DANTE, IL POETA “VOLGARE”

Luca Signorelli, Dante, affresco, 1499-1502, particolare tratto dalle Storie degli ultimi giorni, cappella di San Brizio, Duomo di Orvieto

La grande scelta della Comedia

Nell’ A. D. XI KAL. MAI., ricorrendo il mio genetliaco … No! Cominciare alcune riflessioni sul settecentesimo anniversario del natale al Cielo di Dante in questo modo non sarebbe coerente con il Suo spirito.

Difatti, pur essendo uomo dotto, abituato a scrivere in latino, Egli scelse per la sua Comedia, -dal Boccaccio ribattezzata in Divina Comedia-, il volgare. Tale lingua prevaleva nel vulgo ed offriva la possibilità di esprimere in parole nuove, coniandone pur altre, il Poema sommo, ancora letto in tutto il mondo.

Così, il Poeta lasciava alle genti d’Italia una lingua nuova, ricca, mentre gli altri uomini colti e artisti, e pure gli scienziati, continueranno per secoli a scrivere le loro opere in latino, lasciando al volgare solo le canzoni e poco più.

Ma oggi, la stessa Divina Commedia sembra essere vittima del tempo e dei cambiamenti, come già le opere in latino. La lingua di Dante agli uomini di oggi, e ai giovani soprattutto, sembrerebbe incomprensibile e inutile.

Dante non tace

Eppure, Dante non tace e continua simbolicamente a parlare anche alle nuove generazioni, solo che sappiano accorgersi.

Purtroppo, vi è una differenza tra l’oggi e l’epoca di Dante. Mentre con Dante e, poi, con altri letterati, la lingua italiana si sviluppò, oggi essa sembra involversi, impoverirsi, a causa dell’oblio sempre più veloce delle parole, che sembrano difficili, come così appaiono tutte quelle cose da noi semplicemente non conosciute. Se non conosci le parole non puoi esprimere a te stesso i tuoi pensieri e, in fine, non pensi.

Tornando al principio

Allora, tornando al principio, volgarmente scriverei: Il 21 Aprile di quest’anno … Sì, così posso raccontare del dono ricevuto da mio figlio, come di un fatto storico che non solo è cronaca, ma è evento, ciò che viene fuori dal non conosciuto e mi ‘cade’ vicino, interrogando me.

Si presenta alle mie spalle alle sette del mattino e mi dice: «Papà, ti do ora il mio dono perché stasera non ci sarà tempo. Te lo dono perché so che ti interessa». Ovvero, direbbero Nembrini e D’Avenia, tra te e lui c’è un inter-esse, c’è qualcosa tra voi. E mi presenta il volume, notevole per contenuti e dimensioni, de l’Inferno di Dante, scritto nel 2018 da Nembrini e collaboratori, per i tipi della Mondadori. Commovente questo gesto, che chiude una vicenda più ampia.

Di generazione in generazione

Il 22 Giugno 1977, infatti, mio Padre mi donava, dopo averne fatta lussuosamente rilegare la sciupata edizione lasciatagli da suo Padre con appuntato Noto, lunedì 18 Novembre 1912, l’edizione del Tommaso Casini nella quinta versione accresciuta e corretta per G. C. Sansoni – MCMXII e per lui cara. Me  la donò, dunque, come un tesoro, quale trasmissione del testimone tra generazioni diverse.

È un miracolo che dal mio bisnonno, al nonno, al padre, al figlio, al bisnipote, oggi questo testimone si trasmetta, sia consegnato -per mio figlio dal trisnonno al trisnipote? Sì, nel significato letterale del termine: guardate occhi! Questa è una cosa meritevole di essere mirata. Questa è cosa da guardarsi con intensità, da ammirarsi, guardarsi con stupore!

