
Quanti nodi, troppi nodi …
Un titolo equivocabile seguito da un “catenaccio” (termine dell’editoria giornalistica) ancora più equivocabile, quello di Aleteia del 13 Dicembre 2017:
La “traccia” dei vescovi argentini diventa “magistero autentico”. Queste le indicazioni che dovranno seguire vescovi e sacerdoti di tutte le diocesi. (L’intero articolo qui )
I documenti del Magistero non Pontificio, se vengono riportati su “Acta Apostolicae Saedis”, ricevono ovviamente un significato di ufficialità e, quindi, espressione del pensiero del Pontefice, ma, in questo caso, non è chiaro in quale misura questo documento vincoli. Infatti, lo stesso Pontefice già stabilì che non si intendeva dare nuove norme e, restando immutata la regola canonica, secondo la quale ogni Vescovo nella propria Diocesi ha la massima autonomia (come lo stesso documento riporta poche righe prima del n. 1), -salvo andare contro il Diritto Canonico e i Concilii dogmatici-, la questione non si risolve se non si apporterà ulteriore chiarezza.
Con ciò vorremmo avvallare la tesi secondo cui uno o più Vescovi potrebbero o dovrebbero pronunciarsi diversamente dai vescovi Argentini, nonostante la scelta del Santo Padre? A mio parere c’è una via per comprendere come il Magistero in materia e le prospettive del nuovo atto del Magistero vadano intese in continuità e l’ho esposto in un capitolo del mio recente libro Dalla vita alla fede dalla fede alla vita. Camminando con le famiglie ferite (qui). Chi fosse interessato, potrà verificare di persona.
Vediamo
- I documenti delle Conferenze Episcopali non superano i documenti dei singoli Vescovi perché non rappresentano Chiese Nazionali, che non esistono, ma sono un riferimento, certo autorevole, per i Vescovi della regione.
- Il magistero del Vescovo è magistero autentico se in comunione con il Papa e con il Magistero precedente.
- Il Papa risponde alla lettera della Conferenza Episcopale Argentina con grande apprezzamento del contenuto e dichiara “Questo testo è molto valido e spiega esaurientemente il senso del capitolo VIII della Amoris laetitia. Non ci sono altre interpretazioni ” (Vaticano, 5 settembre 2016 lettera indirizzata a Mons. Sergio Alfredo Fenoy, Delegato della Regione Pastorale di Buenos Aires).
- Sappiamo che qualunque Vescovo potrà dare interpretazioni fedeli all’Esortazione Apostolica, basandosi sui documenti ufficiali inerenti ad Amoris Laetitia, -ben pochi fino ad ora- e agli altri Documenti del Magistero, mai smentiti, e mai smentibili in quanto vi è di duraturo.
- Se il Santo Padre, ora, intende adottare come ufficiale l’interpretazione della Conferenza Argentina, sta indicando delle norme universali quando, a Sua detta, agli inizi, così non era. Ovviamente il Santo Padre può cambiare indirizzo, ma forse potrebbe esplicitarlo per chiarezza e fugare, così, i dubbi.
- Aletia a pagina 4 dell’articolo precisa:
“Qualche giorno fa, il segretario di stato, Pietro Parolin, confermava che la lettera dei vescovi argentini è stata inserita negli Acta per diretta volontà del Papa, che ha voluto elevarla a “magistero autentico”. Tradotto, non si potrà sminuirne la portata, riducendo i complimenti a messaggio privato ad amici di vecchia data.
Eppure, nonostante ciò, proprio tutto chiaro non deve essere, se è vero che i vescovi polacchi – tra i più restii a fare proprie le conclusioni del Sinodo – hanno ribadito, attraverso le parole del loro presidente, mons. Stanislaw Gadecki, che la questione relativa all’accompagnamento delle coppie divorziate «richiede ulteriori chiarimenti, visto che non vorremmo ingannare nessuno presentando questo problema in termini generali che in realtà non significano nulla»”.
I “tutti” diventano “non tutti”, i “Nessuno” “qualcuno”, questo, sì
7. D’altro canto, sempre Aletia riporta a pagina 1 Amoris Laetizia, 297 e scrive:
Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino.
8. Eppure il Santo Padre, a proposito dei sacerdoti macchiatisi di pedofilia, dice che non concederà mai la riabilitazione. Già cominciamo a togliere dai “tutti” chi? “questi”? “Nessuno può essere condannato per sempre”, ma questi “sì”. Non è chiaro il perché. Il perché c’è, ma non è chiaro.
