di Silvio Brachetta.
Non c’è salvezza, per chi è chiamato da Dio, se non per colui che decide «nel suo cuore il santo viaggio» – com’è scritto nel Salmo 83. Ma non può viaggiare, senza perdersi o morire, se non chi andrà «di virtù in virtù» finché, alla fine della strada, egli «compare davanti a Dio in Sion». I santi andranno di virtù in virtù, «ibunt de virtute in virtutem», crescerà lungo il cammino il loro vigore. Perché la virtus è disposizione virile, coraggio, abnegazione. È anche vis, forza, senza la quale si crolla sotto la fatica del viaggio.
Il pellegrino, allora, si stringe i fianchi con la cintura, prima di partire. Castiga, cioè, ogni suo moto del desiderio cieco e lo vincola alla ragione. La cintura che stringe i lombi è la ragione che stringe l’appetito smodato degli uomini verso i beni e le delizie di questo mondo e dell’altro. Non c’è modo di salvarsi, per chi è scelto da Dio, se non riceve dallo Spirito i suoi doni o i suoi talenti, se inoltre non ne trae virtù e se la virtù non dà i suoi frutti.
Le forme della castità
San Tommaso d’Aquino spiega infatti, nella Summa, che c’è la virtù laddove una certa tendenza è moderata dalla ragione. Spiega inoltre che «qualsiasi moto dell’appetito dev’essere castigato dalla ragione» e, per questo motivo, «qualsiasi virtù morale è castità» (IIaIIæ, q. 151, a. 2). Ogni virtù è un castigarsi, affinché le cose superiori non siano subordinate alle inferiori.
Tanto più, nella virtù specifica della castità, l’uomo e la donna devono cingersi i lombi con cinture assai resistenti, poiché «i piaceri venerei sono i più violenti e i più deprimenti per la ragione». E proprio di questi atti venerei gli uomini si vergognano maggiormente: ciò succede perché, a seguito del peccato originale, «il moto degli organi genitali non sottostà al comando della ragione come quello delle altre membra». Se invece la tendenza sessuale è un tutt’uno con la ragione e il sesso è il mezzo per raggiungere il fine buono stabilito da Dio (la procreazione nel matrimonio), il corpo e la mente rimangono caste, per quanto piacere se ne possa avvertire. Qua difatti il piacere non c’entra, ma c’entra invece il compimento della volontà di Dio.
Abbiamo allora tre forme di castità: quella perfetta dei vergini, che «si sono fatti eunuchi per il regno dei Cieli» (Mt 19, 12), quella dei vedovi e delle vedove e la castità matrimoniale, di coloro che restano fedeli alla verità dell’atto sessuale onesto. Non c’è, a questo proposito, nessuna onestà, né verità, nella fornicazione, nella masturbazione, nella pornografia, nella prostituzione, nell’omosessualità o nello stupro, perché non si tratta nemmeno di sessualità, ma soltanto di erotismo.
La concupiscenza
Il cristiano non può andare di virtù in virtù senza la vita sacramentale, specialmente senza la penitenza, la riconciliazione, la preghiera e la santa Eucaristia. Questo vale per ogni virtù e, in particolare, per la castità. Il Catechismo della Chiesa Cattolica ricorda che la castità «è anche un dono di Dio, una grazia, un frutto dello Spirito» (n. 2345). Come per tutte le virtù, anche per la castità s’inizia con la fatica e si finisce con il peso di molto alleggerito, di cui parla Gesù: «il mio giogo infatti è soave e il mio carico leggero» (Mt 11, 30). Nel merito, scrive san Josemaría Escrivá in Amici di Dio: «Quando si ha lo Spirito di Dio, la castità non è un peso molesto e umiliante», purché il dominio di sé proceda «dalla volontà, soprattutto se è unita alla Volontà del Signore». Non bisogna dimenticare che il nostro Dio è il Dio degli eserciti – «Deus virtutum» – ovvero il Dio della virtù e della forza.
Crescere nella virtù significa anche formare un habitus, un’abitudine a fare il bene e ad evitare il male. Per san Tommaso non c’è nulla di più stabile nell’uomo che i suoi vizi e le sue virtù. È quindi facile capire che con un abito virtuoso sarà più facile seguire il Decalogo e la legge naturale umana, ferma restando la libertà dell’arbitrio.
Potrebbe restare il dubbio sul perché nel sesso non vi sia il male, mentre nell’erotismo sì. Nonostante il mistero permanga, questo lo si può desumere dal libro della Genesi (3, 16). Dopo il peccato, Dio disse alla donna: «verso tuo marito sarà il tuo istinto». La traduzione in italiano non è delle migliori. La pericope, in ebraico, è assai più aspra, benché ciò che rimanda alla parola “istinto” sia intraducibile: «verso tuo marito sarà la tua passione», la tua «brama», la tua «libidine», la tua «concupiscenza», oppure «a tuo marito sarai costretta». Siamo già in una situazione più drammatica. Il problema non è relativo al sesso, poiché Dio permette alla donna di partorire figli, sia pur con dolore. Il male è invece nella concupiscenza, con la quale Dio punisce la colpa di Eva.