Dov’è il limite di questa trasmissione di generazione in generazione, se non nella generazione che precede? Là dove vi sia amore e comprensione per un’opera, sentita come vera e viva, anche nel giovane, ordinariamente, si rinnoverà l’interesse. Laddove vi fosse uniforme e insensibile ripetizione, dovuta perché un’opera deve essere studiata, vi sarà spesso un  apprendimento che resta estraneo. Poco o tanto, occorre che quell’opera prima abbia detto qualcosa a chi l’ha insegnata. Allora, ai suoi allievi potrà parlare ancora. È così per ogni opera d’arte, come a me avvenne perfino con i Vangeli!

In una classe quinta della primaria

Ieri, per esempio, dopo avere avviato con opportuna preparazione i miei alunni di una quinta elementare alla comprensione dei mosaici del catino absidale di sant’Apollinare in classe, feci ascoltare il Requiem di Verdi, ivi eseguito da Coro e orchestra, diretti da Riccardo Muti, facendo seguire il testo musicale, accompagnato da splendide e simboliche riprese di RAI 1.

Dall’inutile al bello

Inizialmente, se nelle precedenti lezioni gli alunni avevano dimostrato di comprendere un poco il significato del grande mosaico (per loro una immagine dal linguaggio più familiare), si sentivano, tutto sommato, estranei al brano musicale, non essendo mai stati preparati a simile arte. Ma quando io feci notare che, in essa, immagine, musica e parole sono legate sapientemente e che nella pubblicità televisiva, il grande pubblicitario è quello che sa legare proprio immagine, musica e parole fino a indorare mirabilmente prodotti anche assolutamente inutili o negativi, come se fossero meraviglie, ecco che si verificò come un ondeggiamento nella classe, che si risvegliava nell’interesse. E aggiungevo che i migliori pubblicitari sono proprio quelli che conoscono quest’arte visiva e musicale nella sua storia. Essi, conoscendo queste vette, che sono vero oro puro e disinteressato, ne traggono note, immagini e sapori capaci di indorare, come oro matto, ma seduttivo, qualunque prodotto a loro affidato, ed è un successo. 

E da lì parlammo di come le cose più belle della loro vita siano i momenti in-utili, che non producono, dove si contempla qualcosa di bello, anticipazione dell’estasi contemplativa.

La pubblicità riesce a sedurre se, in qualche modo, sollecita un interesse per la fascinosa bellezza, ovviamente, in tal caso, non per la Bellezza ‘vera’, in quanto è applicata, forse, ad un oggetto non vero, (tema cui i bambini sono ancora sensibili), illusorio, simulazione del bello, bellezza volta primariamente, od escusivamente, all’utile economico.

Sapremo, invece, superare in noi la vana bellezza e rinnovare la passione per ciò che è oltre e nelle parole, nei colori, nelle note, perché altre generazioni seguano le orme? Sapremo far scoprire ai ragazzi la ‘musica’ che è nelle ‘note’ di Dante, quell’ inno che Dante udiva sanza intender?

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Author: Marcello Giuliano

Nato a Brescia nel 1957, vive a Romano di Lombardia (BG). Dopo aver conseguito il Baccelierato in Teologia nel 1984 presso il Pontificio Ateneo Antonianum di Roma e il Diploma di Educatore Professionale nel 2001, ha lavorato numerosi anni nel sociale. Insegnante di Religione Cattolica nella Scuola Primaria in Provincia e Diocesi di Bergamo, collabora ai cammini di discernimento per persone separate, divorziate, risposate ed è formatore per gli Insegnanti di religione Cattolica per conto della stessa Diocesi. Scrive sulle riviste online Libertà & Persona e Agorà Irc prevalentemente con articoli inerenti la lettura simbolica dell’arte ed il campo educativo. Per Mimep-Docete ha pubblicato Dalla vita alla fede, dalla fede alla vita. Camminando con le famiglie ferite (2017); In collaborazione con Padre Gianmarco Arrigoni, O. F. M. Conv., ha curato il libro Mio Signore e mio Dio! (Gv 20, 28). La forza del dolore salvifico. Percorsi nella Santità e nell’arte, (2020). Ancora con Padre Gianmarco Arrigoni O. F. M. Conv., Non è qui, è Risorto! Mimep-Docete, Marzo 2024.

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