Ma qui ci interessa non quella questione, ma l’affermazione in sé, perché contraddice il “tutti” di Amoris Laetitia. Se “tutti” non è “tutti” sarà “la maggior parte”?, ma allora qui si riapre tutta la questione.
9. Essenzialmente, le diverse osservazioni, avanzate direttamente al Santo Padre da diversi suoi collaboratori, non erano su quanto viene detto dal testo, ma su quanto non viene detto e rischiava e rischia non chiarezza non solo tra i fedeli, ma tra gli stessi pastori, in primis i Sacerdoti oltre che i Vescovi.
Di cosa non parla Amoris Laetitia e nemmeno il Documento Argentino
10. Dai “tutti” forse dobbiamo escludere ancora “qualcuno”, ci si chiedeva? I quesiti posti riguardavano, per esempio, chi, esaminate le sue migliori condizioni di animo, -in cammini anche seri di discernimento-, comunque non intenda modificare la propria situazione. Ne consegue che, soggettivamente, queste persone preferiscano, a motivo dei più nobili motivi umani, declinare l’invito ad aderire al Kerigma che il Documento Argentino e Amoris Laetitia insegnano debba essere riannunciato, anche più volte alla stessa persona.
A questo punto, non accogliendo il Kerigma ma restando in cammino, essendo stati tuttavia “illuminati” da esso, queste persone rifiuteranno il Kerigma nella specificità della fedeltà allo sposo/a e, dunque, volere o no, saranno chiaramente, per la comunità, in peccato grave/mortale, come lo si voglia chiamare, finché non riusciranno ad accettarlo. Oppure, di fatto non saranno mai in peccato mortale perché in cammino?
Come dire: -Sono in cammino; non accetto le conseguenze dell’annuncio, ma resto in cammino, dunque posso ricevere i sacramenti, anche se dovrò cambiare un giorno! Ma non sono in peccato perché non pienamente consapevole. Questa questione in Amoris Laetitia non viene affrontata e il Documento dei Vescovi Argentini non lo affronta, e il Santo Padre, che non rispose ai Dubia, nemmeno ora sembrerebbe rispondere.
Quanto il Documento Argentino cita e afferma ai nn. 5-6 non ci sembra possa essere interpretato come il Documento vorrebbe. Così, invece, il Documento della Conferenza Episcopale ora in Acta Apostolicae Saedis:
“5) Quando le circostanze concrete di una coppia lo rendono fattibile, soprattutto quando entrambi sono cristiani con un cammino di fede, si può proporre l’impegno di vivere in continenza. La Amoris laetitia non ignora le difficoltà di questa opzione (cfr. Nota 329) e lascia aperta la possibilità di accedere al sacramento della Riconciliazione quando non ci si attiene a questo proposito (cfr. Nota 364, secondo l’insegnamento di San Giovanni Paolo II al cardinale W. Baum, del 22/03/1996)”.
6) In altre circostanze più complesse, e quando non si è riusciti a ottenere una dichiarazione di nullità, l’opzione menzionata può non essere di fatto realizzabile. Ad ogni modo, è comunque possibile un cammino di discernimento. Se si arriva a riconoscere che in un caso concreto ci sono limitazioni che attenuano la responsabilità e la colpevolezza (cfr. 301-302), soprattutto quando una persona considera che cadrebbe in un’ulteriore mancanza danneggiando i figli nati dalla nuova unione, la Amoris laetitia apre la possibilità all’accesso ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia (cfr. Note 336 e 351). Questi a loro volta dispongono la persona a continuare a maturare e a crescere con la forza della grazia.
