le cose. Non possiamo lasciarlo al passato, il Risorto ci invita ad andare lì per fare la Pasqua. Ricorda la tua Galilea, fanne memoria, ravvivala oggi. Torna a quel primo incontro. Chiediti come è stato e quando è stato, ricostruiscine il contesto, il tempo e il luogo, riprovane l’emozione e le sensazioni, rivivine i colori e i sapori. Perché tu sai, è quando hai dimenticato quel primo amore, è quando hai scordato quel primo incontro che è cominciata a depositarsi della polvere sul tuo cuore. E hai sperimentato la tristezza e, come per i discepoli, tutto è sembrato senza prospettiva, con un macigno a sigillare la speranza. Ma oggi, fratello, sorella, la forza di Pasqua invita a rotolare via i massi della delusione e della sfiducia; il Signore, esperto nel ribaltare le pietre tombali del peccato e della paura, vuole illuminare la tua memoria santa, il tuo ricordo più bello, rendere attuale quel primo incontro con Lui. Ricorda e cammina: ritorna a Lui, ritrova la grazia della risurrezione di Dio in te! Torna in Galilea, torna nella tua Galilea.
Fratelli, sorelle, seguiamo Gesù in Galilea, incontriamolo e adoriamolo lì dove Egli attende ognuno di noi. Ravviviamo la bellezza di quando, dopo averlo scoperto vivo, lo abbiamo proclamato Signore della nostra vita. Torniamo in Galilea, alla Galilea del primo amore: ognuno torni alla propria Galilea, quella del primo incontro, e risorgiamo a vita nuova»!
Domenica di Resurrezione, Buona Pasqua, come nuovo inizio
Per REINIZIARE c’è solo da guardarlo in faccia, il Risorto (metto in fila i volti a me più cari, lungo quei trecento anni di pittura da Giotto a Caravaggio). Poi c’è da non fargli resistenza, c’è da permettergli di prendermi per il polso perché anch’io possa toccare – qui e ora – la piaga gloriosa del costato. Infine c’è da fare strada (perché “è bella la strada per chi cammina, è bella la strada per chi va…”), c’è da mettersi in movimento per raccontare (di solito in silenzio, lasciando parlare la letizia dei nostri volti), per ridire “quello che abbiamo visto e udito, quello che le nostre mani hanno toccato”.
COMINCIARE E SEMPRE RI-COMINCIARE.
“RI-” significa “DI NUOVO”, sempre in modo nuovo. Isoliamolo e lasciamolo cantare questo “RI-”, delizioso e pungente come “La goccia di Chopin”:
“RI-COMINCIARE è una parola molto vicina alla parola più cristiana, alla parola finale cristiana: «RI-SORGERE», «RI-SURREZIONE». Quante volte ci siamo RI-CORDATI che proprio per questo la Pasqua è il mistero principale, il mistero grande della vita cristiana! È per Colui che è tra noi che ognuno di noi RI-PRENDE, ognuno di noi RI-COMINCIA, ognuno di noi RI-NASCE, ognuno di noi RI-SORGE. Per ogni giornata e ora e istante della nostra vita, la RI-SURREZIONE, la RI-PRESA, il RI-COMINCIARE debbono dettare il cammino…” (Luigi Giussani)
Oggi è in scena lui, l’AMORE, anzi loro tre: amore uno, amore due e amore tre.
• La prima ad entrare in scena è lei, la Maddalena. Per molti molti secoli sapevano tutti che era proprio lei la peccatrice che con le lacrime aveva lavato i piedi di Gesù, poi li aveva asciugati asciugati coi capelli e cosparsi di profumo: “a lei molto è perdonato perché molto ha AMATO”.
• Il secondo è Pietro che va più piano, ma entra per primo nel sepolcro vuoto: “MI AMI TU…MI AMI TU…MI VUOI BENE?”
• Il terzo è Giovanni, “il discepolo che Egli AMAVA”. Aveva diciotto o vent’anni e correva più veloce, ma arrivato lì attese Pietro: il carisma va più veloce ma poi attende l’istituzione, come ci ha ricordato padre Lepori.
Il nostro Medioevo sapeva bene che il punto di vista sul Fatto che ci salva è quello dell’AMORE. Il mio Giotto, nella Cappella della Maddalena da lui affrescata nella Basilica Inferiore di Assisi, genialmente pone attorno a Gesù proprio Pietro e Giovanni nel momento in cui per la prima volta entra in scena la pubblica peccatrice (Lc 7).
Oggi è in scena l’amore, una parola da capire bene guardando in faccia questi tre, che a loro volta l’hanno capito bene guardando Lui, l’Amore fatto carne, carne crocifissa e risorta. “Caro cardo salutis” (Tertulliano): la carne è il cardine della salvezza.
Lunedì dell’Angelo
In questo BEL GIORNO che dura otto giorni (Ottava di Pasqua), oggi è il “Lunedì dell’angelo”, quello con l’aspetto di un radioso giovane visto dalle donne che erano giunte di buon mattino al sepolcro: “Entrate nel sepolcro, videro un giovane, seduto sulla destra, vestito d’una veste bianca, ed ebbero paura. Ma egli disse loro: «Non abbiate paura! Voi cercate Gesù Nazareno, il crocifisso. È risorto, non è qui. Ecco il luogo dove l’avevano posto. Ma andate, dite ai suoi discepoli e a Pietro: «Egli vi precede in Galilea. Là lo vedrete, come vi ha detto» (Mc 16).
Andiamolo ad ammirare, questo angelo in veste bianca, nel Monastero di Mileševa, in Serbia (1235 circa).
L’angelo risponde alle donne – certo – ma lo fa guardando negli occhi noi, indicando a noi le bende dalle quali è sgusciato il Risorto. E noi vediamo da una parte questo angelo e i soldati addormentati che verranno di lì a poco pagati per dire una bugia dalle gambe ben corte (se dormivate come fate ad affermare che sono venuti di notte i suoi discepoli a rubare il corpo di Cristo, e se non dormivate perché non avete impedito loro di portarlo via?); ma soprattutto dall’altra parte, ai piedi delle donne, oltre la finestra vediamo la nostra “Galilea dell’incontro” e la Giudea e l’Italia e il mondo. Vediamo la verde terra che oggi attende un ANGELO il quale abbia stampato in faccia l’EU-ANGÈLO.
Anche a me oggi è accaduto questo entusiasmante lavoro, con una quarantina di tredicenni di Meda che mi hanno seguito attentissimi per 90 minuti durante la videoproiezione, poi in visita guidata in Cappella degli Scrovegni. Anch’io ho detto loro di non avere paura, ma di verificare nell’esperienza la “bella notizia”. Che è come dire, seriamente, “Buona Pasqua”.
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