“Ciascuno di voi è Lazzaro”

Giotto, Resurrezione di Lazzaro, 1303-1305, Padova, Santa Maria della Carità, detta Cappella degli Scrovegni – Fonte Wikipedìa

Colletta

Dio dei viventi,
che hai manifestato la tua compassione
nel pianto di Gesù per l’amico Lazzaro,
ascolta con benevolenza il gemito della tua Chiesa,
e chiama a vita nuova
coloro che stanno nelle tenebre e nell’ombra di morte.

Commento artistico-spirituale al Vangelo della V DOMENICA DI QUARESIMA – ANNO A – Domenica 26 Marzo 2023

Di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg

Nel 1303 il padovano Enrico Scrovegni, affida a Giotto la decorazione ad affresco della cappella che porta il suo nome. I lavori, terminati dopo soli due anni, meravigliano per l’energia e la novità come conferma il pittore senese Cennino Cennini nel primo capitolo de «Il libro dell’Arte» (fine XIV sec.): «Giotto rimutò l’arte del dipingere di greco in latino e ridusse al moderno». L’artista fiorentino seppe infatti introdurre nella pittura il senso della natura e il

valore della storia, assenti nell’arte bizantina.
Nella parete sinistra, guardando all’altare, si trova la formella della «Risurrezione di Lazzaro», compresa nelle «Storie di Gesù» del registro centrale superiore. L’affresco fa riferimento al racconto del Vangelo di Giovanni (cap. 11) in cui si narra della «Risurrezione di Lazzaro», il miracolo/segno di Gesù che riportò in vita l’amico di Betania. Leggiamo con attenzione il brano e guardiamo l’immagine affidandoci agli occhi, al cuore, alla mente.
Le sorelle, Marta e Maria, mandano a dire all’amico Gesù di venire a Betania per curare il fratello gravemente ammalato. Quando Cristo arriva, l’amico è già sepolto da quattro giorni e alle sorelle che lo implorano di riportare in vita Lazzaro, chiede di fidarsi di Lui e d’essere accompagnato al sepolcro dove, profondamente commosso, domanda che sia tolta la pietra. Giotto raffigura la parte finale del racconto: Gesù, dopo aver pregato Dio Padre, ordina «Lazzaro, vieni fuori!».
Leggiamo la scena da sinistra, partendo da Gesù che, concentrato, accompagna il comando con il gesto della mano nello spazio fra i discepoli e le altre persone sbalordite. Marta e Maria, diverse nel modo di seguire il Maestro, sono insieme imploranti, prostrate ai suoi piedi.
Nell’impianto iconografico, l’artista inserisce, tra gli altri, un elemento nuovo. Al centro, il giovane in abiti verdi, colto in pieno movimento, guarda con attenzione il cadavere di Lazzaro in attesa dell’imminente rianimazione, prestando gli occhi a noi visitatori affinché, pur desiderosi di vedere il «miracolo», giungiamo ugualmente a cogliere il «segno» del soprannaturale. Addirittura la montagna, sulla destra, non è più brulla: ci sono alberi frondosi e un giglio, simboli della forza di Dio che farà ritornare alla vita il Cristo stesso. Lazzaro, avvolto nelle bende bianche con cui era stato deposto nel sepolcro, è stato da poco richiamato alla vita e, sorretto da due discepoli (l’aureola lo conferma), mostra il volto segnato dalla morte. Un discepolo e chi sta dietro di lui, si coprono il naso per il fetore dell’ormai iniziata decomposizione del corpo mentre due personaggi, in basso, spostano la lastra del sepolcro.
Com’è efficace nel romanzo «La ciociara» di Moravia, l’affermazione di Michele: «…ricordatevi questo: ciascuno di voi è Lazzaro… e io leggendo la storia di Lazzaro ho parlato di voi, di tutti voi…».

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Author: Libertà e Persona

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