Ma il documento di San Giovanni Paolo II sembra dire diversamente dal senso qui inteso, ed eccolo più ampiamente riportato con nostre sottolineature:
“5. In parte per la errata riduzione della valenza morale alla sola così detta “opzione fondamentale”, in parte per la riduzione parimenti errata dei contenuti della legge morale al solo precetto della carità, spesso inteso vagamente con esclusione degli altri peccati, in parte ancora – ed è forse questa la più diffusa motivazione di tale comportamento – per una interpretazione arbitraria e riduttiva della “libertà dei figli di Dio”, voluta come preteso rapporto di privata confidenza prescindendo dalla mediazione della Chiesa, purtroppo oggi non pochi fedeli accostandosi al sacramento della penitenza non fanno l’accusa completa dei peccati mortali nel senso ora ricordato del Concilio Tridentino e, talvolta, reagiscono al sacerdote confessore, che doverosamente interroga in ordine alla necessaria completezza, quasi che egli si permettesse una indebita intrusione nel sacrario della coscienza. Mi auguro e prego affinché questi fedeli poco illuminati restino convinti, anche in forza di questo presente insegnamento, che la norma per cui si esige la completezza specifica e numerica, per quanto la memoria onestamente interrogata consente di conoscere, non è un peso imposto ad essi arbitrariamente, ma un mezzo di liberazione e di serenità. È inoltre evidente di per sé che l’accusa dei peccati deve includere il proponimento serio di non commetterne più nel futuro. Se questa disposizione dell’anima mancasse, in realtà non vi sarebbe pentimento: questo, infatti, verte sul male morale come tale, e dunque non prendere posizione contraria rispetto ad un male morale possibile sarebbe non detestare il male, non avere pentimento. Ma come questo deve derivare innanzi tutto dal dolore di avere offeso Dio, così il proposito di non peccare deve fondarsi sulla grazia divina, che il Signore non lascia mai mancare a chi fa ciò che gli è possibile per agire onestamente. Se volessimo appoggiare sulla sola nostra forza, o principalmente sulla nostra forza, la decisione di non più peccare, con una pretesa autosufficienza, quasi stoicismo cristiano o rinverdito pelagianismo, faremmo torto a quella verità sull’uomo dalla quale abbiamo esordito, come se dichiarassimo al Signore, più o meno consciamente, di non aver bisogno di Lui. Conviene peraltro ricordare che altro è l’esistenza del sincero proponimento, altro il giudizio dell’intelligenza circa il futuro: è infatti possibile che, pur nella lealtà del proposito di non più peccare, l’esperienza del passato e la coscienza dell’attuale debolezza destino il timore di nuove cadute; ma ciò non pregiudica l’autenticità del proposito, quando a quel timore sia unita la volontà, suffragata dalla preghiera, di fare ciò che è possibile per evitare la colpa” (Giovanni Paolo II, Lettera al Card. Bawm, 22 marzo 1996, 5 Insegnamenti XIX, 1 (1996), 589.
Proprio le ultime parole chiariscono l’intendimento di San Giovanni Paolo II. E’ certo che spesso due risposati, in sincero cammino di conversione, non potranno essere sicuri di non cadere nel non vivere da fratello e sorella, ma basterebbe che, sinceramente, facessero il proposito pur non potendo essere certi di mantenerlo. Chi può sapere se domani non peccherà? Sarebbe una presunzione e un peccato anche questo! In quel caso potrebbero comunque accedere, con sincero pentimento, al sacramento della riconciliazione. E così ogni volta, come accade anche per altri gravi peccati nei quali, purtroppo, si può ricadere e da parte di chiunque. Questa non sarebbe ipocrisia, ma umiltà.
Prendiamo, per esempio, il caso di un sacerdote, che ripetutamente ricada in peccati quali il peccato solitario o relazioni con persone di altro sesso (situazione certo pesante di fragilità). Non gli si chiede, di per sé, di lasciare il ministero, ma di emendarsi pregando, facendo penitenza e confessandosi per essere in grazia di Dio. Gli uni e l’altro sarebbero e sono in cammino di santità appunto perché peccatori. Per loro vi è sempre la Speranza con la maiuscola, cioè, cristiana.
Il Documento della Conferenza Episcopale Argentina in più passi dà indicazioni restrittive e di grande serietà, ciò va affermato, ma lascia alcuni aspetti aperti.
Amoris Laetitia va accolta?
Ogni documento del Santo Padre va accolto, possibilmente anche i suoi desideri , come tanti santi insegnano, ma le questioni non chiare perché non ancora pienamente affrontate aprono interrogativi, come sempre è stato.
I nostri interrogativi, dunque, non sono interrogativi speciosi, né arzigogolamenti da Azzeccagarbugli, né preoccupazioni di tipo pelagiano o farisaico. (A proposito, il testo di San Giovanni Paolo II, citato sopra dai Vescovi Argentini, usa il termine “pelagiano” per dire qualcosa di segno diverso rispetto a quando Papa Francesco lo usa a propria volta a sostegno della propria lettura della pastorale matrimoniale. Prego i lettori di non considerare tale affermazione una critica al Papa perché non lo è. L’ermeneutica ha i suoi spazi.
Certi inspiegabili silenzi
Resta inspiegabile perché il Papa non risponda direttamente.
Nei pontificati precedenti, i pronunciamenti erano esaustivi. Chi non li condivideva si opponeva al Pontefice e il Pontefice o la Congregazione per la Dottrina per la Fede davano le risposte necessarie, anche severe, in certi casi. Qui non si risponde, ma si lascia in essere quasi una guerra strisciante tra interpreti diversi. Questo a chi giova? Io non lo so.