Eccellenza della castità
Se però il matrimonio è nella volontà di Dio, se il talamo nuziale è senza macchia, se san Paolo dice che il mistero che unisce il marito alla moglie è grande, perché lo stesso san Paolo Apostolo dice che «chi si sposa fa bene ma chi non si sposa fa meglio» (1 Cor 7, 38)? Soprattutto, in primo luogo, perché lo stesso Gesù Cristo distingue tra la bontà delle creature e la bontà, ricercata dagli stessi uomini, di un mondo superiore, quando afferma che vi sono eunuchi i quali «si sono resi tali per il regno di Dio» (Mt 19, 12).
Poi, in aggiunta, tutti i Padri e i Dottori della Chiesa esprimono l’eccellenza della castità e della verginità, come ad esempio sant’Agostino nel De Virginitate: «Possiamo stabilire, con sicure ragioni e con i testi della Scrittura, che il matrimonio da una parte non è un peccato, ma dall’altra non raggiunge la bontà né della continenza verginale, né di quella vedovile». La ragione è semplice da trovare: le creature naturali sono buone – e la sessualità fa parte della creazione – ma le realtà soprannaturali sono ottime, ad eccezione della ribellione di alcuni angeli. Non è dunque strano che, in tutti i secoli, moltissime persone abbiano ricercato e praticato la castità. A questo proposito, san Tommaso scrive che «il bene divino è superiore al bene umano» e «il bene dell’anima va preferito a quello del corpo» (IIaIIæ, q. 151, a. 4). Allora, afferma san Bonaventura da Bagnoregio nelle Collationes de decem praeceptis, «ogni atto commesso per conseguire l’esperienza della libidine, in qualunque modo l’uomo commetta tale peccato, è proibito, a meno che non avvenga nella forma del matrimonio della Chiesa».
I lacci del mondo
San Gerolamo, in particolare, tratta molto efficacemente della castità e della verginità. Egli non si fa problema ad anteporre la verginità al matrimonio, perché «nessuno paragona un male a un bene» – scrive nell’epistola a santa Eustochio. Verginità e matrimonio sono dunque beni. Tuttavia Adamo ed Eva, prima della caduta, erano vergini: «la verginità è lo stato naturale» dell’uomo e «il matrimonio è venuto dopo la colpa». Che la verginità sia lo stato naturale lo prova il fatto che dal matrimonio nasce «carne vergine», poiché i bambini sono vergini. Eppure, nonostante tutto, il rimanere vergine o meno «non dipende da un comando» divino, ma esclusivamente dalla «volontà», così come Gesù volle restare vergine.
La verginità non è imposta dal Vangelo, ma fortemente consigliata, nel senso che il cristiano è un guerriero e «nessun soldato va in guerra con la moglie». È molto più facile, per una persona, essere tratta nei lacci del mondo, quando si aggiungono alle fatiche le preoccupazioni della famiglia. In nessun modo Gerolamo intende denigrare la famiglia. Dice solo, con san Paolo, che «gli sposati avranno tribolazioni nella carne».
È pur vero che nessuno è al sicuro dalla concupiscenza e dalla libidine. La castità, infatti, non è rivolta solo alla mortificazione dell’atto sessuale. Gerolamo esorta Eustochio a stare attenta, una volta abbracciata la verginità, a non ricercare vestiti troppo miseri: non ti sorga – le dice – «l’idea di cercar piacere in vesti squallide», per essere ammirata dalla gente, così che nasca in te la «presunzione», dopo aver «disprezzato la presunzione del secolo». La libidine, in fondo, non è il piacere, ma la ricerca bramosa del piacere di qualsiasi tipo. Là sta il peccato e la distrazione che conduce al peccato.
La verginità feconda di Maria
È richiesta da Dio la vigilanza su noi stessi, per non essere distratti sul nostro cammino dalla città del mondo alla città di Dio. Non si tratta di condannare i piaceri delle creature, ma di evitare di esserne accecati e non vedere la gloria del Cielo. Dice sant’Antonio da Padova, nei Sermoni, che «la focosa lussuria dei demoni tende a distruggere la castità dei santi», assaliti quando «li vedono abbandonarsi ai piaceri della gola, la quale riesce a dar fuoco anche ai rigori della castità». Non è strano che l’amore per i cibi saporiti porti alla lussuria, perché l’uomo è spesso travolto e distratto dai piaceri. Il pericolo non è il godimento, ma l’abbandono della preghiera e, con essa, della prossimità a Dio.
La castità o la verginità non sono sterili, come si potrebbe pensare. Maria Santissima, madre di ogni grazia e virtù, fu vergine prima, durante e dopo il parto, nonché «perfetta configurazione a Cristo risorto», come insegna Paolo VI nell’enciclica Marialis cultus. La scelta dello «stato verginale» di Maria – dice il Pontefice – «non fu atto di chiusura ad alcuno dei valori dello stato matrimoniale, ma costituì una scelta coraggiosa, compiuta per consacrarsi totalmente all’amore di Dio».
Fonte: Vita Nuova Trieste
