
Amsterdam, Van Gogh Museum
Arrivato a poco meno di duemila iscritti, il Canale Youtube “Roberto Filippetti” conta quasi 30.000 visualizzazioni da quando è nato, l’8 maggio 2020. Erano i mesi lunghi e angosciosi della prima chiusura pandemica e l’amico prof. Roberto Filippetti non aveva rinunciato ad essere “lavoratore nella vigna del Signore” ed anzi aveva scelto attraverso Facebook di “cantare il suo amore” per il Bene, il Bello e il Vero lasciandosi incantare dai colori della primavera.
I brevi video postati sulla sua pagina Facebook sono stati presto rilanciati sull’omonimo canale YT, creato proprio per dare l’occasione ai tanti naviganti della rete di poter riascoltare la voce dolce e decisa del professore che, davanti ad un campo fiorito o lungo una stradicciola campestre, recitava a memoria una poesia, riaccendendo in noi il desiderio di trasformare la letteratura in un balsamo di vita, in possibilità di luce oltre l’affanno del presente (di quel primo lockdown davvero pesante per tutti).
Recitare a memoria una poesia! Da quanto tempo non impariamo una poesia da recitare a memoria? Da quanto tempo non recitiamo più a memoria una poesia che – forse un tempo – amavamo recitare? E cosa mi può dare in più l’ascolto di una persona che recita una poesia?
Che cosa significa ricordare una poesia? La prof. ssa Gisella Merli, presentando il video del Prof. Roberto Filippetti, “Splendore del giallo”, ci offrirà una sua lettura del tema.
Marcello Giuliano
Memorare
“Memorare” è un verbo caro a Dante. Quando quasi in cima al monte del Purgatorio incontra l’amico e poeta Forese Donati, fra i due il dialogo si vela di nostalgia per il tempo vissuto insieme a Firenze: “Se tu ripensi a come ti sei comportato con me e a come io mi sono comportato con te, ancora oggi il ricordo di quel tempo sarà doloroso”.
Se tu riduci a mente
Pg. XXIII, 115-7
qual fosti meco, e qual io teco fui,
ancora fia grave il memorar presente.
“Memorare”, che resterà nella nostra lingua italiana solo come verbo d’uso poetico e squisitamente letterario, ci suggerisce di vedere meglio come opera in noi la forza del ricordo.
Quanto nella vita ci accade di vivere o di incontrare resta in noi, sedimenta in noi, costruisce – anche senza il nostro assenso – il nostro patrimonio di ricordi.
Quando sono i ricordi a presentarsi alla nostra memoria ecco che “ricordare” diventa propriamente un “memorare”, un accorgersi di portare dentro di noi ciò che avevamo dimenticato, ciò che temevano non appartenerci più.
Quando “si commemora” si sceglie di dare forma solenne ad un ricordo che non può stare relegato alla sfera privata, perché quel particolare “ricordo” non può essere riservato al singolo, ma chiede che sia onorato pubblicamente, sia esso celebrato da una liturgia civile o religiosa.
Lasciarsi prendere dalla forza del ricordo, lasciarsi abbracciare da ciò che la mente ha vissuto. Quale compito alto ha la letteratura quando essa ci dona la possibilità di trattenere nella nostra memoria – “memorare” appunto – ciò che altri hanno vissuto prima di noi e per noi!
“Memorare” è la capacità di “redurre a mente”, come ci suggerisce Dante: non è un atto di supina accettazione del passato. Imparare a memoria le poesie, come un tempo fin dalle prime classi elementari si usava (forse meglio si osava?!), non è sfoggiare un sapere di altri per far presa in società. È ben altro.
È far tesoro dentro di noi di un immenso repertorio di immagini, pensieri, emozioni che chi ci ha preceduto ha esplorato prima di noi e per noi.
Prima di noi e per noi: ecco il senso della tradizione letteraria.
Sentire risuonare dentro di noi le parole di Dante, di Manzoni, di Leopardi, di Montale è come sostare un po’ in loro compagnia: “memorare” i loro versi è fare esperienza viva di un’avventura comune, “se tu riduci a mente / qual fosti meco, e qual io teco fui”.
L’ascolto del prof. Roberto Filippetti, solo e pensoso nei più diserti campi, è un’occasione straordinaria per avvicinarsi ai versi dei Nostri grandi poeti. Avvicinarsi e poi sostare.
Prendere tempo nel tempo vorace dei nostri impegni quotidiani per carpire dalla voce soave del professore tutta l’intensità di vita che quei versi hanno da comunicare. O meglio donare.
Ed è così che in un campo di fiori gialli il prof. Filippetti può dire – con Montale e grazie a Montale – “Portami il girasole impazzito di luce”.
Portami. “MEMORA”.
Gisella Merli, docente di Italiano e Latino