“Partecipare al mistero della Croce”

Commento artistico-spirituale al Vangelo del Venerdì Santo

Di don Tarcisio Tironi, Direttore M.A.C.S. (Museo di Arte e Cultura Sacra) di Romano di Lombardia-Bg

Carlo Previtali, Il Crocifisso, 2002, M-A.C.S
Romano di Lombardia

Colletta

O Dio, che nella passione del Cristo nostro Signore
ci hai liberati dalla morte, eredità dell’antico peccato
trasmessa a tutto il genere umano,
rinnovaci a somiglianza del tuo Figlio;
e come abbiamo portato in noi, per la nostra nascita,
l’immagine dell’uomo terreno,
così per l’azione del tuo Spirito,
fa’ che portiamo l’immagine dell’uomo celeste.
Per Cristo nostro Signore.

L’evangelista Giovanni ci ha lasciato un coinvolgente affresco della passione e della morte di Gesù di Nazaret (18,1-19-42) che ha ispirato, come i racconti di Matteo, Marco, Luca, artisti d’ogni linguaggio a realizzare opere nei vari secoli.
Il «Crocifisso» modellato da Carlo Previtali nel 2002 in ceramica raku policroma, è una figura in altorilievo senza braccia – «mi piace immaginarla come una scultura antica», confida lo scultore – che, donata dall’artista, sta all’ingresso del M.A.C.S., il Museo d’Arte e Cultura Sacra di Romano di Lombardia, a salutare ogni persona presentando Colui che è «un esempio – afferma il critico d’arte Giorgio Mascherpa nel testo riportato accanto all’opera – mirabile e insostituibile per tutti i viventi, laici o credenti che siano, un segno impareggiabile di fratellanza spirituale nel dolore». Sotto i piedi, fissati alla croce con un grande chiodo rinvenuto sui monti della guerra 1915-1918, si trovano cinque teste di scheletri a ricordare che il Cristo è morto per tutti. Sopra una di queste, la verde lucertola rimane alla luce e al caldo per richiamare che dal Crocifisso viene la Vita, in modo continuo come confermano i rossi chicchi della melagrana.
Ai piedi del Crocifisso, Previtali presenta un cartiglio con la parola greca «ΙΧΘΥΣ» (in italiano, «pesce»), nata nel cristianesimo primitivo, prima della croce. Per evitare la legge dell’impero romano che vietava d’essere credenti in Cristo, i cristiani s’inventarono questo termine per potersi vicendevolmente riconoscere senza essere scoperti. Ciascuna delle cinque lettere di «ΙΧΘΥΣ» è l’iniziale d’altrettante parole formanti nell’insieme una professione di fede, in italiano: «Gesù Cristo, Figlio di Dio, Salvatore». L’artista riprende l’antica simbologia invitando chi guarda l’uomo in croce, con l’aureola dai raggi dorati, a riconoscerne la vera identità.
Sul lato sinistro dell’opera compare su tre ordini, accanto al ginocchio, la scritta «INRI», di cui si narra nel Vangelo: «Pilato compose anche l’iscrizione e la fece porre sulla croce; vi era scritto: “Gesù il Nazareno, il re dei Giudei”. Molti Giudei lessero questa iscrizione, perché il luogo dove Gesù fu crocifisso era vicino alla città; era scritto in ebraico, in latino, in greco».
Continuiamo a riflettere aiutati da un testo di Tonino Bello, il vescovo che da sentinella profetica promosse pace, nonviolenza, giustizia. «Peccato che sia troppo alta e peccato anche che noi non possiamo vederla dal di dietro, questa croce. Ma dietro c’è un posto vuoto: c’è il posto per noi. Essere cristiani significa che da una parte è inchiodato Gesù e dietro ci facciamo inchiodare noi, come è successo a Maria. Non c’è da aver paura: quando sopraggiunge la disperazione, basta dare una voce a Gesù che sta dall’altra parte: “Gesù, sei qui?”. E il Signore risponde: “Non aver paura, non ti ho abbandonato”».

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Author: Libertà e Persona

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